La legge Carfagna sull’omofobia è superflua e non liberale
27 Ottobre 2009
Navigare in acque liberali, in Italia, è molto difficile. Basta poco per naufragare nella Cariddi del pensiero pseudo-libertario – che, in realtà, è una versione ‘mite e giacobina’ dell’eterno azionismo, inteso come idea che ‘più aumentano i ‘diritti’ e più si è liberi e democratici’ – o nella Scilla del conservatorismo – che, da qualche anno, si è riconciliato col tradizionalismo cattolico dando origine alla sintesi teocon. Dovunque vi sia una situazione di disagio, una minoranza che se la passa male, un gruppo che esige non solo la protezione delle leggi ma, altresì, il riconoscimento morale e la stima sociale, sia a destra che (molto di più) a sinistra spuntano gli alfieri dei diritti, gli intrepidi crociati del ‘politicamente corretto’. Al fondo del loro impegno c’è la sfiducia nella naturale evoluzione dei ‘sentimenti morali’ dal basso: senza una legge, senza tribunali che la facciano applicare, senza carceri che ne accolgano i violatori, non c’è speranza di ‘andare avanti’.
Naturalmente il sospetto che i ‘pregiudizi’ abbiano una loro ‘ragione’ – che non può essere ignorata anche quando abbiano fatto il loro tempo – non sfiora neppure lontanamente le loro menti. Non hanno letto né il liberalconservatore Edmund Burke, né il progressista Walter Lippman, né hanno meditato sulla distinzione stabilita da Friedrich Hayek tra l’”individualismo irrazionalistico” all’inglese e l’”individualismo razionalistico alla francese”. Per loro, anche in politica vale il principio di non contraddizione: “a è a” e se nel coro sociale c’è qualche nota stridula il direttore d’orchestra – Parlamento, governo etc. – deve eliminarla subito, senza aspettare che siano gli orchestrali ad accorgersi della dissonanza e a porvi rimedio. Si ha spesso l’impressione che per quanti hanno nel loro dna l’ideologia italiana, caratterizzata dalla pretesa illiberale che la politica sia una ‘singolar tenzone’ tra il bene e il male e che il processo legislativo debba segnare il trionfo dei fautori delle buone cause e l’umiliazione dei ‘cattivi’, l’adesione ai valori della ‘società aperta’, per quanto convinta, rimanga sempre fragile e parziale. Ne costituisce un esempio da manuale il dibattito suscitato, all’interno del PdL, sul generoso programma ‘buonista’ di Mara Carfagna, una ministra sinceramente intenzionata a combattere le discriminazioni dovunque esse si annidino.
“La legge contro l’omofobia proposta dal ministro Carfagna, ha scritto Giordano Bruno Guerri sul ‘Giornale’ –v. La sinistra imbarazzata che si nasconde dietro a un articolo del 25 ottobre u.s. – era giusta e necessaria, perché è indubbiamente un’aggravante perseguitare(molestare, aggredire, svillaneggiare) qualcuno per i suoi gusti sessuali: come farlo per la sua religione o la sua razza. Oltretutto gli omosessuali sono una minoranza più vasta e più a rischio di quelle razziali e religiose: è molto più probabile che qualcuno venga discriminato o si prenda un pugno in quanto omosessuale, piuttosto che perché ebreo”.
Non sono un giurista né un filosofo del diritto – e tanto meno un entusiasta della teoria normativa – e forse per questo mi riesce incomprensibile il modo di ragionare di Guerri. In un’ottica liberale, però, nel suo discorso, ci sono due punti che ‘non tornano’.
Il primo riguarda la rimozione, consapevole o no che sia, del principio dell’universalità del diritto: quando si offende una persona, ricorrendo alla violenza fisica o verbale, si lede la libertà e la dignità di un essere umano, non importa se bianco o nero, nano o gigante, dotto o ignorante, cristiano o maomettano, maschio o femmina, gay o trans. Come nell’episodio dell’oltraggio di Anagni, ricordato da Dante nel Canto XX del Purgatorio, nello schiaffo dato da Sciarra Colonna a Bonifacio VIII, si vide “nel vicario suo Cristo esser catto”, così nel pugno dato all’omosessuale è l’Umanità stessa, siamo tutti noi, a sentirci colpiti e feriti. "La legge è uguale per tutti": la suprema ‘finzione’ della ‘saggezza dell’Occidente’ significa che la proprietà della capanna è sacra quanto quella del castello, che l’incolumità del barbone è protetta dall’ordinamento giuridico quanto l’incolumità di chi viaggia in business class. Il fatto rivoluzionario, quello che distingue la filosofia dello stato moderno da quella del cadì o da quella che ispira i codici cetuali della società feudale, sta proprio in questo processo d’astrazione, che rende uguale il diverso, che prescinde dalle determinazioni sociali, dal sangue, dal reddito, dalla cultura, dalle pratiche religiose di un imputato.
A ben riflettere, prendere in seria considerazione il motivo per cui si aggredisce qualcuno significa porsi sul suo terreno, adoperare il suo stesso linguaggio: se Tizio aggredisce un ‘negro’ e viene per questo condannato da un tribunale, soggettivamente la sua punizione viene in qualche modo riscattata dalla gratificazione simbolica derivante dal suo potere di aver fatto pronunciare i giudici sul “reato commesso ai danni di un negro”. La condanna, al limite, fa di lui un ‘martire della causa’: hanno infierito su di lui perché voleva ripulire il mondo dalla mala pianta dell’ebreo, dell’appartenente a una razza inferiore, del seguace della superstizione religiosa. Al contrario, se nella sentenza, non si fa menzione dell’appartenenza – religiosa, razziale, sessuale– della vittima, la violenza resta violenza e basta: non c’è alcuna possibilità di dare corpo alle ombre – l’esistenza delle razze – o di rendere, per il diritto, ‘qualità primarie’ quelle che ,nella sfera pubblica, sono appartenenze irrilevanti (il che non significa che per le persone coinvolte non siano importanti, anzi. Ciò che accade nella nostra privacy dà un senso alla nostra vita ma, ad esempio, l’amore ricambiato – o non ricambiato – per una donna o per un uomo decisivo per la felicità di una persona non entra nell’orizzonte del diritto e della politica).
Tizio, nel suo rapporto con Caio, ha ignorato il principio su cui si regge la convivenza civile “neminem ledere”: ha offeso un UOMO e non c’è altro da dire. Il giudice emette una sentenza “nel suo linguaggio” non nel linguaggio scelto dall’imputato.
Non altro è il senso delle bende in dotazione a Themi: la dea della giustizia non guarda in faccia a nessuno, si limita a pesare i reati sulla sua bilancia e a giudicare e a mandare “secondo ch’avvinghia”, come il giudice Minos dell’Inferno dantesco.
La logica dell’”aggravante”, un tempo tutelava il privilegio. “Hai offeso un nobile, vile plebeo!”: una bastonata data da un inferiore a un uomo di sangue blu era qualcosa di intollerabile, rimetteva in questione tutto l’ordine e le gerarchie sociali. Per fortuna quei tempi sono finiti e il perfido borghese, che pensa solo al denaro, ha fatto trionfare su tutta la linea il principio della ‘quantità’ sulla ‘qualità’. E’non poco paradossale, una volta fatta la frittata, la pretesa di far rivivere la discriminazione questa volta a favore dei diseredati o delle vittime del pregiudizio sociale.
A portare questa logica alle sue estreme conseguenze, potrebbe verificarsi che il massacratore di una coppia eterosessuale si prenda trent’anni di galera , immancabilmente ridotti da buone condotte e amnistie varie, mentre quello di una coppia gay, per via dell’”aggravante”, se ne prenda, che so io, quaranta e che, pur beneficiando dello stesso buonismo istituzionale, rimanga in galera un bel po’ di anni in più rispetto all’altro. A G. B. Guerri (e alla Carfagna) sembra giusto, a me parrebbe di ritornare a un’epoca per me invivibile, pur se rimpianta da certi storici e giuristi cattolici antimoderni, soprattutto medievisti, che non a caso trasmigrano disinvoltamente da destra a sinistra, rivelando con questi passaggi come la sinistra italiana abbia fatto del materialismo storico una copertura del suo tenace rifiuto dell’individualismo liberale, del mercato e della concorrenza. Com’era più ‘giusta’ e ‘naturale’ – è la loro arrière pensée – la società in cui ad ogni ‘condizione sociale’ corrispondeva un diritto particolare.
Ancor meno convincente, però, è l’altro punto, il nesso tra la probabilità del reato e la severità della pena. Quello stabilito da Guerri, infatti, è il contrario del senso comune. Se un gruppo sociale condanna un modello di condotta che la legge non punisce, chi, per ragioni morali, intende testimoniare, anche con la violenza, la sua fedeltà all’ethos di quel gruppo – famiglia, tribù, comunità religiosa–in genere ha sempre trovato nei tribunali una maggiore clemenza. “Sì si è macchiato di un grave delitto, è vero, ma che volete farci, è cresciuto in un ambiente familiare, ha ricevuto un’educazione che gli hanno fatto credere che i codici tribali sono più importanti delle leggi dello Stato!”. Se dietro il crimine, invece, non c’è alcun ethos sembrano venir meno tutte le attenuanti e le giustificazioni. Si pensi a un ebreo aggredito, per la sua fede religiosa, in una città come Ferrara in cui, persino al tempo delle leggi razziali, l’antisemitismo non riuscì a fare proseliti: il gesto, proprio perché improbabile e inaspettato alla luce del sentire collettivo,risulta più odioso e tale da suscitare un’ondata di indignazione popolare.
Forse è il caso di ricordare che la frequenza di un reato tende a diminuire con la certezza della pena, e che se i giudici applicassero con rigore il diritto vigente, le aggressioni agli omosessuali, in breve volgere di anni, equivarrebbero numericamente a quelle contro le coppie eterosessuali. Bisogna accelerare i tempi con la legge Carfagna, che, all’uopo, introduce l’”aggravante”? In realtà, di leggi ce ne sono fin troppe – se non erro siamo il paese che, per quantità industriale delle norme emanate, sarebbe al primo posto se si facesse un G8 dei paesi produttori di leggi! Accrescerne ulteriormente il numero significherebbe trasformare il diritto da regolatore del traffico sociale in una lavagna luminosa in cui si scrivono e si cancellano incessantemente cose sempre diverse.
Le società moderne hanno fatto un salto di qualità, sul piano morale e giuridico, mettendo quando era in gioco il superiore diritto dell’umanità – quello che portava Montesquieu a dire:” Se sapessi qualcosa che giovasse alla mia patria e nuocesse all’Europa, oppure che fosse utile all’Europa ma pregiudizievole per il genere umano, lo considererei come un delitto” – la legge contro il costume. Il ‘delitto d’onore’ è stato cancellato dal codice penale anche se, in certe regioni d’Italia, il ‘cornuto’ ,che non si vendica, perde la stima sociale – ricordiamo tutti il bellissimo film di Pietro Germi ‘Divorzio all’italiana’(1961). La ‘rivoluzione culturale’, ripeto, sta nell’aver reso ‘uguale’ il diverso, o meglio nell’aver sussunto sotto lo stesso ‘genere’ (le ‘specie’poi variano, com’è naturale che sia..) l’assassinio della moglie infedele e l’omicidio a scopo di rapina. Analogamente, ci è divenuto intollerabile che il costume e il ‘pregiudizio sessuale’ –che poi è una diversa etica sessuale: il politically correct vale anche per chi la pensa diversamente da noi!–possano ridurre la punizione inflitta all’omofobico, in virtù delle attenuanti generiche (ma determinanti per la pesantezza della sentenza) che per tutte le cerchie sociali alle quali appartiene, un ‘busone’, per riprendere il termine dell’aneddoto ricordato nell’articolo di Guerri, è un busone. Sennonché in una ottica liberale dovrebbe risultarci insopportabile anche l’ inverso: che il pregiudizio diffuso diventi un “aggravante” per il fatto che aumenta la probabilità di armare la mano del criminale.
Lo stile di pensiero di Guerri avrebbe potuto fatto la gioia del Perelman del ‘Trattato sull’argomentazione’, fornendogli un ulteriore–e non poco significativo–esempio dell’ambivalenza dell’”argomento della quantità”. Per l’uomo della strada: "se lo fanno anche tanti altri, al colpevole si deve un po’ d’indulgenza". Per Guerri sembra valere l’opposto: "proprio perché lo fanno in tanti, bisogna essere implacabili”. E’ difficile non vedere nella sua pretesa l’evocazione dello spirito giacobino, con la sua concezione etico-pedagogica dello Stato: le ‘leggi debbono rieducare i cittadini corrotti e traviati dai pregiudizi e dalle superstizioni. E del pari è difficile non vedere nella prima posizione il marchio inconfondibile della reazione e dell’oscurantismo: le leggi debbono pietrificare i costumi antichi – per definizione sani – in modo da impedire il formarsi di nuove mentalità e di nuove sensibilità.
Nell’universo liberale, leggi e costumi sono in rapporto dialettico: le prime non debbono soffocare i secondi e i secondi, nel momento in cui, grazie alle leggi, hanno avuto briglia sciolta, non debbono pretendere di cambiare le loro ‘benefattrici’ ad ogni soffiar di vento ovvero ad ogni irruzione del nuovo – che non significa ‘progressivo’ se non nella dogmatica filosofia della storia dell’illuminismo – espresso da una minoranza ‘più avanzata’. In fondo sull’equilibrio, delicato tra leggi e costumi si regge, da sempre, tutta la civiltà liberale, che non tollera forzature in nessuna direzione.
Purtroppo, a leggere articoli come questo di Guerri, ci si rafforza nella malinconica constatazione che ci stiamo avviando verso una forma inedita di società (civile ?) in cui i diritti assicurati alle minoranze (di qualsiasi tipo), in nome dell’eguaglianza, stanno creando zone via via più estese di diseguaglianze, col rischio di rendere sempre più incerto e indecifrabile il principio dell’”eguale trattamento”.Che a difenderlo, nel caso dei critici della legge Carfagna, siano ampi settori del PDL, l’UDC unanime e l’anima teocon del PD, con buona pace di Guerri, non potrebbe essere meno rilevante. Diceva il più grande storico italiano del secondo Novecento, Rosario Romeo, “se piove, non mi astengo dall’aprire l’ombrello solo perché così avrebbe fatto anche Mussolini!”.
