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A 30 anni dalla scomparsa

La lezione di Del Noce: ecco perché il cattolicesimo progressista non può funzionare

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«La mente del sapiente si dirige a destra, quella dello stolto a sinistra»: così recita Ecclesiaste (10,2) distinguendo tra chi si orienta al bene e chi al male.

Tuttavia, se la realtà fosse così semplice e se i precetti e le sentenze delle Sacre Scritture fossero di automatica comprensione e applicazione ogni riflessione, così come ogni problema, potrebbe chiudersi qui, cioè ancor prima di iniziare.

Sfortunatamente la complessità dell’esistenza e dell’uomo suggeriscono un percorso differente, cioè quello in cui le cose si mescolano e la chiarezza viene meno necessitando sempre di una nuova opera di purificazione per poter scrutare nell’essenza delle cose e del mondo.

In questa direzione si è mosso, con determinazione, pazienza e profondità, Augusto Del Noce, di cui nello scorso 30 dicembre è ricorso il trentennale della scomparsa, soprattutto in riferimento a quella forma di sincretismo teologico-politico che è stato – e che tutt’oggi ancora è – il “progressismo cattolico”.

Si potrebbe senza dubbio parlare anche di “cattolicesimo progressista”, poiché le due dimensioni per quanto simili pur tuttavia tra loro differiscono nonostante la comune assonanza, ma richiedendo una simile distinzione un apposito spazio di approfondimento, li si intenderà in questa sede, tramite una fictio di comodo, come formule tra loro interscambiabili ed equipollenti.

Per progressismo cattolico (o per cattolicesimo progressista) si deve qui intendere quell’operazione di fusione tra i principi del progressismo socialista e quelli del cattolicesimo che si è compiuta a metà del XX secolo e che, ancora oggi, produce i suoi numerosi – per quanto asperrimi e ultimativamente venefici – frutti.

Nonostante il socialismo nasca in opposizione alla religione in genere e al Cristianesimo in particolare, e nonostante il Cristianesimo con estrema chiarezza rifiuti il materialismo (su cui si fonda il socialismo) e, ovviamente, l’ateismo (che del socialismo è l’imprescindibile presupposto teoretico), non sono mancate le numerose volte in cui dei due si è tentato di creare un’unica dottrina.

Contro tali tentativi si è espresso Augusto Del Noce che interrogandosi chiarisce:«L’innegabile evoluzione del comunismo porta ad una certa apertura verso il cristianesimo o verso i valori di libertà, in modo che si possa approfittarne? La mia risposta in proposito è assolutamente negativa: abbiamo semplicemente il passaggio del marxismo da fede a strumento di potere».

Nella critica delnociana del progressismo cattolico emergono almeno tre elementi fondamentali dalla cui sommatoria si comprende che l’intera operazione della suddetta fusione costituisce un totale rinnegamento dell’essenza tanto del progressismo quanto del cattolicesimo, ma che, per di più, il vero perdente è proprio il cattolicesimo che sogna le “nozze” con il progressismo venendo da questo dapprima inglobato e poi sostanzialmente annientato.

In primo luogo, si palesa la rottura con la tradizione, elemento portante del cattolicesimo, che il progressismo impone in questa operazione di fusione.

In tal senso lo stesso Del Noce, infatti, puntualizza come «il progressismo cattolico è costretto a rompere con tutta la tradizione dei filosofi della partecipazione: Platone, Aristotele, Agostino, Tommaso, Rosmini. Ovvero, è radicalmente nuovo, perché trascrive le verità del cristianesimo entro le categorie dipendenti dalla concezione strumentalistica dell’homo faber».

In secondo luogo, la conseguenza della negazione della dimensione metafisica e religiosa tipica del materialismo socialista si trasferisce sulla dimensione morale, per cui i valori non sono più riconosciuti come tali, ma creati ad hoc.

Sul punto Del Noce cristallinamente precisa come «all’autorità dei valori si contrapporrà la loro creazione, ma poiché riferito all’uomo il termine di creazione non ha significato, questa formula prenderà senso dalla negazione e distruzione radicale della tradizione».

In terzo luogo, il progressismo inevitabilmente fagocita il cattolicesimo, sostituendo la politica alla religione e ridefinendo il concetto stesso di libertà umana, negandola secondo una chiave socio-deterministica e contribuendo alla diffusione del mito della “liberazione”.

Alla fine di una tale operazione si assiste alla nascita del “cattolico-comunista”, secondo l’efficace formula dello stesso Del Noce, che sostanzialmente è un cattolico che rinnega il fondamento della sua stessa fede e della di questa dimensione morale.

Ripercorrere i sentieri del pensiero di Augusto Del Noce, dunque, ancora oggi rappresenta proprio per i cattolici, nella massima epoca del loro disorientamento politico e culturale, una delle più valide occasioni per evitare di smarrire il senso della propria fede e la fede nel senso in quanto tale.

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