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Dietro le quinte del caro prezzi

La fine della globalizzazione? (di M. Saccone)

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Code per fare il pieno di benzina, fabbriche ferme senza materiali, il prezzo dell’energia raddoppia, il costo dei prodotti alimentari aumenta del 40%, le quotazioni delle materie prime volano alle stelle, i container scarseggiano, i microchip sono introvabili, il governo cinese raziona l’energia elettrica e spedisce 112 bombardieri nei cieli di Taiwan; Australia, Inghilterra e USA firmano un patto di mutua difesa, l’America del democratico Biden conferma i dazi di Trump, l’Europa discute di una carbon tax e decapita il motore a scoppio per decreto, l’inflazione schizza alle stelle, le banche centrali iniettano 10.3 trilioni di dollari di liquidità per sostenere i consumi, le borse registrano livelli di volatilità senza precedenti.

Scenari apocalittici, si direbbe; cronache d’attualità, si constata.

Che sta succedendo? Dove è finito il commercio senza dogane? Che ne è della Pax Americana? Che ne abbiamo fatto della crescita economica perpetua, capace di mettere d’accordo il comunismo pragmatico cinese con il capitalismo yankee?

E’ la fine del capitalismo, come sostiene la solita intellighenzia sfascista? Oppure è solo un temporaneo inciampo sulla strada della globalizzazione, come sostengono gli ideologi del mercato?

Né l’una, né l’altro. Questa è una crisi strana perché non è stata generata da un fattore endogeno – politico, militare o economico – ma da un fattore esogeno, un virus, che ha sconvolto il modello economico-politico dominante; la globalizzazione a matrice statunitense, fatta di grandi hub produttivi principalmente asiatici, di finanziarizzazione pervasiva e di trasporti a basso costo.

Tuttavia, il coronavirus è solo l’innesco di un incendio le cui cause sono ben più profonde. La prima è la crisi climatica. L’era dei fossil fuels è giunta al tramonto e questa prospettiva ribalta tutti gli equilibri, ridefinisce le sfere di influenza, rinnova le sfide globali, ristabilisce priorità ed alleanze, e spesso rende inefficaci le istituzioni internazionali che hanno guidato la politica economica internazionale fino ad oggi. Gli obiettivi di decarbonizzazione non si raggiungono con trattati bilaterali, stampando moneta, regolando le estrazioni di petrolio o rimuovendo barriere al commercio. È una sfida nuova, di portata epocale, che, come ha sostenuto di recente l’Economist, rimette in discussione il presupposto ideologico che ha ispirato la globalizzazione: l’efficienza. Da sola l’efficienza non basta più. Una buona politica per essere tale deve essere efficiente e sostenibile.

Il secondo nodo è il protezionismo. Gli Stati Uniti, incalzati dall’avanzata Cinese, si sono contratti a difesa della propria supremazia, disponendo sul campo un arsenale isolazionista fatto di scontri diretti, dazi economici e irrigidimento delle sfere di influenza. Questo cambio di rotta ha alienato la fiducia degli alleati storici e ha contribuito alla rinascita delle ideologie localiste a base populista, che alimentano ulteriormente il circolo vizioso del protezionismo.

In questo scenario ci vuole coraggio, condivisione d’intenti e visione. Europa e Stati Uniti hanno un’occasione storica e sono chiamati ad un salto di qualità politico. L’Alleanza Atlantica, con la sua tradizione democratica e concertativa, è il luogo perfetto per riformare gli istituti internazionali, dotandoli di strumenti, competenze, risorse per ristabilire i canoni del commercio, della finanza e dell’organizzazione economica mondiale. Per creare una governance globale rinnovata e più forte che stabilisca gradualmente nuovi indirizzi, obblighi, sanzioni e regole, tracciando così un percorso di progresso sostenibile.

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