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I risultati di Lisbona

La nuova diplomazia europea è già finita nel caos

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Tre mesi fa entrava in vigore il Trattato di Lisbona e gli osservatori più accorti avevano invitato a moderare gli entusiasmi. In fin dei conti quello che terminava era un “decennio costituzionale” nel corso del quale si era passati dall’ambizioso progetto della Dichiarazione di Laeken e dei lavori della Convenzione europea, al lungo e poco comprensibile elenco di modifiche dei Trattati di Roma e Maastricht, quel “trattato semplificativo” pensato da Sarkozy e Merkel, ulteriormente “ridotto” dopo il doppio referendum irlandese.

Quindi a ben guardare le aspettative non dovevano essere così elevate. Eppure in pochi si attendevano un primo trimestre così complicato per le nuove istituzioni europee. Perlomeno tre crisi hanno finito per sovrapporsi e oggi lo spazio politico comunitario sembra ripiombato in una situazione di caos ed inerzia, in cui ai problemi congiunturali legati alla crisi economica si sommano quelli relativi alle difficoltà di applicazione pratica del Trattato di Lisbona.

Prima di tutto ci si è resi conto che il cosiddetto “numero di telefono europeo” è al momento solo una chimera e a dominare è una certa “cacofonia”. Ha ragione l’ex Presidente francese ed ex presidente della Convenzione europea Valery Giscard d’Estaing a ribadire che oggi esistono solo due presidenze politiche a livello europeo. Secondo una lettura “formale” del Trattato di Lisbona, infatti, la presidenza del Consiglio, retta per due anni e mezzo dal belga Van Rompuy, “ha il compito di fornire all’Ue l’impulso necessario al suo sviluppo e definire gli orientamenti e le priorità politiche generali”, mentre la presidenza della Commissione, nella persona di Barroso, deve “promuovere l’interesse generale dell’Ue e prendere le iniziative appropriate a questo fine”. Il mantenimento della rotazione semestrale riguarda solo “presidenze tecniche”, esclusa anche quella del consiglio dei ministri degli Affari esteri, presidenza stabile assicurata dall’Alto Rappresentante Catherine Ashton, sulla quale si tornerà tra poco.

Il problema è che tra la “lettura formale” e quella “materiale” si mostrano le prime discrasie. Perlomeno dalla fine di gennaio è in atto una serrata competizione tra presidenza del Consiglio fissa, presidenza della Commissione e presidenza di turno spagnola, alla ricerca di un minimo di visibilità. Lo si è notato con il tentativo compiuto da Zapatero per lanciare una “road map” per l’Europa economica e sociale, seguito dalla convocazione di un vertice economico straordinario da parte di Van Rompuy (con la promessa di aumentare il numero di vertici a livello di Capi di Stato e di governo) e infine dal timido tentativo di Barroso di rilanciare la fallimentare Strategia di Lisbona, ribattezzandola con il non originalissimo appellativo di “Europa 2020”. E’ in particolare la figura del Presidente del Consiglio a preoccupare. Sul punto il Trattato è piuttosto evasivo e spetterebbe dunque al leader designato, Van Rompuy, costruirsi un profilo di autonomia e autorevolezza rispetto ai Capi di Stato e di governo e a Barroso. La scelta di un chairman, preferita a quella del leader conosciuto e decisionista (come sarebbe stato il caso di Blair), riuscirà ad imporsi? La sfida che attende l’ex Primo ministro belga appare davvero proibitiva e gli esordi non fanno ben sperare.

Il secondo punto di estrema criticità riguarda le modalità in base alle quali Lady Catherine Ashton ha scelto di incarnare il suo cruciale ruolo di Alto Rappresentante. Lo scetticismo iniziale pare confermato dai fatti. Quelli appena trascorsi sono stati tre mesi di assenze e prove fallite per la laburista inglese. L’elenco delle inadempienze è lungo e variegato. Dalla scarsa reattività nel rappresentare l’Ue ad Haiti, alla pessima prova offerta in occasione dell’audizione al Parlamento europeo, passando per la scelta di boicottare il summit dei ministri della difesa dei 27 a Maiorca (sul tavolo un tema decisivo come quello del rilancio della politica di difesa) a favore della cerimonia di insediamento del nuovo Presidente ucraino. Ma su due ulteriori punti Ashton ha dato segnali imbarazzanti. Il suo gabinetto di collaboratori più ristretti è stato riempito di esperti di Balcani, in una fase in cui le aree calde del mondo sono quella mediorientale e quella dell’estremo oriente. Secondo passaggio discutibile quello delle nomine dei nuovi ambasciatori, preludio alla delicata fase di creazione del servizio diplomatico dell’Ue. Incomprensibile la decisione di sostituire l’italiano Sequi, apprezzatissimo a Kabul, con il lituano Usackas, avulso alle dinamiche dell’area e addirittura sospettato di aver collaborato con la Cia tra il 2002 e il 2006 per la detenzione illegale di prigionieri afgani a Vilnius. L’impressione è quella che manchi un progetto complessivo per strutturare la nuova diplomazia europea e che Ashton si trovi in balia delle richieste più disparate che provengono dalle cancellerie dei 27 Paesi membri.

La terza grande crisi è quella che deriva direttamente dalla situazione greca. Su questo punto però si concentrano una serie di criticità di natura differente. Ad un primo livello si può certamente notare che i meccanismi di controllo interni all’area euro hanno clamorosamente fallito. Ha fallito Eurostat, ha fallito la Commissione e hanno gravi responsabilità i ministri delle finanze che si incontrano ogni mese e non hanno lanciato l’allarme a proposito dei conti di Atene. Ad un secondo livello, però, la “sindrome greca” chiama in causa le radici storiche del lancio della moneta unica. L’euro nasce come “baratto” voluto da Parigi per lasciare il via libera alla riunificazione tedesca. Nel post crollo del Muro Kohl accetta di sacrificare il “marco forte” a patto che Maastricht non preveda meccanismi di salvataggio per eventuali “soci insolventi” (ecco spiegata l’impossibilità di correre concretamente in soccorso alla Grecia) e a condizione che l’euro venga messo al riparo da qualsiasi interferenza politica (ecco spiegato il carattere solo tecnico della Bce).

I criteri di Maastricht mostrano, di fronte alla crisi greca, quanto in realtà il “soft power europeo” sia una “tigre di carta”. Ciò che entra in crisi con la crisi ellenica è la visione deterministica della costruzione europea, l’idea che alla moneta sarebbe seguita la politica. E qui si innesta il terzo e più delicato livello di criticità. Apparentemente è in atto un braccio di ferro tra Parigi e Berlino a proposito del cosiddetto “governo economico” dell’Europa. Il capogruppo popolare all’Europarlamento, il francese Daul, ha insistito anche di recente sul punto e Juncker è addirittura arrivato a proporre un controllo preventivo a livello di Eurogruppo sulle leggi di bilancio dei sedici Paesi dell’euro. Il primo ministro lussemburghese si è subito affannato a precisare che si dovrebbe trattare di una verifica sulla struttura complessiva della legge finanziaria e non di un intervento sui singoli provvedimenti e che il voto dovrebbe essere a maggioranza qualificata. Il problema però va ben oltre questi dettagli. La questione tocca il nervo scoperto del rapporto tra sovranità nazionale e poteri sovranazionali e, come ha di recente ribadito la Corte Costituzionale tedesca, il delicatissimo tema della legittimità costituzionale dei provvedimenti europei. Dove può trovare la legittimazione democratica un consesso, peraltro informale, di Ministri dell’Economia e delle Finanze per porsi al di sopra del legittimo potere sovrano di un Parlamento democraticamente eletto, messo sotto tutela nel momento in cui decide come allocare le risorse del suo Paese e come distribuirvi il carico fiscale? Può la nozione astratta di “governo economico europeo” rimettere in discussione diversi secoli di costituzionalismo liberale e occidentale?

Sembra giunto il momento di ricominciare a riflettere sulle modalità attraverso le quali l’Europa unita ha reagito (o non ha reagito) alle dinamiche globali post era bipolare. Se fino al 1989 l’Europa unita è stata all’altezza delle sfide sul fronte della pace e della prosperità, non altrettanto si può dire per la sua nuova mission nel ventennio successivo. L’obiettivo “efficienza su scala globale” è ben lungi dall’essere raggiunto e altrettanto in crisi appaiono i meccanismi di legittimazione democratica dell’edificio comune. Manca l’Unione in grado di parlare una voce sola, ma manca anche un barlume di “demos europeo”. Smaltita la “sbornia istituzionale” servirebbe la volontà di partire da qua: obiettivi realistici e grande attenzione all’aspetto identitario. Scommessa persa in partenza?

 

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1 COMMENT

  1. Moderare gli
    Moderare gli entusiasmi??!!Di chi?Dei burocrati europei?Dei mediocri politicanti europei?Non certo dei cittadini che a votare vanno sempre meno e che,quando lorsignori si degnano di sentire la loro opinione,la esprimono sempre contro i loro desiderata.Per questo o non la sentono o ricorrono a trucchetti per aggirarla.

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