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La Francia in Mali e Israele tra Hezbollah e Iran

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Il governo francese sta tenendo colloqui segreti con funzionari americani e di altri alleati occidentali per esplorare le opzioni possibili in vista di un intervento militare in Mali dove, nel nord del Paese, una ribellione tuareg è culminata con la dichiarazione unilaterale dello Stato indipendente di Azawad.

Si tratta di una zona strategica – contesa da movimenti indigeni, Al Qaeda, Francia e governi di stati confinanti ricca di uranio e dove di recente è stato scoperto un giacimento di petrolio; soprattutto, proprio da quelle parti transitano grandi carichi di droga provenienti dall'America Latina e diretti in Europa. Nei giorni scorsi, Parigi ha annunciato di aver ripreso la cooperazione militare col Mali, sospesa nel mese di marzo dopo l'avanzata delle milizie jihadiste. E adesso, l'azione di forza potrebbe essere imminente.

In un'ideale staffetta col vecchio collega Meir Dagan, gravemente ammalato come riportato la scorsa settimana, è toccato a Ephraim Halevy, a sua volta ex capo del Mossad dal 1998 al 2002, esortare, durante un'intervista concessa lunedì alla Radio israeliana, l'Occidente a risolvere l'annosa "questione iraniana" con la diplomazia, ed evitando l'uso delle armi. Secondo Halevy, "le sanzioni contro il regime sono state un successo perché hanno causato una grave crisi economica. Ora bisogna convincere la leadership dell'Iran a rinunciare al programma nucleare".

E' noto all'interno dell'agenzia spionistica dello Stato Ebraico, queste posizioni prudenti godono di un certo consenso. A Gerusalemme non manca chi rileva che "in fondo sia Dagan che Halevy sono in linea col presidente Shimon Peres". L'intelligence israeliana è persuasa che la base dei "guerrieri informatici" che agiscono su mandato di Teheran contro obbiettivi dello Stato ebraico e americani si trovi all'interno della sede dell'apparato di sicurezza interna di Hezbollah, a sud di Beirut, sotto la direzione di Wafiq Safa Nasrallah, fratello del leader sciita Hassan.

La tensione sulla scacchiera mediorientale, dopo le autobomba esplose nei giorni scorsi nella capitale libanese e (ieri) ad Aleppo, è alle stelle. Basti pensare a quanto accaduto in Giordania nelle ore passate,  con le autorità che hanno comunicato  di aver sventato “un complotto terroristico” ordito da 11 presunti miliziani di al Qaeda, pronti a lanciare attacchi contro centri commerciali, missioni diplomatiche, cittadini stranieri, alberghi e altri siti nel Paese con autobomba ed esplosivi. A Gerusalemme e Washington fervono preparativi per contromosse, a partire dal 7 novembre, quando gli Stati Uniti conosceranno il nome del loro nuovo presidente.

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