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La morte di Dadullah cambia tutto, nonostante Emergency

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E’ un poco penoso, e anche ulteriore fonte di sospetti, il commento di Emergency che sostiene che la morte del mullah Dadullah sia ininfluente, perché verrà subito sostituito. Innanzitutto, una ferrea legge della guerra vuole che la morte per mano nemica non solo di un generale, ma addirittura del secondo generale di un’Armata per importanza sia una pesante sconfitta. Specularmente, l’uccisione di questo vero e proprio “mito” delle montagne afgane, a capo di bande di coltivatori e commercianti d’oppio, di rapinatori, di sequestratori, la fine dello spietato sterminatore degli sciiti Hazara (vedi il bellissimo romanzo “Il cacciatore d’aquiloni”), è una vittoria secca e netta delle forze Nato e afgane. L’uccisione del comandante in capo in seconda del nemico e di quel suo fratello che Prodi e D’Alema avevano fatto liberare in cambio di Daniele Mastrogicomo, è stata sicuramente frutto di una battaglia complessa e difficile (l’uomo aveva meritata fama di essere imprendibile e astutissimo) e segnala un successo importante dell’offensiva antitalebana iniziata poche settimane fa. Per inciso, questa morte segnala anche che Massimo D’Alema ha mentito al Parlamento, o che  - in alternativa - ha fatto la figura dello sprovveduto davanti alle Camere. In sede di relazione sulla meccanica del rilascio di Mastrogiacomo, infatti, il titolare della Farnesina aveva affermato in aula che il governo italiano si era accertato che i 5 prigionieri da liberare per il riscatto non fossero pericolosi combattenti. Un’affermazione clamorosamente smentita subito dopo la loro liberazione dai Talebani stessi, che annunciarono che erano tornati al  posto di combattimento (quindi anche contro le truppe italiane) e poi confermata dai fatti: uno dei liberati è stato ucciso dalle truppe americane pochi giorni fa e i fratello di Dadullah è stato ucciso armi alla mano ieri.

Il segnale più importante che questa morte invia però, è politico. Nel momento in cui forti si fanno le pressioni interne allo stesso parlamento afgano per una trattativa con i Talebani (una mozione in tal senso è passata giorni fa al senato, nonostante l’opposizione di Karzai), la caduta in battaglia di questo leader, segnala che qualcosa si sta incrinando nella grande area di consenso, o quantomeno di complicità, che favorisce la loro azione. Se Dadullah è morto, se è stato individuato, è sicuramente perché qualcuno a lui vicino ha parlato, ne ha denunciato la presenza in una località prontamente raggiunta dalla Nato e dagli afgani.

La meccanica della guerriglia in Afganistan non ammette dubbi al riguardo: dal 1989 in poi la guerra vi è configurata in modo tale che Dadullah, anche se fosse incappato casualmente in uno scontro, avrebbe potuto sicuramente disimpegnarsi e se non l’ha potuto fare è solo perché gli americani e afgani sapevano benissimo dove lui fosse e hanno fatto uno  sforzo straordinario per accerchiarlo e impedirgli ogni via di fuga, sforzo che si fa solo quando si è certi che la posta valga la pena. E’ cambiato dunque il clima, nel paese, tanto che da settimane vengono segnalati combattimenti a ridosso della frontiera tra Afganistan e Pakistan ad opera non dell’esercito di Musharraf - che al solito è inefficiente e forse complice - ma di tribù locali che sono stufe delle prepotenze degli uomini del mullah Omar e di Bin Laden e intendono scacciarli dai territori in cui si sono rifugiati da anni.

L’azione militare alleata - nonostante tutti gli errori commessi - sta dando dunque frutti in Afghanistan e il colpo inferto con la morte di Dadullah è di quelli che si fanno sentire sul morale dei combattenti. Soprattutto perché il suo successore sa bene da chi e perché è stato tradito e vive ora nella paura di fare la sua stessa fine.

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