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Lessons learned per l'Afghanistan

La guerra nel XXI secolo: alle origini del surge iracheno con David Kilcullen

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Per chiunque sia interessato a capire qualcosa sulle guerre in Iraq e Afghanistan, su Al Qaida e le nuove guerre, questo è il libro da leggere e studiare. E’ un testo composito che spazia dall’antropologia alla scienza militare, dalla politica internazionale alla sociologia, ma che, soprattutto,  si basa sull’esperienza ventennale dell’autore nel campo delle guerre asimmetriche, essendo stato testimone di un numero incredibile di guerriglie, insorgenze e quant’altro, passando da Cipro, all’Indonesia a Timor, dall’Afghanistan all’Iraq.

David Kilcullen è un ufficiale che ha studiato a fondo i testi del capitano francese David Galula sulla guerra di liberazione algerina, del colonnello Robert Thompson a proposito della lotta combattuta vittoriosamente dagli inglesi contro la rivolta comunista in Indonesia. E assomma un altro vantaggio, altrettanto importante: non è americano, ma proviene da una scuola militare di influenza inglese, quella australiana, che basa la propria dottrina sulla flessibilità, è abituata a ricorrere a risorse infinitamente inferiori a quelle dell’esercito statunitense e vede nel pragmatismo la chiave di volta per risolvere le contro insorgenze. Curriculum che lo ha portato ad essere scelto come consigliere in capo dal generale Petraeus, al comando delle truppe in Iraq all’epoca del surge, e dal Dipartimento di Stato.

Per risultare vincenti nelle guerre asimmetriche, Kilcullen propone un modello composto, prima di tutto, da un’analisi dell’ambiente, cioè del mondo contemporaneo; in secondo luogo, del nemico, che per ora definiremo genericamente “terrorismo islamico”; in ultimo, nella definizione dei mezzi specifici per confrontarsi con la sfida. Quattro sono gli elementi che compongono l’ambiente delle nuove guerre. (1) La reazione violenta alla globalizzazione, contraddistinta dalla circolazione mondiale di merci, informazioni e persone, che provoca fenomeni contrastanti, dal divario di ricchezza alla disponibilità per chiunque dei nuovi mezzi da essa creata. (2) Un’insorgenza dalle caratteristiche globali come quella di Al Qaida, i cui obiettivi e il campo d’azione sono da ricercarsi nel mondo intero. (3) Una guerra civile tra mondo islamico estremista e occidente, secondo la tesi rivista di Huntingon. (4) Il modello di  guerra asimmetrica che vede lo scontro tra la forza di attori statali, che agiscono secondo le regole internazionali, e attori non statali che si muovono con la regola di non rispettare senza nessuna regola.

Ci troviamo davanti ad una guerra di lunga durata, epocale, come la guerra dei Trent’anni o la Guerra fredda - afferma Kilcullen. Con Philip Bobbit, in “The Shield of Achille”, possiamo aggiungere che ogni conflitto di questo tipo, comporta uno scontro tra schieramenti opposti per affermare la propria legittimità e il “secolo breve” ne è una prova. In questo caso, a sfidare la democrazia occidentale, non sono più due modelli totalitari nati in seno alla tradizione europea, ma la ricerca di imposizione del “nuovo califfato”.

Che tipo di guerra è? E’ una “guerra di guerriglia nella sua variante mussulmana”, che si compone, secondo gli strateghi americani, di due elementi differenti. La “big war”, “grande guerra” per indicare la guerra al terrorismo  o “War on Terror”, e le“small wars”, “piccole guerre”. Termine di origine coloniale introdotto dal colonnello inglese C.E. Callwell che, nel libro omonimo del 1899, le definì come "campagne intraprese per sopprimere ribellioni e guerriglie…dove eserciti organizzati lottano contro nemici che si scontrano con loro non in campo aperto”. Recentemente questi conflitti sono stati definiti in molti altri termini dalla letteratura militare anglosassone: "non- traditional missions", "low-intensity conflict", o "military operations other than war"; ma prima della seconda guerra mondiale erano state chiamati da Kipling con la suggestiva e veritiera espressione "the savage wars of peace" (da qui il titolo di un celebre libro di Max Boot del 2003). Oggigiorno si preferisce usare l’espressione “guerre asimmetriche”, introdotta per la prima volta dallo studioso Andrew Mack in un articolo del 1975 dal titolo inquietante: “Perché le grandi nazioni perdono le small wars: le politiche dei conflitti asimmetrici”. In questo caso il riferimento evidente era alla guerra del Vietnam, ma prima c’era stata tutta la disastrosa esperienza francese in Indocina e in Algeria, quella degli inglesi a Cipro e così via, per tutta la fine degli imperi.

Se cerchiamo una periodizzazione, oggi siamo alla terza generazione di questo tipo di guerre: in una prima fase sono venute le guerre coloniali; dalla seconda guerra mondiale agli anni ottanta sono seguite le guerre post coloniali o di “liberazione nazionale” ed oggi l’Occidente si trova a combattere questo nuovo fenomeno, che si è messo in evidenza a partire dall’11 settembre 2001. Fenomeno complesso, composto da elementi diversi (terrorismo, insorgenze, guerriglia), con radici religiose, tribali, etniche e combattuto in modo particolare in un’area che dal Medio Oriente passa per il Caucaso fino ad arrivare a Giava, all’Indonesia, alle Filippine. Fenomeno difficile da far rientrare sotto l’etichetta di “lotta al terrorismo”. Per due motivi: Al Qaida è solo una parte dei problemi che affliggono quell’area e inoltre non usa soltanto il terrorismo come arma, cioè l’uccisione sistematica di civili innocenti. Questo è un punto centrale, poco sottolineato, ma il terrorismo, nella sua bestialità, è un mezzo militare come un altro per colpire il nemico. Ma il ricorso ad esso ha un alto valore simbolico, crea panico, costringe i governi a decisioni immediate, restringe il campo delle scelte, in una parola acceca lo nazione colpita. Quindi l’etichetta “terrorismo”, che viene utilizzata per coprire il vasto mondo di sigle che attraversa il mondo islamico da Hamas agli Hezbollah ai Talebani ad Al Qaida, è troppo ristretta e imprecisa. L’utilizzo di un solo termine comporta poi una conseguenza drammatica sul piano strategico: moltiplica i nemici, regala allo sfidante centrale, Bin Laden, attori che in realtà sono qualche cosa d’altro dai terroristi internazionali, con il risultato, per la potenza sfidata, di combattere guerre diverse con gli stessi metodi e di trovarsi coinvolti in più conflitti allo stesso tempo.

Kilcullen opera di precisione e inizia a compiere una serie di differenziazioni a partire da quella centrale tra fondamentalismo religioso islamico, che ha tutto il diritto di manifestarsi, e Al Qaida che definisce organizzazione formata da “terroristi takfiri”, cioè apostati, secondo la definizione datane nel Messaggio di Amman dai 500 ulema riuniti dal Re di Giordania nel 2005. Quindi i salafiti, ma forse anche i Fratelli Mussulmani, non possono essere considerati movimenti fiancheggiatori di Al Qaida, anche se alcuni seguaci di Bin Laden provengono da quelle organizzazioni. La seconda differenza individuata dallo stratega australiano, è tra Al Qaida e i movimenti locali. Al Qaida è un’organizzazione terroristica globale, “una forma globale di insorgenza”, del terrorismo orientato internazionalmente. Utilizza tutti gli strumenti moderni che la globalizzazione ha reso disponibili e applica una “strategia transnazionale di guerriglia”. Ha una visione arabo-centrica; il suo fine è la ricostruzione del nuovo califfato, attraverso la conquista del potere, ove possibile, come in Afghanistan o in Iraq, per poi lanciarsi alla conquista, prima dell’ummah abbattendo i regimi arabi “collaborazionisti”, e dopo passare alla conquista dell’Occidente. Si considera avanguardia dell’ummah e vuole essere il primo promotore del risveglio delle coscienze mussulmane attraverso azioni esemplari come l’attentato dell’11 settembre; i suoi strumenti sono appunto la provocazione, l’intimidazione, l’infiltrazione e l’uso della disponibilità del tempo contro la fretta degli occidentali e, in special modo, degli americani. Il tempo nelle guerre asimmetriche è, infatti, un’ arma potente nelle armi dei movimenti rivoluzionari, come insegna Giap, ma la tolleranza politica degli elettori americani per guerre non percepite come necessarie è limitata. I governi americani lo hanno capito bene, a loro spese a partire dalla guerra del Vietnam, ma prima di loro lo avevano compreso i francesi in Algeria (Jeffrey Record, The Wrong War: Why We Lost in Vietnam, Annapolis, MD: Naval Institute Press, 1998) che, quando i soldati vanno alla guerra, inizia un conto alla rovescia.

Le guerre locali, le “small wars”, odierne sono opera di fondamentalisti mussulmani che si oppongono alla presenza occidentale vista come opera di potenze neo coloniali che vogliono imporre i loro valori e cultura. Spesso questo tipo di insorgenze sono concepite dai protagonisti come lotta di resistenza contro l’invasore straniero; è il caso, ad esempio, delle province pashtun a cavallo tra Pakistan e Afghanistan, dove gli occidentali compiono azioni per combattere Al Qaida ma dove si trovano anche i talebani e perciò le truppe occidentali si trovano a violare enclave autoctone e nazionaliste, o della Jema’ah Islamica in Indonesia. Questi movimenti sono ortodossi, tradizionalisti, xenofobi, tribali, magari mistici, vogliono uno stato islamico nel proprio paese, ma non hanno nessuna intenzione di lanciare un jihad globale. Kilcullen definisce questo tipo di guerre, “guerriglie accidentali”, perché i combattenti si oppongono agli americani, alla Nato in Afghanistan, alle Forze della Coalizione internazionale in Iraq, perché si trovano nel loro spazio, nel loro paese. I locali insomma lottano per difendere casa propria, combattono per mantenere la loro identità. “Entrambi i gruppi sono antioccidentali; entrambi usano il terrore, la sovversione, e l’insorgenza. Ma uno ha uno sguardo mondiale, sottilmente arabizzante, mentre l’altro è più locale, con una forte dose di anticolonialismo e si oppone allo sradicamento. all’impatto della modernità nella sua versione occidentalizzata, nella sua forma americanizzata”.

E’ però nell’incubatore delle guerre locali che avviene la saldatura drammatica e innaturale tra i terroristi internazionali di Al Qaida e la resistenza locale. La globalizzazione, tra i suoi effetti, ha anche quello di far aumentare le resistenze alla sua diffusione e crea un terreno fertile per i fondamentalismi antimoderni che lottano per la difesa della propria diversità. In questo contesto si innesta, quando questi movimenti per un motivo o l’altro diventano violenti, l’opera di infiltrazione dei seguaci di Bin Laden. Insomma se le potenze occidentali non stanno più che attente a come agiscono, il futuro da incubo che sembra disegnarsi è quello della diffusione di grappoli di guerriglie accidentali che raggiungono lo zenith grazie all’infiltrazione di Al Qaida. Questi nuovi conflitti portano una differenza fondamentale da lotte della generazione passata. Mentre questi disponevano di risorse scarse, quelli attuali possono attingere a piene mani nel ricco armamentario della globalizzazione, perché agiscono nella post modernità. Se lo scontro è asimmetrico, perché oppone stati nazione contro attori non statali, quest’ultimi utilizzano anche una quantità di strumenti diversi: terrorismo e guerriglia, armi moderne e della prima guerra mondiale, strumenti tecnici post moderni e culture arcaiche, azioni deliberate nella loro offensività, gratuite e accidentali. Il consigliere americano qui utilizza il termine “guerre ibride”, entrato nella letteratura militare nel 2005 ad opera del professor Erin M. Simpson (“Thinking about Modern Conflict: Hybrid Wars, Strategy and War Aims”) e presente nel dibattito corrente dal 2006 dopo la guerra tra Israele e gli Hezbollah. Scoperta strategica tardiva: c’erano già arrivati, nel 1999, i colonnelli cinesi Qiao Liang e Wang Xiangsui, in un libro giustamente famoso “Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione” (editrice La Goriziana), che esponeva due concetti fondamentali. Gli Stati Uniti si erano costruiti da soli una trappola: davanti al predominio assoluto delle forze militari americane, l’unica strada che rimaneva aperta a qualsiasi sfidante, o a chi si sentisse minacciato, era rappresentata dall’alternativa di utilizzare “il principio di addizione”, combinando cioè tutti i mezzi disponibili, da quelli informatici, alla diplomazia, alle guerre per procura, a strumenti economici politici di propaganda, al terrorismo, al fine di coinvolgere gli USA, il “sistema dei sistemi”, in una guerra prolungata ed estenuante. La soluzione insomma per lo sfidante è quella di ingaggiare la super potenza in un conflitto senza regole “dove niente è proibito”.

Per rispondere a queste nuove sfide, è necessario prima di tutto costruire un nuovo quadro concettuale che sappia tenere assieme la lotta contro il terrorismo e la ricostruzione degli stati falliti, la contro insorgenza locale e quella globale, l’antiguerriglia e le strategie politiche di integrazione dei movimenti fondamentalisti. La prima osservazione a cui giunge Kilcullen è inquietante, soprattutto perché detta dal teorico del vittorioso surge in Iraq: l’Occidente deve stare alla larga da questo tipo di conflitti perché richiedono un impegno enorme in anni, soldi, soldati e vite umane. E questa era l’idea di Petraeus, che all’inizio del conflitto aveva chiesto ai suoi superiori “ditemi come finirà questa guerra”, e dell’ambasciatore Crocker, che aveva criticato il piano d’invasione, accusato di creare una “perfetta tempesta”. Meglio allora puntare su soluzioni indirette e soft, metodo senz’altro più redditizio e possibile di modulazioni diverse, perché le guerre si sa come iniziano e mai come finiscono e in Iraq gli americani - afferma Kilcullen - non avevano previsto né la guerra civile causata da Al Qaida, né avevano ben realizzato il significato e le conseguenze nella regione della creazione del primo stato arabo a predominanza sciita.

Ma una volta in mezzo al guado, come in Iraq e in Afghanistan, le guerre devono essere vinte. Da queste premesse, discende la strategia per uscire fuori dal pantano delle “piccole guerre”, come ha dimostrato il Petraeus in Iraq. Il nodo centrale per non soccombere è rendersi conto che l’Occidente ha davanti a sé due tipi diversi di nemici e di sfide e deve ammettere che se il terrorismo transnazionale ha scopi aggressivi, offensivi e in ultima istanza imperialisti, le insorgenze locali hanno obiettivi difensivi. Da qui discende il primo obiettivo strategico: è necessario operare una separazione tra le organizzazioni esterne - Al Qaida in primis - e i combattenti locali per mezzo di un’azione coordinata politico-militare di disaggregazione, che tagli ogni rapporto tra i due tipi di combattenti, considerando nemici i primi e possibili alleati i secondi, facendosi carico della soluzione delle esigenze della popolazione, dal bisogno di veder garantita la propria sicurezza a quella di avere servizi funzionanti (luce, acqua, scuole, smaltimento rifiuti e così via). L’esercito, insomma, non può più agire con una visione ristretta puramente militare e i suoi sforzi devono essere coordinati con le autorità politiche e civili. Piuttosto che cercare di eliminare l’avversario in una visione nemico-centrica, è necessario controllare l’ambiente, renderlo sicuro unendo tutti gli strumenti disponibili in una visione centrata sulla popolazione: peace keeping, aiuti umanitari, azioni di forze speciali e quant’altro con il fine di rinforzare il potere locale mentre si ricostruiscono le istituzioni. Lo scopo strategico che le potenze occidentali devono ricercare è controllare la violenza invece di voler raggiungere, attraverso di essa come nelle guerre tradizionale, i propri fini politici. E questo è quello che è successo in Iraq con la strategia inaugurata dal generale Petraeus, a cui è arrisa la fortuna di capitare in mezzo alla rivolta sunnita dei filo baathisti nel febbraio del 2007 e alla tregua lanciata dal movimento sciita capeggiato da Moqtada al Sadr. Fino a quel momento in Iraq - caso perfetto di unione di una “guerriglia accidentale” con una “insorgenza globale” - erano presenti per lo meno tre tipi diversi di conflitti, senza contare i fenomeni di banditismo e la delinquenza comune: il terrorismo di Al Qaida, l’insorgenza antigovernativa e antiamericana dei sunniti ancora pro Saddam, e un conflitto intercomunale che comprende sia il conflitto settario tra sciiti e sunniti, che quello interetnico tra curdi, arabi e turcomanni.

A causa della guerra civile scatenata dall’attentato di Al Qaida con l’attentato alla moschea sciita di Samarra nel febbraio 2006, i sunniti si erano alleati con i seguaci di Bin Laden visti come gli unici difensori sia dagli squadroni della morte sciiti che dalla polizia e dal governo di Maliki, accusato di parteggiare spudoratamente per questi ultimi. Ma Al Qaida, inseguendo la sua azione di infiltrazione nelle società locali, perseguita con metodi violenti che ricadevano più che in una tattica militare in comportamenti patologici, si scontrò alla fine con le ben radicate tradizioni tribali. La scintilla, che fece scoppiare la già montante rabbia contro i combattenti stranieri, va infatti ricercata nella costrizione a dare in sposa agli alqaidisti le donne irachene, fatto che rappresentava una violazione appunto dei costumi tribali. A seguito del rifiuto delle tribù locali, Al Qaida, dimostrando una stupidità senza pari, reagì violentemente, in modo crudele e sadico, cercando di intimidire i locali, uccidendo capitribù e i loro parenti. E qui arriva l’intelligenza e l’esperienza dei nuovi strateghi americani - Petraeus, Odierno, il colonnello Nagel (autore del celebre libro “Learning to Eat Soup with a Knife”), l’ambasciatore Crocker e il nostro Kilcullen -, che appoggiarono i sunniti con ogni mezzo. In primo luogo, inviando nuove truppe per proteggere Baghdad e di seguito con una serie di misure diverse: facendo uscire i soldati dalle caserme, garantendo la sicurezza ai cittadini, conquistando la fiducia dei capi tribù, aiutando le milizie di autodifesa nell’organizzazione e nel finanziamento - “il movimento del risveglio” -, rafforzando il governo centrale, addestrando il nuovo esercito e le forze di polizia irachene. Il punto di non ritorno è rappresentato dall’alleanza con gli “insorgenti accidentali” sunniti e sciiti e dall’aver garantito dal basso la sicurezza dello svolgimento della vita quotidiana degli iracheni, da cui è conseguito il crollo verticale del numero delle vittime. Ancora una volta si è dimostrata vera la definizione standard di contro-insorgenza come “l’utilizzo di tutte le misure che un governo e i suoi alleati ritengono opportuno utilizzare”.

Ma soprattutto questa terribile esperienza ha rafforzato la convinzione che nelle guerre asimmetriche la politica è sempre presente e deve guidare ogni azione. Oggi l’Iraq è impegnato in un processo di “riconciliazione nazionale” ancora fragile e instabile, ma dal “paese più pericoloso del mondo”, definizione del 2006, è passato ad essere un paese in via di stabilizzazione, anche se nessuno è in grado di dire quale saranno gli svolgimenti futuri. “Il surge ha funzionato: ma nell’analisi finale è stato uno sforzo per salvare noi stessi dalle più disperate conseguenze di una situazione in cui noi mai avremmo dovuto trovarci”. Per tutto il libro, l’ufficiale australiano non fa altro che ripetere una serie di raccomandazioni per le potenze occidentali: le guerre ibride richiedono un dispendio di risorse enorme, sono di lunga durata e hanno un esito incerto, meglio un impegno indiretto; la sfida che proviene dal mondo mussulmano è composta da diversi attori con differenti strategie, è una sorta di piramide con al vertice al Qaida, nel mezzo la resistenza locale, alla base i movimenti tradizionalisti: le nazioni occidentali, per rispondere ad esse, non possono utilizzare un’unica soluzione, affidandosi all’opzione militare e alla tecnologia, cedendo alla propria ubris. Una volta intervenute in un conflitto, devono sapere che la soluzione non sarà semplice e che richiederà flessibilità strategica e intellettuale; che la curva di apprendimento è comunque lenta, ma, soprattutto, sanno che il primo obiettivo è rappresentato dalla ricerca e conquista della fiducia della popolazione locale.

Adesso che gli americani hanno fatto propri gli insegnamenti di David Kilcullen, del generale Petraeus e del colonnello Nagel, che hanno partecipato alla stesura degli ultimi due ultimi libri di testo per l’esercito degli Stati Uniti (The Counterinsurgency Field Manual” e “Small-Unit Leaders’ Guide to Counterinsurgency”), speriamo che non si ripeti più un “caso” Iraq.

David Kilcullen, The Accidental Guerrilla. Fighting Small Wars in the Midst of a Big One, Oxford University Press, New York, 2009, 27,95$.

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