La guerra dei gladiatori infiamma il Colosseo e degrada il volto di Roma nel mondo

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La guerra dei gladiatori infiamma il Colosseo e degrada il volto di Roma nel mondo

01 Aprile 2012

Il suk del Colosseo, con la sua umanità varia fatta di figuranti in costume da legionario, urtisti con statuette e gadgets al collo, bancarelle con oggetti devozionali mescolati a immagini pagane e riproduzioni di monumenti, camion bar, caldarrostai ormai in disarmo, guide abusive, ladri, ruffiani e prostitute sbaraccherà per la via crucis  di Benedetto XVI in occasione della Settimana Santa. Lo ha comunicato la neo Soprintendente all’area archeologica di Roma e Ostia Antica, Maria Rosaria Barbera, aggiungendo però che lo sfratto ha da intendersi permanente e surriscaldando così il clima a tal punto che le fiamme potrebbero avvolgere il Colosseo. Questa è la minaccia che serpeggia tra i gladiatori, scornati soprattutto dal fatto che l’assessore del commercio del Comune ha messo subito i puntini sulle i, ricordando che bancarelle e furgoncini colorati cariche di bibite, panini, biscotti, patatine e popcorn sono provvisti da più di trent’anni di regolare autorizzazione, con tanto di nulla osta della Soprintendenza, e pertanto ritorneranno immediatamente al loro posto appena terminata la processione.

I gladiatori, immancabilmente, rivendicheranno analogo diritto, invocando il rilascio di apposita licenza e istituzione di un pubblico registro d’esercizio, col risultato paradossale di normare un abuso. In questo modo si viola la teoria della no broken window dell’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, che tanto dovrebbe essere cara a Gianni Alemanno, e si riproduce o lo stesso, identico degrado che oggi infesta la piazza dell’Anfiteatro Flavio, dove da anni non si riesce a mettere una cancellata degna di questo nome, i resti dell’orda turistica fanno sembrare il luogo più Malagrotta che il centro di Roma, i gas di scarico anneriscono ed erodono i marmi millenari e le masse disorientate vengono aggredite da urla, schiamazzi e strepiti.

Una bolgia dantesca che richiama alla mente uno slogan dei tardi anni Ottanta: il Colosseo, se lo conosci lo eviti. Ma forse è questo che si merita il nostro Paese, che ancora si interroga sul perché siamo scivolati in quarant’anni dal primo al quinto posto mondiale per destinazione turistica. Oltre a studi e statistiche comparative su collegamenti e infrastrutture alberghiere, basterebbe mettersi in fila alla piramide del Louvre: non vedremo né finti Napoleone, né giunoniche Gioconde, ma solo turisti, magari un po’ sguaiati, che aspettano pazientemente di entrare nel museo più visitato del pianeta.