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“Cosa significa essere francesi oggi?”

La Francia è in crisi d’identità e Sarkò rispolvera la questione nazionale

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“Cosa significa essere francesi oggi?”

È questa la domanda alla quale cercheranno di dare una risposta i cittadini francesi che hanno deciso e decideranno, dal primo novembre al 28 febbraio prossimo, di partecipare al grande dibattito pubblico sull’identità nazionale lanciato dal ministro dell’immigrazione e dell’identità Besson, su forte sollecitazione del presidente Sarkozy e del suo consigliere Guaino. Ognuna delle cento prefetture dipartimentali e delle 350 sottoprefetture a livello di arrondissement dovrà organizzare tavole rotonde e occasioni di confronto pubblico tra semplici cittadini, gruppi associativi, parlamentari nazionali ed europei, eletti locali, sindacati, associazioni imprenditoriali e gruppi studenteschi con l’obiettivo di riflettere su un punto decisivo: di fronte a nuove condizioni storiche, ma anche socio-economiche, la Nazione e l’identità nazionale tornano a svolgere un ruolo determinante come meccanismi di identificazione collettiva? Ricominciare a riflettere sul significato profondo del termine identità accostato a quello di Nazione può contribuire a scongiurare il proliferare dei comunitarismi e a ristabilire una coesione nazionale che le sfide dell’immigrazione, ma anche quelle della crisi economica e degli scandali legati al mondo della politica mettono ogni giorno a rischio?

L’argomento può essere affrontato da un duplice punto di vista. L’iniziativa può essere legittimamente ascritta alle logiche della politique politicienne, direttamente legate quindi alla raccolta del consenso e alla contesa elettorale. Se osservato da questa prospettiva il grande dibattito sull’identità nazionale fa parte della strategia presidenziale di avvicinamento alle elezioni regionali della prossima primavera. Il tema, infatti, è di quelli appositamente pensati per mettere in difficoltà la sinistra, e i socialisti in particolare, e per cercare di sottrarre terreno al Fronte nazionale, in crescita negli ultimi sondaggi anche sull’onda dell’indignazione nazionale di fronte ai recenti fatti di cronaca giudiziaria che hanno invaso il campo politico. Peraltro si tratta di un ritorno alle origini del sarkozismo. Risale al 6 marzo 2007, dunque in piena campagna elettorale, la proposta poi concretizzatasi di creare un ministero dell’immigrazione e dell’identità nazionale. Segolène Royal, allora candidata del Ps all’Eliseo, scelse di accettare la sfida e riscoprì l’importanza della bandiera tricolore e del cantare la Marsigliese. In realtà la mossa di Sarkozy fu determinante per assorbire quasi completamente il voto del Fronte nazionale. Il contestato nuovo ministero è stato in origine affidato a Hortefeux, il quale ha però speso tutte le sue forze sul fronte immigrazione. A partire dal gennaio scorso il titolare del dicastero è l’ex socialista Besson, personaggio simbolico dell’ouverture, il quale ha ricevuto sin dalla lettera di missione del Presidente chiare sollecitazioni affinché si aprisse il dibattito nei mesi precedenti all’appuntamento delle elezioni regionali. A preoccupare il Presidente, oltre al ritorno sulla scena del Fronte nazionale che in alcuni bastioni chiave come la Provence-Alpes-Cote d’Azur, la Champagne-Ardenne, l’Alsace e il Rhone-Alpes potrebbe produrre pericolosi triangolari al secondo turno, sono i malumori interni all’Ump. Il caso Fréderic Mitterrand è solo l’ultimo, in ordine di tempo. L’idea che sull’onda della doppia inchiesta giudiziaria che coinvolge De Villepin e Chirac e sui primi segnali di fronda interna (Juppé ha liquidato il dibattito come inutile e superfluo) si innesti anche il “mal di pancia” della base di destra del partito, non fa dormire sonni tranquilli all’inquilino dell’Eliseo. Ecco allora che il tema dell’identità francese e della sua declinazione nazionale dovrebbe riattivare un elettorato di centro-destra a rischio astensione.

In realtà il dibattito può e deve essere affrontato anche da un’altra prospettiva. E questa non può dimenticare lo sforzo transalpino, già testimoniato dalla Commissione nazionale presieduta da Marceau Long e voluta nel 1987 dall’allora Primo ministro Chirac, proprio nel tentativo di rispondere alla domanda chiave: cosa significa essere francesi oggi? A venti anni di distanza la domanda sembra di estrema attualità. Il Paese sta senza dubbio attraversando un’importante crisi identitaria, che coinvolge il suo modello economico, la sua proiezione di politica estera e il suo modello di integrazione sociale. Senza tornare alle banlieues del 2005, basti pensare ai fischi alla Marsigliese in occasione della partita Francia-Tunisia dello scorso ottobre e ai recenti dati sull’integrazione dei figli di immigrati, che parlano di una piena integrazione solo dopo la terza generazione, ma in particolare rivedono al ribasso i meccanismi di ascensione sociale del modello integrativo ed educativo transalpino (vedi C. Attias-Donfut et F.-C. Wolff, Le Destin des enfants d’immigrés, Stock, 2009). Come testimonia il dibattito che si è aperto sulla necessità o meno di regolare per via legislativa la questione del burqua il tema è generale, ma la questione immigrazione vi occupa una posizione privilegiata. A dimostrazione che la finalità politica ed elettoralistica immediata non è la sola a spingere in direzione del dibattito e che la sensibilità sul tema è piuttosto sentita si può citare l’iniziativa dell’Institut Montaigne, che il prossimo 4 dicembre ha organizzato un convegno sul tema della “francité”, che sarà chiuso da un intervento di Sarkozy. Contemporaneamente a fine mese uscirà un volume nel quale gli intellettuali più in vista, da Luc Ferry a Alfred Grosser e Max Gallo, offriranno la loro personale declinazione di identità francese.

In definitiva il Paese sta certamente attraversando una delicata fase di crisi ma questi segnali di dibattito sono la conferma di un fermento positivo. Peraltro la doppia dimensione, politica e culturale, della discussione pubblica può trovare un suo motivo di compenetrazione. L’accento del presidente è naturalmente posto sulla dimensione nazionale del problema, avendo come prima necessità quella di bloccare l’emorragia di voti a destra. Il dibattito intellettuale è invece maggiormente legato all’aspetto identitario, non necessariamente né soltanto da declinarsi in chiave nazionale. Insomma una ricerca per capire cosa significhi essere francesi e ricordandosi che in Francia il concetto di Nazione è successivo a quello di Stato.

Sarkozy vuole ribadire l’adagio di Renan a proposito della Nazione come plebiscito di tutti i giorni. Il coté intellettuale ricorda che lo stesso Renan, nel 1882, aggiungeva che le Nazioni non sono qualcosa di eterno. Domandarsi “cosa significhi essere francesi”, invece lo è.  

 

 

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1 COMMENT

  1. chi è in crisi ?
    Chi è in crisi in Francia ?
    La gente comune o gli intellettuali ?
    Gli intellettuali sono sempre in crisi, alla ricerca di qualcosa di nuovo. La gente normale non ha queste necessità, ha una precisa cognizione del suo ruolo, della sua funzione, della sua identità; casomai rimane sconvolta nel sentire i discorsi degli intellettuali.
    L’emorragia a destra deriva dal fatto che spesso la destra ha un’identità a cui rifarsi, la sinistra (e chi la scimmiotta) vuole abbandonare le identità esistenti e non ne ha di condivise.
    L’identità per esser tale ha invece bisogno d’esser solida, quindi variata molto lentamente, con stratificazioni di secoli.

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