La recensione del libro di Vito Mancuso

La forza di essere migliori

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L’ultimo libro di Vito Mancuso, “La forza di essere migliori”, è la lettura perfetta per chiudere un anno complicato come il 2019.

Una riflessione sui destini dell’umanità e sull’urgenza di fondare un etica responsabile nel mondo di oggi tra la disperazione dei migranti, la crisi della democrazia Occidentale, l’urgenza del climate change, l’assurdità delle guerre commerciali, le incertezze epocali portate dall’intelligenza artificiale e dalle biotecnologie.

Come può, “un legno storto” come è l’uomo, produrre qualcosa di etico, ossia di perfettamente dritto? Dove trova quest’uomo, umano troppo umano,la forza di essere migliore?

Il problema oggi è ancora più grave perché le fonti di un tempo sembrano aver esaurito il loro “carburante motivazionale”.

Le fonti classiche, la tradizione e l’ideologia, non sono più in grado di generare nessuna spinta morale, attori di un mondo che non c’è più.

Le tradizioni religiose, almeno quelle Abramitiche, vivono la dimensione etica come “obbedienza ad una norma esterna al soggetto” e pertanto ribaltano l’ordine naturale delle cose, ovvero considerano “i doveri verso un’istanza esterna come più importanti dei doveri verso se stessi”. Così arrivano ad “identificare il comportamento etico come un dovere verso gli altri” e in questo modo l’etica ha “una posizione subordinata” alla politica, alla religione, all’economia.

Nemmeno la Natura, con le sue leggi di generazione e creatività di cui l’uomo è parte, non può essere il principio fondativo di un Etica globale : se è vero che la scienza descrive le leggi universali è pur vero che l’etica è naturalmente basata sulla libertà e non alla semplice aderenza ad un principio scientifico.

Quindi cosa ci rimane?  L’uomo, e la sua coscienza.  Ma cosa c’è di così speciale nel profondo della coscienza di questo “legno storto” che è l’essere umano?  Ci sono due forze autentiche, generatrici di motivazione etica : la volontà di guarire e la coscienza estetica.

La volontà di guarire,  come bisogno spirituale di ricercare un senso, ossia “un significato, un sentimento, una direzione”. È qui che entra in gioco l’etica come pratica del bene e della giustizia, attraverso l’esercizio delle quattro virtù cardinali : la saggezza, virtù dell’intelligenza; la giustizia, virtù dell’equanimità; la fortezza, virtù della vitalità e la temperanza, virtù della libertà.

E infine la coscienza estetica.  L’Autore attribuisce ad essa un ruolo ancora più determinante perché “trasmette una sensazione fondamentale” : “vi è qualcosa più importante di me”. Questo sentire qualcosa più grande dell’ego e che lo “coinvolge tanto da smuoverlo e farlo uscire da sé”, realizza la trascendenza di cui “vive necessariamente l’esperienza etica”.

E’ l’estetica la fonte più pura dell’etica. Essa, agisce a livello di coscienza individuale ed è in grado di generare un super-ego che vive “non semplicemente per fare quello che gli va, ma per relazionarsi con qualcosa di più importante del suo semplice desiderio” e “quindi a partecipare all’edificazione di qualcosa di più grande”. Così si genera l’auto superamento di cui si alimenta l’esperienza etica, esiste, come dicevano i latini, un officium, un lavoro etico all’insegna della costruzione e della bellezza.

Ho trovato questo libro di grande interesse ed ispirazione per due motivi.

Primo, il mondo di oggi fatto di consumo, primato della tecnica, e velocità supersonica ha bisogno di rimettere l’individuo al centro della prospettiva.

Secondo, l’uomo di Mancuso è riflessivo, consapevole della sua parzialità, profondamente spirituale, ma contemporaneamente attivo, capace di trovare  nel superamento di sé stesso un’energia relazionale che Kant chiamava “sentimento del dovere”, una “forza al servizio del l’edificazione di una dimensione più grande”, direi collettiva.

Un Homus Faber, creatore di bellezza, fondatore di etica.

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