La “lezioncina” della sinistra sul caso Delbono ha poco da insegnare

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La “lezioncina” della sinistra sul caso Delbono ha poco da insegnare

26 Gennaio 2010

Enrico Berlinguer ha lungamente teorizzato la diversità etica dei quadri del Partito Comunista italiano e tale diversità è stata una delle ragioni per cui mentre i dirigenti socialisti, nella mattanza giudiziaria iniziata nel 1992, furono generalmente reputati “presunti colpevoli” i dirigenti dell’ex PCI, diventato DS, furono considerati “presunti innocenti”.

Il teorema è passato alla storia come dimostrato, sulla base del seguente ragionamento. Nei processi di “mani pulite” ben pochi dirigenti del partito ex comunista furono oggetto di processo e di quelli che furono processati ben pochi furono condannati. Evidentemente, continua il ragionamento, vi erano due diversità morali, la prima riguardante i finanziamenti del partito, la seconda, più importante, riguardante l’uso privato del denaro ricevuto nelle attività politiche e amministrative.

I finanziamenti al partito nel caso del Pci, poi Ds, si disse, avvenivano per lo più con canali leciti, anche se discutibili politicamente. In ogni caso, essi venivano immessi nelle casse del partito, non andavano a finire nelle tasche dei “compagni”. Ed essi non li ottenevano mediante attività di corruzione ma mediante attività di finanziamento occulto, determinate da considerazioni politiche, senza contaminazioni con il  “mondo degli affari”.

La diversità morale dei diessini, trasmessa per diritto ereditario ai  “democratici” senza aggettivo, riceve ora due raffigurazioni di nuovo conio. La prima riguarda il  sindaco di Bologna il professor Flavio Delbono, ordinario di economia politica all’Università di Bologna, pupillo di Romano Prodi, che si è dimesso dalla sua carica avendo ricevuto un avviso di garanzia per  accuse riguardanti presunti abusi amministrativi di vario genere, compiuti quando era vicepresidente e assessore al bilancio della Regione Emilia Romagna. Il tutto è nato sei-sette mesi fa circa, nei  giorni di campagna elettorale per le elezioni comunali, quando il  suo avversario Alfredo Cazzola affermò  di essere stato informato da Cinzia Cracchi (ex compagna ed ex segretaria personale di Delbono), di abusi da lui commessi quando ricopriva le alte carica nella Regione. La ex fidanzata, delusa per essere stata “scaricata” e  spostata ad un ruolo minore al Cup di Bologna, avrebbe parlato di viaggi di piacere a spese della Regione, di auto blu usate per motivi personali e dell’esistenza di un bancomat di un’amico di Delbono attraverso il quale lei poteva prelevare mille euro al mese.

Il Tribunale di Bologna sulla base di tali affermazioni, o meglio illazioni, ha aperto una indagine per peculato, abuso di ufficio e truffa aggravata. Il Delbono in base al sacrosanto principio per cui non basta un avviso di garanzia per considerare una persona colpevole e quindi per doverla indurre alle dimissione da un pubblico incarico, aveva dichiarato: "Non mi dimetto neanche se mi rinviano a giudizio, l’idea non mi sfiora neanche nel cervello". La dichiarazione non è stata gradita al Pd che lo ha costretto alle dimissioni.

Io non so se sia vero che il sindaco dimissionario di Bologna ha compiuti i fatti che sono ora rubricati come  reati. Personalmente ne dubito, anche perché Delbono si dichiara innocente e in queste faccende, fra coppie che si sono lasciate, c’è molto spesso molto fumo acre ma poca sostanza.

Invece l’’onorevole Antonio Di Pietro ha convocato una conferenza stampa sul tema ed ha lodato l’iniziativa delle dimissioni imposte a Delbono affermando che l’Italia dei valori “non poteva più tollerare questa ambiguità”. E’ chiaro il principio che Di Pietro sostiene: sono i magistrati, con i loro avvisi di garanzia, che decidono chi è degno di stare in politica e chi è indegno. Dal mio punto di vista invece osservo che ciò è sbagliato. Sia perché non si può considerare colpevole chi riceve un avviso chiamato “di garanzia”, che implica che gli viene garantito il diritto di difendersi, sia perché si mette in grave imbarazzo un magistrato equo, che manda un avviso di garanzia, considerandolo un atto dovuto se lo si carica di un significato politico che esso non dovrebbe avere. E si danno nuovi stimoli a emettere avvisi di garanzia in periodo elettorale ai magistrati che equi non sono.

Certo, ci sono  molti progressi nelle tecniche con cui girano i soldi, che riguardano gli uomini pubblici. Un tempo si trattava di scatole di scarpe di cartone, contenenti banconote da 50 o 100 mila lire che potevano riguardare la restituzione di un prestito. Ora invece, nell’era elettronica, le somme connesse a uomini pubblici fluiscono con bancomat. Ma il fatto che il mezzo adottato comporti la massima discrezione, non implica che si tratti di denaro di origine non corretta.  La “discrezione” può semplicemente derivare dal desiderio di fare le cose in modo riservato. Una scatola di  scarpe o un bancomat intestato ad altri consentono, in modo diverso,  i non far conoscere il contenuto dell’operazione. Ma questa può essere del tutto lecita sul piano legale. 

L’etica di Flavio delBono, comunque, consisterebbe nelle dazioni periodiche automatiche a una amica con cui non era coniugato. Una sorta di social card dettata dalla simpatia. Lei era sposata, lui aveva lasciato per lei la seconda moglie. Ma lui è stato votato come cattolico fervente. Se Delbono fosse stato membro dei radicali, non ci sarebbe niente da eccepire. Essendo stato votato sopratutto perché competente di bilanci e di sviluppo economico in quanto economista, la sua vita privata non dovrebbe avere rilievo ma nel caso di chi vanta una militanza religiosa, le cose cambiano. L’etica così scricchiola. Si fa capire solo con il fruscio del bancomat che entra nella fessura della macchina elettronica. Si tratta di una carriera iniziata nello schieramento prodiano subito dopo il lancio delle monetine a Bettino Craxi davanti all’Albergo Raphael.

Dal 1995 al 1999 Delbono è stato assessore al bilancio del Comune di Bologna e dal 2000 è diventato assessore regionale e poi vice presidente della Regione Emilia-Romagna, sempre con questa caratterizzazione: un tecnico competente, della sinistra cattolica che milita nel partito del rinnovamento della politica italiana. Se il Pd, prima di esso la Margherita e i Ds, non avessero fatto della loro diversità morale l’elemento fondamentale della distinzione non solo nei confronti dei socialisti (ah, quelli delle “monetine”), ma anche nei confronti del burlusconismo, potremmo lasciare questo caso alla piccola cronaca locale. Ma sono loro che hanno introdotto nella valutazione politica i fatti privati della vita personale. Sono loro che hanno svolto una campagna moralistica martellante, tutt’ora in atto, su Silvio Berlusconi e Patrizia D’Addario, la bella escort oramai divenuta celebre che è stata a cena da lui nella sua abitazione romana di Palazzo Grazioli. Si argomentò che un uomo sposato, che riveste cariche pubbliche elevate, non deve fare queste cose. Affermazione pretestuosa, dal punto di vista politico. Flavio Delbono, a quanto risulta, era già sposato due volte e la sua nuova fiamma era anche lei sposata.

Che c’entra tutto ciò con la politica? Per me nulla. Ma le lezioni di etica sul premier, allora? E’ vero, dimenticavo, c’è la teoria della diversità morale che passa dal PC, ai Ds al Pd per legittima trasmissione. Resta il fatto che le dimissioni di Del Bono non sono giuste, dato che egli si proclama innocente e che sino ad ora non c’è stato alcun chiarimento sul suo caso. Ma ciò dipende dalla linea scelta dal Pd, che ora divora i suoi figli.

C’è, poi, un caso ben più grave di quello di Delbono che sta comparendo sulle scene giudiziarie: quello del ragioniere Luca Bianchini, già segretario della sezione del Pd dell’Eur, il cui processo per stupri seriali, ha avuto inizio ieri alla settima sezione penale del Tribunale di Roma. Il titolo di ragioniere non è certo paragonabile a quello di professore universitario di economia, anche se in entrambi i casi c’entra la competenza contabile. E  la carica di segretario di sezione sia pure del grande quartiere dell’Eur non è paragonabile a quella di sindaco di Bologna. Si passa dalla serie A alla serie C. Anche in questo caso il partito ha chiesto e ottenuto le dimissioni. Qui esse sono, mi pare, giustificate, ma tardive. Spiego il perché. Lo stupratore seriale, che aveva diffuso terrore nella capitale, è stato cercato per mesi e poi è stato identificato in Luca Bianchini con la prova del Dna. Gli vengono contestati  tre episodi di violenza sessuale a danno di giovani donne, avvenuti il 5 aprile, il 4 giugno ed il 3 luglio scorsi, sempre all’interno di garage nei quartieri Ardeatino e Bufalotta, alla periferia di Roma.

Qui c’è una prova del Dna. Bianchini è anche  sospettato, ma per il momento senza riscontri, di altre aggressioni a sfondo sessuale. Si sospetta che fosse lui l’uomo che, coperto da passamontagna e con un coltello in mano, aggrediva donne intente a parcheggiare l’auto in garage o box condominiali. Gli uomini della squadra mobile erano risaliti a lui riascoltando molte vittime aggredite con modalità simili Il Pd di Roma argomenta che se il ragioniere aveva una doppia vita, loro non potevano saperlo. Si dà però il caso che nel 1997 il ragioniere era già stato coinvolto in un procedimento per il tentato stupro di una vicina di casa ma fu prosciolto perché riconosciuto incapace di intendere e di volere al momento del fatto.

Non è un po’ strano che, dati questi precedenti, facesse il segretario di sezione del Pd, sino al giorno in cui è stato scoperto?