La Germania del G20 vuole salvare Opel e rovesciare i paradisi fiscali

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La Germania del G20 vuole salvare Opel e rovesciare i paradisi fiscali

02 Aprile 2009

Stimolare l’economia e farla ripartire o ristrutturare prima l’architettura della finanza globale? Sono queste, in estrema sintesi, le due visioni che si contendono la scena al G20 di Londra. Da un parte Obama e Brown, dall’altra Sarkozy e la Merkel.

Secondo il quotidiano Le Figaro, il presidente francese avrebbe addirittura in animo di abbandonare il vertice, qualora le sue richieste per una maggiore regolazione dei mercati – nello specifico, di ogni prodotto finanziario e delle agenzie di rating – non venissero accolte. E le premesse perché finisca così ci sono davvero tutte. Finora, infatti, il segretario americano al Tesoro Timothy Geithner ha apertamente smentito ogni ipotesi di gabinetto centralizzato di controllo della finanza globale. Al che, persino l’ex premio Nobel Joseph Stiglitz si è detto scettico sulle reali intenzioni degli Stati Uniti di voler cambiare le cose sui mercati finanziari.

La Cancelliera tedesca, dal canto suo, dopo la boutade di un consiglio economico (dotato di quali poteri non è mai stato chiarito) da insediare presso l’ONU, arriverà a Londra con due obiettivi precisi: innanzitutto ottenere sostegno nella lotta ingaggiata di recente da Berlino contro i paradisi fiscali, stendendo se possibile una lista nera dei paesi meno collaborativi. Questi – come ha giustamente ricordato Ralf Dahrendorf in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera – saranno i veri capri espiatori cui addossare ogni responsabilità per il dissesto. A far loro buona compagnia ci saranno i manager, i cui bonus – si legge nella bozza del documento finale anticipata dal FT – dovranno essere d’ora in poi corrisposti in base alle prestazioni societarie. Nulla ovviamente è detto circa l’implementazione di un principio così generico. In Germania studi pubblicati dal quotidiano Die Welt prima e dalla FAZ dopo, dimostrano come i compensi dei top manager tedeschi si siano drasticamente ridotti nel 2008, il tutto senza bisogno di alcuna spinta legislativa.

Allo stesso tempo Frau Merkel chiederà agli altri diciannove capi di Stato e di governo di rinunciare apertamente al protezionismo come mezzo per sconfiggere la crisi. Il che suonerà probabilmente come una dichiarazione di prammatica, allignando ormai il nazionalismo economico nell’agenda politica di qualsiasi capo di governo. Non fa eccezione neppure la Germania, se è vero che i due rami del Parlamento tedesco hanno da poco approvato una norma, che vieta agli investitori stranieri di possedere partecipazioni superiori al 25% del capitale in industrie tedesche.

Sulla questione degli aiuti per i paesi in difficoltà, la Germania appare invece piuttosto cauta, egoista per citare il senso dell’editoriale di Timothy Garton Ash su Repubblica. Già nelle scorse settimane la signora Merkel aveva lasciato clamorosamente fallire il negoziato europeo in ordine ai fondi da destinare ai nuovi membri dell’Europa dell’Est; salvo poi farsi correggere dal proprio Ministro delle Finanze Peer Steinbrück, il quale ammise che se qualche Stato interno all’UE fosse giunto ad un passo dalla bancarotta, gli altri paesi (Germania compresa) avrebbero dovuto giocoforza intervenire, magari usando gli strumenti messi a disposizione dalla Banca europea degli investimenti. E questo anche in ragione del fatto che lo sviluppo tedesco – l’export in primis – dipende per gran parte dalla stabilità delle economie dell’Europa dell’Est.

A tal proposito i grandi della terra hanno intenzione di aumentare le risorse per alcuni istituti indispensabili a garantire il bail-out di paesi allo stremo delle forze, in primis FMI e Banca Mondiale. Il rafforzamento di queste istituzioni servirà in particolar modo all’Eurozona e a paesi dell’Est come l’Ucraina. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna stanno perciò pensando ad una sorta di scambio, nel tentativo di imporre la propria visione di un New Deal globale. In cambio dell’aumento dei fondi per l’FMI, l’Europa dovrà cioè slacciare i cordoni della borsa, adottare politiche keynesiane di sostegno alla domanda aggregata e dimenticare la salute dei conti pubblici.

Una simile proposta non va però giù alla Cancelliera tedesca, in estremo affanno nei sondaggi a causa di un politica considerata troppo socialdemocratica dall’elettorato conservatore. Di qui il secco no, riproposto qualche giorno fa a Horsham, a nuovi piani nazionali di spesa. Dopo il varo della legge che consentirà al governo di grande coalizione di statalizzare gradualmente l’istituto di credito Hypo Real Estate, la signora Merkel gioca, e non è la prima volta, di sponda sul caso Opel. La casa automobilistica, controllata dall’americana GM, è ormai decotta e ad un passo dal fallimento. I suoi vertici tendono disperatamente la mano al governo tedesco, finora dimostratosi restio a concederle aiuti. L’Spd, finalmente ricompattatasi, spinge per una statalizzazione senza se e senza ma. La Cancelliera tentenna, nella speranza che nel frattempo qualche investitore privato si faccia vivo.