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La Moratti non riesce a far sentire la sua voce

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La partita del federalismo fiscale che ha fissato un primo punto fermo con l’approvazione di uno schema di disegno di legge da parte di un recente consiglio dei ministri, può anche aiutare a riflettere su un elemento di sofferenza nella gestione della vicenda Expo: la carenza di capacità e iniziative egemoniche da parte dei rappresentanti delle amministrazioni milanesi-lombarde. Sulle proposte di federalismo fiscale non sono mancate letture “lombarde” critiche, talvolta molto critiche: troppo spazio al mezzogiorno (vedi operazioni su Catania fatte in abbinata all’approvazione del decreto), troppi cedimenti al partito della spesa (vedi il mantenimento delle province), troppo ascolto della sinistra (vedi la discussione sullo standard per la spesa sanitaria), troppo conservatorismo (vedi il mantenimento delle regioni autonome).

Tutte critiche assai ragionevoli che però trascurano alcuni problemi di fondo: senza costruire un asse Nord-Sicilia non esiste una forza “trainante” nel Paese per fare veri passi in avanti verso il federalismo. Il blocco delle regioni rosse, poi, ha e avrà un peso decisivo nel consentire o bloccare qualsiasi riforma. Le concessioni fatte non vanno commisurate a puri principi astratti ma alle condizioni politiche concrete per ottenere un assetto radicalmente nuovo dello Stato italiano, in cui il territorio sia messo in grado di fare scelte in assoluta indipendenza, secondo una logica appunto federalista e non più solo autonomistica.

Quel che colpisce in uomini politici di valore per esempio in alcuni interventi di Roberto Formigoni, è la difficoltà a esprimere un’egemonia, a costruire un blocco sociale e culturale nella regione chiave del Paese, la Lombardia, per far pesare certe soluzioni. Sorprende che si debba perlopiù intervenire con strappi invece che costruendo un consenso che poi spinga governo e parlamento sulla via giusta.

Eppure proprio la Regione Lombardia facendo votare unitariamente, centrodestra e centrosinistra, il suo consiglio a favore del federalismo fiscale aveva fatto un ottimo lavoro iniziale. Si trattava sulla base del lavoro svolto di costruire con gli industriali, con pezzi del centrosinistra lombardo, con la parte più avvertita dell’opinione pubblica regionale ma anche nazionale, e poi di avanzare “pacatamente” soluzioni alternative o ancora meglio integrative a quelle che sono uscite da Roma. Su tasse, province, “livello di autonomia” delle regioni, costi standard dei servizi si potevano formulare proposte sostenute da uno schieramento così ampio da condizionare tutto il processo. Si trattava di chiedere che alcune scelte fossero sottoposte (per esempio il mantenimento e meno delle province, il livello di tassazione locale possibile) a referendum locali, tra l’altro fondamentali per far decollare un federalismo sostenuto dalla società. Si trattava di costruire alleanze alle istanze proposte dei lombardi, uscendo dal puro schieramento lombardo-veneto, indebiolito peraltro da un Giancarlo Galan che preferisce perlopiù giocare da solo.

E’ in questo senso che la vicenda federalismo fiscale mi ricorda quella della partita dell’Expo. La difficoltà di Letizia Moratti è anzi nettamente superiore se si considera la sua incapacità di creare consenso sulle sue proposte. Quando avanza richieste, specie sull’Expo, queste  appaiono molto spesso più ukaze che ragionamenti articolati in grado di acquisire popolarità. Per di più, quando un ukaze non va a buon fine e si perde in qualche labirinto, l’indebolimento dell’autorevolezza di chi lo ha lanciato, diventa fatale.

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