La Fiat cambia marcia ma riprende la vecchia strada

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

La Fiat cambia marcia ma riprende la vecchia strada

23 Novembre 2009

A Torino riprendono i mal di pancia. Dopo una fase in cui anche i lavoratori italiani stavano a guardare quello che sarebbe potuto succedere con Chrysler e Opel, dopo che più in generale si è trattenuto il fiato aspettando che passasse la fase più dura della crisi, adesso che le vendite di auto hanno ripreso un po’ quota, che i piani americani della società torinese sembrano avere imboccato tutto sommato una rotta positiva, che non si sentirà la concorrenza “interna” della Opel sul mercato dell’auto (un problema per gli assetti generali del gruppo ma un elemento di momentaneo sollievo per gli stabilimenti italiani della compagnia torinese), si riaffacciano alcuni tradizionali comportamenti del mondo Fiat: innanzi tutto si notano le solite manovre di settori del Lingotto con la Cgil mirate ad acquisire reciproco potere nei confronti del governo a prezzo di efficienza e trasparenza nelle decisioni.

In questo senso va anche un certo fuoco di sbarramento della Stampa sia in difesa degli obiettivi strategici della proprietà (la sicurezza che la rottamazione proceda speditamente) sia in sintonia con i settori torinesi che non vorrebbero rinunciare ai rapporti un po’ feudali che la Fiat ha avuto con il potere italiano, con assegnazione di ruoli e spazi speciali. Servono a questo obiettivo anche le rivolte con stile da jacqueries degli stabilimenti di Tremini.

Lo spazio politico (poi tradotto in soldi e influenze varie) che tradizionalmente la Fiat riesce ad acquisire in esclusiva, spinge anche settori sindacali meno disponibili a una gestione corporativa dei rapporti con lo stato, per esempio quelli di matrice cislina, a rincorrere gli ultracorporativi della Fiom – Cgil, a creare qualche incrinatura nella stessa propria organizzazione, protagonista del recente contratto “separato” dei metalmeccanici: un contratto finalmente mirato sullo sviluppo non solo sulla mera conservazione di un esistente arrancante.

Dopo la presidenza D’Amato, esponente di un’impresa meridionale che aveva vinto contro un manager della Fiat, candidato della sua società, Carlo Callieri, dopo la parentesi Fiat-centrica di Luca Cordero di Montezemolo, la nuova leadership di Emma Marcegaglia aveva preso le distanze dall’imperialismo torinese, liberandosi di un esponente di questo mondo come Maurizio Beretta, direttore generale di viale dell’Astronomia. Ora anche la Marcegaglia viene messa sotto assedio.

In qualche modo le manovre sono dirette anche contro lo stesso Sergio Marchionne amministratore delegato del gruppo che punta a razionalizzare secondo un piano articolato (e globale) l’organizzazione aziendale, tenendo conto dell’ormai inutilità di impianti come quelli dell’Alfa Romeo di Arese, o della necessità di ristrutturare gli impianti di Termini che oggi sono per le loro caratteristiche antieconomici.

Ma questa iniziativa è in qualche modo rallentata non solo dalla conservatrice Cgil bensì anche da ambienti nel Lingotto che difendono l’inefficienza come base per lo scambio politico. Luca Cordero di Montezemolo impegnato in una strenua lotta per conservare la presidenza della Fiat può essere considerato un simbolo della tendenza feudale che lotta per non essere superata.