La guerra di Putin all’Ucraina rischia di congelare l’Europa
08 Gennaio 2009
L’Europa Orientale è raggelata da un’improvvisa crisi economica. Questa volta l’epicentro non è a Wall Street, ma al Cremlino. La strategia di conflitto che Gazprom e Putin hanno adottato contro l’Ucraina sta colpendo le economie più deboli del Vecchio Continente. I due principali gasdotti che scorrono dalla Russia all’Europa passano entrambi per l’Ucraina. Ma quello che scorre più a sud, attraversando i Balcani, è il più debole perché in caso di interruzione nei rifornimenti non esistono magazzini di scorte. Perciò in Bulgaria, Macedonia, Serbia, Bosnia, Croazia e Ungheria l’interruzione nei rifornimenti di gas russo trasportato dall’Ucraina sta producendo un pericoloso effetto domino. Mentre la temperatura scende a due cifre sotto lo zero proprio durante il Natale ortodosso, il freddo si propaga dalle abitazioni alle fabbriche, costrette a rallentare o addirittura a sospendere la produzione. Dove possibile si ricorre al razionamento, altrimenti si ritorna a far legna, come succede in una Bosnia che sembra ritornare agli anni cupi della guerra. Il commento più significativo è del ministro bulgaro per l’economia e l’energia: “è una situazione assurda per il ventunesimo secolo”.
Ma non è così assurda per la Russia. Il 5 gennaio scorso, su ordine diretto di Putin, Gazprom ha interrotto ogni fornitura di gas russo verso l’Ucraina, per impedire che Kyiv trattenesse il gas destinato all’Europa. Ormai la crisi non è più bilaterale ma continentale. La politica energetica di Mosca guarda all’Europa come interlocutore diretto. Perciò Gazprom continua a infittire la trama delle alleanze e acquisizioni specialmente nei Balcani, dove è maggiore la debolezza economica dei governi. Mentre raffredda l’Europa, un’azienda russa della galassia petrolifera riporta in attività la principale raffineria della Bosnia. Un anno fa Gazprom aveva rilevato la maggioranza della compagnia statale per l’energia in Serbia, mentre stringeva accordi col governo bulgaro per la costruzione del gasdotto South Stream. Oggi i Balcani riproducono su grande scala ciò che è già capitato all’Ucraina – la prossima crisi potrebbe essere ancora più forte e più estesa. Ucraina, Balcani, Europa: la Russia ha già iniziato la sua marcia.
La richiesta russa di un arbitrato europeo nella disputa con l’Ucraina è il metro che consente di misurare la vera portata di questa crisi, che non è più una questione confinata all’Ucraina, ma investe l’intero continente. Da quest’angolatura la strategia del Cremlino è molto più complessa. Da una parte Mosca sta utilizzando l’Ucraina come esperimento, finora riuscito, per dimostrare all’Europa che non c’è alternativa alla dipendenza energetica dalla Russia. Dall’altra coinvolgere l’Europa è come obbligarla ad assumere una posizione imparziale nei confronti di Kyiv, spegnendo il tiepido consenso verso la leadership filo-occidentale dell’Ucraina. Oltre a queste considerazioni politiche di breve periodo, l’interesse dominante della Russia si proietta nel futuro prossimo. Per impedire che l’Ucraina ostacoli l’ascesa della potenza russa, Mosca punta alla realizzazione degli ambiziosi gasdotti Nord Stream e South Stream. Il primo trasporterà il gas russo direttamente nell’Europa settentrionale passando per il Mar Baltico e pare essere pronto già nell’autunno 2011. Il secondo viaggerà facilmente attraverso i Balcani per raggiungere l’Europa occidentale. Purtroppo Bruxelles non ha ancora capito che le vie d’uscita dalla crisi di oggi, domani condurranno l’Europa in una dipendenza ancora più pesante dall’energia russa.
Nei calcoli del Cremlino l’intransigenza con l’Ucraina diventa comprensibile assumendo che Kyiv sia ormai una posta in gioco troppo piccola. Per stabilizzare la sua egemonia il Cremlino ha bisogno di estendere la sua potenza energetica sull’intera Europa e perciò è deciso a scavalcare definitivamente l’ostacolo ucraino. La via verso questo ambizioso disegno geopolitico è però complicata dalla crisi economica che colpisce la Russia in due punti vitali. Neppure il colosso di Gazprom è immune dalla crisi globale, che nel 2008 ha sgonfiato le sue quotazioni di oltre il 75% facendo lievitare un debito di cinquanta miliardi di dollari – al punto tale da attivare silenziose trattative per un salvataggio governativo. Inoltre il crollo verticale del prezzo del petrolio e quello, più moderato, del gas stanno erodendo la base del potere di Putin. Ecco perché la Russia non può più accontentarsi dello scenario attuale e punta a controllare il fabbisogno energetico dell’intera Europa.
