La par condicio? Peggio della Corazzata Potemkin

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La par condicio? Peggio della Corazzata Potemkin

La par condicio? Peggio della Corazzata Potemkin

27 Marzo 2008

Da sempre nutro un’istintiva antipatia
per la par condicio, la regola aurea che governa le trasmissioni
televisive in campagna elettorale. Non perché ignori quanto sia
importante regolamentare questo momento fondamentale della vita
democratica. Da sempre, però, quella regola mi è parsa ipocrita: creata
ad uso e consumo di una sola parte.

Non trovo
giusto, infatti, che forze politiche di dimensioni incomparabili godano
dello stesso spazio in televisione. E mi sembra illiberale il fatto che
un partito non possa orientare come meglio creda le proprie risorse. A
nessuno verrebbe in mente di pretendere che, per equità, tutti i
partiti abbiano lo stesso numero di sedi diffuse sul territorio
nazionale. E allora, perché mai questa regola dovrebbe valere per gli
spot e gli spazi a pagamento?

Da un paio di giorni
la mia avversione alla “regola” si è accresciuta. E vorrei spiegare
perché. E’ accaduto che una rete del servizio pubblico mi ha invitato a
un dibattito in diretta con Emma Bonino: lei collegata dalla Camera, io
dal Senato. Giunti all’ora della trasmissione, e già da dieci minuti in
postazione, una sovrascritta m’informa che il dibattito sarebbe stato
trasmesso in differita. Andava in onda, infatti, in versione integrale,
un comizio del Pd da Palermo con Finocchiaro, Veltroni e immancabile
giovane ventiseienne – mora, tipica bellezza isolana – di contorno.

Improvvisamente
le immagini della Bonino da Montecitorio mi avvertono che la
registrazione è iniziata. Seduto in solitaria malinconia in una stanza
disadorna al piano ammezzato di Palazzo Madama che funge da studio di
registrazione, con una pila di cassette accatastate alla rinfusa in un
angolo, sento assorto il soliloquio di Emma.

Non so
per quanti minuti ma, da par suo, risponde a domande sulla situazione
economica, il debito pubblico, la convivenza (politica, s’intende) con
la Binetti. Poi finalmente s’interrompe e, legittimamente, penso sia
giunto il mio turno. No. C’è prima l’aggiornamento da Palermo per
apprendere le ultime parole pronunziate da Veltroni (al comizio,
s’intende!). Sembra abbia detto di essere giunto a settantuno tappe
elettorali, quanti gli anni di Berlusconi.

Mi viene
concessa la parola. Il conduttore mi saluta come “Quagliarello” e io
sono indeciso se fargli notare che, oltre a dei minuti preziosi, mi ha
sottratto anche la “i” del mio vero cognome. Lascio perdere ma in cuor
mio m’incazzo. Mi chiede cosa ne penso della battuta di Veltroni
sull’età di Berlusconi. M’incazzo ancor di più e mi rifugio nella
mancanza di stile: Veltroni un minuto prima aveva sostenuto che gli
anziani sono una ricchezza del Paese!

Poi altre due
questioni fugaci. Una per sapere cosa ne penso dello spot socialista
con Gesù Cristo. Debbo trattenermi per non ripetere lo stesso giudizio
che Fantozzi aveva della Corazzata Potemkin. E, infine, finalmente
anche per me una domanda politica su Casini e la scelta di correre da
solo. Sto per abbozzare una risposta di senso compiuto quando il
conduttore mi leva la parola: “Senatore Quagliarello la debbo
interrompere. Purtroppo il nostro tempo è finito”.

Sono
furioso: tra il rosso pompeiano e il viola addobbo funebre. Mi attacco
al telefono e, dopo un po’, riesco a trovare il conduttore al quale
rovescio addosso di tutto. Non dimenticando di rinfacciargli il fatto
di avermi storpiato il cognome. Quando il poveretto riesce a replicare,
mi spiega che il “trattamento speciale”, del quale è consapevole, è
stato dovuto al fatto che non giungeva il segnale dalla postazione del
Senato. La motivazione mi pare risibile, visto che la trasmissione era
ormai in differita. Ma il mio interlocutore si diffonde con tanta
enfasi sugli scarsi mezzi dell’azienda che mi convinco dell’assenza di
malafede. In conclusione gli dico: “ E sia. Ho fatto la comparsa per
ragioni tecniche anziché per una dichiarata volontà politica. Sai che
consolazione!”.

A questo punto mi propone una
trasmissione riparatrice. Con fermezza e rigore… accetto. Altre volte
ho provato a protestare scrivendo alla Commissione di Vigilanza,
facendo interrogazioni o inviando lettere al Presidente. Il massimo che
ci ho ricavato è stato un fugace segno di solidarietà da Petruccioli,
incontrato per caso nei pressi del Senato.

Passano
meno di ventiquattro ore e sulle agenzie leggo della polemica sulle
partecipazioni a “Porta a Porta”. Se ho inteso bene, Berlusconi non può
andare in una trasmissione già programmata perché Veltroni, con la
scusa di pregressi impegni elettorali, ha deciso di non prendere parte
a una analoga puntata che si sarebbe dovuta svolgere una settimana più
tardi. Insomma, è come dire “no par condicio, no party!”. Il Veltroni
medesimo, in compenso, vorrebbe uno scontro diretto col Cavaliere, in
questo caso fregandosene di violare la norma che imporrebbe confronti
obbligati tra tutti i candidati leader: a conti fatti più di una
cinquantina di trasmissioni!

Metto in correlazione
ciò che nel mio piccolo mi è accaduto con le prepotenze di Veltroni (e
per fortuna che è buono!). Mi convinco definitivamente: la par condicio
è peggio, ma molto peggio di ciò che la Corazzata Potemkin era per il
mitico Ragionier Fantozzi.

Diario di un
candidato