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Essere un paese civile

La giustizia italiana non si riforma solo con l’amnistia

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Come molto spesso accade nel nostro Paese, una battaglia politica fa più notizia per come e da chi viene condotta piuttosto che per le ragioni o per gli obiettivi che essa si prefigge. La vicenda di Marco Pannella è da questo punto di vista emblematica: il mondo della comunicazione e i social network si stanno mobilitando da giorni per solidarizzare con la sua protesta e sensibilizzare l’opinione pubblica. Pochi, in realtà, se non in modo sommario, hanno spiegato la motivazione di questa accesa e pericolosa protesta. Di certo, la richiesta di una amnistia non è una boutade fine a sé stessa e sottende, invece, un enorme problema che sta a monte del semplice e, spesso insufficiente, provvedimento di clemenza.

Il recente indulto del 2006, provvedimento che, ricordiamo, richiede la maggioranza dei due terzi in Parlamento, sembra non aver sortito gli effetti sperati. Molti analisti, anche all’epoca, avevano avvertito che si sarebbe trattato di un palliativo di scarsa utilità poiché un semplice indulto (che riduce la sola pena) non avrebbe influito né giovato sui processi pendenti, destinati comunque a influire, anche in maniera più gravosa, sui ritardi clamorosi del nostro sistema giudiziario. Molto più efficace, invece, sarebbe stata una amnistia, che oltre alla pena avrebbe estinto anche i procedimenti a essa collegati. Il risultato, temuto e annunciato, fu paradossale: in poco tempo molti beneficiari del provvedimento ritornarono in carcere (spesso per il medesimo reato) e i procedimenti ancora pendenti per il vecchio reato si sommarono a quelli relativi al nuovo. Insomma, si ottenne l’effetto opposto: né le carceri vennero svuotate né l’ingorgo nei tribunali fu risolto.

Oggi, stando ai più recenti dati, le carceri italiane, dotate di quarantacinquemila posti effettivi, ospitano in realtà quasi settantaseimila detenuti. Di questi ultimi, il 25% torna in libertà entro una settimana mentre quasi la metà è in attesa di giudizio,  Ed è forse questo il dato più allarmante: la carcerazione preventiva, che la nostra Costituzione si è premunita di assoggettare ai limiti previsti dalla legge, da strumento straordinario e eccezionale è diventata, negli anni, un mezzo normale, del quale procure e uffici giudiziari fanno spesso abuso. Se si pensa, poi, che circa la metà dei detenuti in attesa di giudizio è destinata a essere assolta dall’accusa la questione si pone in tutta la sua gravità. Ormai si finisce in carcere anche per delitti relativamente meno gravi e spesso i requisiti per la custodia cautelare in carcere (ossia i pericoli di fuga, di inquinamento della prova e di reiterazione del reato) vengono ritenuti sussistenti sempre più spesso. Eppure la custodia cautelare in carcere è, per il nostro sistema, una extrema ratio.

Ma la responsabilità non è solo dei magistrati, siano essi inquirenti che requirenti, ma anche e soprattutto del legislatore, che negli anni scorsi, specie dopo la riforma Vassalli, non ha saputo trovare un freno alla clamorosa fioritura esponenziale di fattispecie delittuose, che costringono il magistrato a dover per forza condannare il reo alla reclusione. A causa poi di disposizioni legislative farraginose e sempre più complesse, formulate spesso con linguaggi atecnici, i processi tendono a ritardare ancora più che in passato. Questo, come altre ragioni, porta spesso a errori clamorosi, sempre più frequenti nel nostro sistema: basti pensare che secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo almeno duemila condanne sono frutto di errori giudiziari.

Ultima questione, non meno importante, è invece la vivibilità all’interno delle strutture penitenziarie, problema purtroppo ritenuto poco interessante dall’opinione pubblica. Eppure la Costituzione afferma molto chiaramente che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Come possa, il condannato, essere rieducato in strutture obsolete come quelle italiane, sovraffollate, senza attività di sostegno serie per mancanza o di volontà o di fondi, rimane un quesito senza risposta. E il fatto che la maggioranza di chi ha usufruito dell’indulto del 2006 sia di nuovo in carcere, per niente rieducato anzi frustrato e incattivito dalla detenzione precedente, è la dimostrazione di un fallimento tutto italiano. Non proprio il massimo per un panorama che vede come reati più frequenti quelli legati a violazione delle normative sugli stupefacenti.

Se con l’amnistia che Pannella richiede riusciremmo a svuotare le carceri e alleggerire il peso dei processi arretrati non risolveremmo di certo il vero problema, che è di sistema e tutto incentrato su questioni concrete: depenalizzazione di fattispecie minori, aumento di misure alternative alla carcerazione e tempi certi per i processi. Se così non fosse, tra quattro anni saremmo al punto di prima, pronti a nuove azioni di protesta contro una situazione che sembrerà non cambiare mai. È ora di tornare a essere un paese civile. Per davvero.

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