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La guerra del cemento rischia di travolgere anche Expò

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Inesorabilmente (e tardivamente) si compiono le scelte preparatorie per l’Expo 2015 di Milano. Dopo la definizione dei lineamenti della società che dovrà gestire l’evento (la Soge), si sono scelte anche le persone che dovranno ricoprire i ruoli amministrativi individuati. Amministratore delegato sarà un po’ ammaccato Paolo Glisenti. Presidente Diana Bracco: anche se il vispo Filippo Penati, presidente “democratico” della Provincia di Milano, ha cercato di mettere del male tra Palazzo Marino e il ministero dell’Economia, sostenendo che il presidente deve essere una persona di fiducia di Giulio Tremonti (che mette il 40 per cento per cento delle risorse) e non di Letizia Moratti. Scaramucce. Tra l’altro non si comprende che conflitto d’interesse rappresenterebbe la presidenza di una industriale chimica nella società per l’Expo. E quanto alla denunciata non compatibilità tra la preparazione di una esposizione internazionale e la presidenza dell’Assolombarda (associazione degli imprenditori milanesi) non riesco proprio a capire quale base abbia. Ma ormai tutto è definito. Superata anche “l’ultima” baruffa con la Lega che voleva un suo uomo nel consiglio di amministrazione della Soge. Un'altra lite frutto della poca politica fatta dalla Moratti in questo anno di passione.

Detto questo, un tema sta assumendo una qualche rilevanza in tutta la vicenda: la ripresa della campagna sull’ondata di cemento che sarebbe legata alla manifestazione del 2015. Un annuncio della campagna c’era stato sin dall’inizio, lanciato da intellettuali del valore -se non si coglie il sarcasmo la colpa è di chi legge, non di chi scrive- di Adriano Celentano. Ora il tema ritorna anche sull’onda di una serie di episodi nazionali: la campagna aperta da Milena Gabanelli contro la gestione urbanistica rutellian-veltroniana di Roma (la Capitale già troppo vasta si espande ancora al contrario di Milano che cerca di definirsi in una forma più densa anche come condizione per una cintura di verde). I supposti scandali su alcune variabili urbanistiche a Firenze. Lo scontro nel Pd sardo sul piano di tutela paesaggistica di Renato Soru. E a Milano, c’è anche in ballo il piano generale del territorio impostato dall’assessore all’urbanistica Carlo Masseroli.

Come in tutte le polemiche sul “cemento”, in Italia, oltre che a qualche buona – talvolta ottima - ragione, ci sono dietro corposi scontri di potere che riguardano anche vari centri finanziari ed editoriali. L’attacco all’influenza di Francesco Gaetano Caltagirone su Roma, fatto dalla Repubblica, ha visto una sferzante replica del caltagironiano Messaggero sulla centrale turbogas approntata da una controllata Cir per Latina. A Firenze in molti leggono dietro le ultime iniziative della magistratura, una lotta sulle candidature della sinistra per il nuovo sindaco della città, con i vari centri di potere urbano cattolici e “laici” che si mobilitano a favore di questo o quell’aspirante primo cittadino.

Lo scontro sul piano territoriale di Milano, è stato aperto con un articolo di Marco Vitale,  personaggio dell’economia milanese molto critico verso qualunque iniziativa da cui sia tagliato fuori, sul Riformista. L’attacco è stato ripreso (mettendo al centro il solito Salvatore Ligresti) da uno stanco articolo di Alberto Statera che riprendeva una già stanca inchiesta di Curzio Maltese di qualche mese fa sui padroni della città ambrosiana. L’inchiesta di Maltese era più imbarazzata dell’intervento di Statera perché concludeva con la constatazione che tutti “i padroni delle aree di Milano” da Marco Tronchetti Provera a Luigi Zunino (grande protetto di Banca Intesa) buttavano più a sinistra che a destra. Anche Ligresti, alla fine, era stato più a favore del candidato a sindaco del centro sinistra, l’ex prefetto Bruno Ferrante (non per nulla adesso collabora con una controllata di Ligresti) che della Moratti.

Statera è un po’ più fortunato di Maltese perché gli sfracelli combinati da Romano Prodi hanno allontanato dalla sinistra una parte notevole di imprenditori (e persino qualche banchiere) e quindi i suoi attacchi possono essere più ficcanti. Nonostante, però, sia più libero, il giornalista di Repubblica finisce per limitarsi a riprendere le note tiritere sui grattacieli dritti o storti, sugli interventi di Zunino a Rogoredo (bloccati dalla crisi), sul quartiere Repubblica- Garibaldi (che prevede tra gli altri anche un imponente intervento di un ipercritico come Stefano Boeri, peraltro più urbanista che vero architetto), sull’area della vecchia Fiera (intervento decisivo per spostare l’antico centro di esposizione milanese a Rho-Pero secondo una logica urbanisticamente impeccabile). E se la prende (new entry) anche con la sistemazione della Bovisa, un intervento che a prima vista appare assai più sensato (e soprattutto  più “bello”) di quello gregottian-pirelliano della Bicocca così risparmiato (visto che lodarlo sarebbe stato eccessivo) dai critici di sinistra, e naturalmente da Marco Vitale che al progetto, da assessore di una giunta leghista, diede una bella mano.

Sul piano proposto da Masseroli, poi, Statera raccoglie diverse posizioni ostili. Ma si tratta, per lo più, di caratteristiche dichiarazioni allo sbando, buttate giù tanto per fare un favore al giornalista. Tipo quelle di Vittorio Sgarbi. Anche se l’instancabile Vitale insieme a Luca Beltrami Gadola, tipico moralizzatore moralizzato nella stagione di Mani Pulite, riesce a mettere insieme una ribollita raccolta di firme contro la cementificazione milanese.

Perché i malevoli cronisti non riescono a trasmettere il morso dell’opposizione? Perché, ragionevolmente, la pur squinternata sinistra milanese non è contraria a scelte che puntano sull’edilizia popolare in affitto e in vendita, per riportare ceti meno abbienti in città. Con tutto il necessario rispetto di verde, servizi e trasporti. Infatti il critico più puntuale alle mosse del Comune è stato lo storico leader dei costruttori milanesi, Claudio De Albertis che considera poco remunerativi i margini definiti dal comune per costruire edilizia popolare.

Certamente, comunque, è bene tenere la guardia alta sui prossimi interventi edificatori e urbanistici. Il territorio è una risorsa scarsa e va gestita con attenzione. Però va “gestita”, mentre il confuso vociare sulle cementificazioni serve solo a bloccare tutto. Con il risultato che alla fine si sbloccherà, più o meno a breve tempo, anche tutto. E con molto meno controlli. Come è già successo numerose volte in questo Dopoguerra. Qualche effetto negativo del qualunquismo anticemento si vede già, per esempio, proprio nella preparazione dell’Expo, che avrebbe bisogno per la sua riuscita di una magnificenza architettonica di fatto parzialmente bloccata da attacchi ottusi di political correctness. Beate le amministrazioni come quelle di Torino che per il fatto di essere di sinistra e coperte dal quotidiano locale hanno potuto organizzare liberamente le proprie Olimpiadi delle nevi e rilanciare la città. 

 

 

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