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L'analisi

La linea sottile che lega il cattocomunismo all’oppressione burocratica

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Sulla fenomenologia personale dell’avvocato pugliese giunto, per malefiche congiunzioni astrali, alla Presidenza del Consiglio, si è già detto tanto, se non tutto.
D’altronde non si può per molto analizzare il nulla elevato a sistema di potere: lo zero rimane tale anche in matematica  per qualunque numero lo si moltiplichi.
Dal punto di vista politico le cose cambiano.
Il Presidente Conte (Giuseppi) risulta, per formazione e cultura, espressione di quel mondo, sostanzialmente di sinistra, comunemente qualificato come “cattocomunista”.
Con un intimo pregiudizio nei confronti del centrodestra.
Il cattocomunismo, che non ha mai avuto una nozione definitoria chiara, risulta una visione della società di tipo statalista, quando lo Stato aveva ancora il diritto di signoraggio e cioè di emettere moneta, con forte rappresentatività dei corpi intermedi di matrice sindacale e del pubblico impiego con forte pregiudizialità nei confronti dell’impresa privata e delle professioni viste come l’espressione del “capitale” in senso marxista ed  “euroentusiasta” a prescindere (nell’Europa ritrova, infatti, un robusto residuo pareggiano di quella “pianificazione” che la storia ha spazzato via nella sua versione originaria).
La globalizzazione (e la sua figlia cattiva la “delocalizzazione”) ha dato il primo colpo di grazia al cattocomunismo sancendo il divorzio tra la territorialità della forza lavoro e la a-territorialità dell’impresa e del capitale. La finanziarizzazione dell’economia con il progressivo emanciparsi degli strumenti finanziari dalla produzione reale ha fatto il resto. Rendendo macigni per lo sviluppo tutti quegli apparati burocratici, amministrativi, fiscali che traggono la loro ragione d’essere dal pubblico stipendio e la loro ragione di vita dall’eliminazione di ogni rischio d’impresa in favore della rendita “a vita” garantita dallo stipendio statale. Puoi fare il giudice o il professore universitario, il burocrate o “il boiardo”: alla fine vivi dello stipendio dello Stato e, qualche volta, in modo non commendevole con gli introiti impropri che derivano dall’esercizio indebito del potere.
Questa miscela di marxismo (male inteso), di socialismo reale e di pauperismo, ingenuo e senza basi finanziarie, di matrice cattolica, è quel paradigma culturale nella quale si sono formati i nostri riferimenti apicali in tema di governo e di istituzioni repubblicane.
Nè va meglio se si passa ad analizzare la composizione della compagine governativa. Ove accanto ai terrapiattisti (curiosamente pure nel regime nazista c’erano dei sostenitori di idee simili e cioè della “terra cava”), ai negatori della validità dei vaccini, ai senza occupazione che non avendo mai lavorato il primo conto corrente lo hanno aperto da parlamentari della Repubblica per accreditarvi il primo stipendio, non vi è una adeguata e consistente rappresentanza del mondo produttivo, delle professioni, delle partite IVA, del comparto turistico alberghiero e museale. Esagerando un pò, si potrebbe affermare che nella realtà governativa risulti fotografata la dicotomia tra il mondo di coloro che vivono di rendita diretta e/o indiretta garantita da stipendio o sussidio statale ed il mondo di coloro che la ricchezza la creano attraverso la “intrapresa”.
All’odierno governo fa naturalmente da contrafforte un apparato statalista burocratico elenfatiaco e parassitario, feroce odiatore delle libertà individuali e di impresa ed instancabile produttore di circolari, protocolli, commissioni, sottocommissioni (che adesso fa fico chiamare “task force”) egualmente elefantiache inefficienti e parassitarie. Tanto più attivo quanto più concentrato non sulla sostanza dell’efficienza dell’apparato economico ma della “procedimentalizzazione” e cioè del rito burocratico fine a se stesso fatto di autocertificazioni, bolli, controlli, sanzioni. Questo apparato dà per scontato che il cittadino-suddito debba essere controllato nei suoi movimenti e nelle sue relazioni. Nessuno lo dirà mai apertamente: ma il sogno di tali apparati è che la restrizione delle libertà costituzionali derivanti dalla pandemia da coronavirus non finisca mai rinviando in eterno elezioni che possano portare ad un mutamento dello status quo.
Altri Paesi, come la tanto vituperata Germania, avendo conosciuto sulla propria pelle i danni del socialismo reale, hanno da tempo intrapreso una drastica cura di “sburocratizzazione” del pubblico e di incentivazione del mondo dell’impresa con responsabilizzazione degli organismi di rappresentatività del mondo del lavoro che dall’impresa dipendono.
Come si può comprendere, allora, il problema dell’attuale emergenza economica non è solo il povero Giuseppi, modesto comprimario con destino da “homo sacer” o capro espiatorio: è assai più nel paradigma culturale “cattocomunista” ispirato al terzomondismo pauperistico di Papa Francesco, residui di un mondo o che non c’è più o che c’è in forma escatologica (e quindi tendenzialmente al di là da venire). “Il problema”, dunque, va oltre il povero “Giuseppi”: è l’inadeguatezza degli interpreti istituzionali alle nuove sfide. Occorrerebbe, per questo, ri-costruire ponti tra una incomprimibile struttura burocratico-amministrativa statale ed il mondo dell’impresa, dell’economia, reale: delle fabbriche, dei negozi, degli uffici, degli alberghi, dei bar, dei ristoranti, degli artigiani, dei professionisti. Quelli che riduttivamente vengono chiamati come il mondo delle “partite IVA”. “Vasto programma”, chioserebbe qualcuno. Ma indispensabile se ne vogliamo uscire vivi. Per manifesta inadeguatezza, però, questo programma non potrà svolgerlo Giuseppi. Si attendono i seguiti, con comprensibile impazienza.
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