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Il dress code del premier

La pochette di Giuseppi: il dandismo come arte di governo

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I sentimenti, come scrive D’Aurevilly, hanno un loro destino. Ce n’è uno contro cui si è spietati: la vanità. Nel vedere Giuseppi, a reti quasi unificate, quale replicante di se stesso nello stesso eloquio sulla pandemia del nulla elevato a sistema, ci si rende conto di quanto descriverlo è difficile, quasi quanto definirlo.

Il messaggio più forte, il più strutturato, che si insinua in noi governati non è dato dall’elemento concettuale, in quanto “ex nihilo nihil”, bensì dal codice, direi dall’arte, dell’abbigliamento di Giuseppi, una felice e insieme audace dittatura in fatto di toilette e di eleganza esteriore. Con l’espressione da “chierico scafato” che vorrebbe comunicare partecipazione al dolore di una pandemia che certo non ha causato lui ma da accettare con la consapevolezza che “in factum esse” rappresenta uno di quei rari, anzi rarissimi, eventi capaci di modificare, nel caso di Giuseppi in meglio, il destino di un uomo in senso politico. E quindi da governare con uno studio strenuo volto a rendere impareggiabile la propria immagine, la ieraticità dei suoi gesti, l’esistenza estenuata nella studiata ricerca della raffinatezza estrema con componenti squisitamente femminee: stile che trova la sua reificazione nella pochette, il vero simbolo e la vera cifra di questa stagione di governo.

E a Giuseppi, come scrive Brilli, va dato atto di redimere una cosa, la pochette, dal suo infamante statuto di merce. Ma il fatto che egli fondi l’essenza della propria cifra politica nel nulla elevato a sistema e nell’eleganza non deve far dimenticare che la cifra di tale eleganza è frutto di una ascetica cura corporale, di una toeletta defatigante: l’essenza del dandismo, ipostasi estrema dell’umano e dell’oggettuale resa possibile dall’abolizione dello statuto di merce di un capo di abbigliamento.

Mentre Giuseppi parla, con un po’ di immaginazione si potrebbe, accanto a lui, veder comparire Robinson, il maggiordomo di Brummel cui viene delegato il contatto con le cose. Il quale uscendo dal boudoir di Giuseppi con un fascio di pochette sgualcite chiosi con mestizia: “Queste sono le nostre disfatte”. Alla sua funzione fattile Giuseppi oppone la sublimazione della pochette: mistica transustanziazione di un capo di abbigliamento ad arte di governo.

Giuseppi, e gliene va dato atto, ha riattualizzato una legge fondamentale del “personaggio mediatico moderno”: che, come ha dimostrato Gombrich, consiste appunto “nell’elevare una cosa”, un capo di vestiario, una cravatta, una pochette a rango di una maschera che ingoia il volto, di maschera che si impone come elemento di immediata identificazione nella misura in cui condensa i segni del portatore in un “feticcio mediatico familiare”. Triste parodia della nera calzamaglia di attori di cui si veste la malinconia.

Un prototipo dunque, quello di Giuseppi, come arte di governo che contiene una rivolta al contrario contro la società dal “fare al sembrare”, dal “rivoluzionario al dandy”. Ma un prototipo che, nella fattualità, trasforma, e nel nostro caso alla lettera, la propria vita in un’opera d’arte; un artista, per dirla con Barbey, in cui tracciare un potenziale quasi “religioso”. Emblematici son gli accostamenti di Giuseppi a Papa Francesco, soccombente di fronte al glamour del primo con quel vestito papale dal taglio non impeccabile. E diciamoci la verità: non farebbe più figura Giuseppi come Papa?

Ma il problema, di noi cittadini, è che questa vanità soddisfatta che fa sfoggio di sé è già diventata fatuità: e c’è chi è fatuo per nascita, chi per ambizione, chi per caso, chi per studio. Ma su cui in fondo, quale debolezza umana, non si dovrebbe essere troppo severi. E’ quella vanità (fatuità), come dicono gli inglesi, “radicata perfino nel cuore degli sguatteri”.

Il vero problema è quando il vanesio fatuo assurge per straordinarie congiunzioni astrali a ruoli apicali di governo. E per la Nazione son dolori.

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