La politica come destino e la comunità da ritrovare (di G. Quagliariello)

Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

La politica come destino e la comunità da ritrovare (di G. Quagliariello)

12 Dicembre 2021

Quando Andrea mi ha invitato a presentare il libro nel quale ripercorre la vicenda umana di suo fratello Tony Augello, ho pensato l’avesse fatto soprattutto per una questione d’amicizia e di stima. Così, all’impronta, mi pareva di poter offrire un contributo assai modesto. Il libro, infatti, parla sostanzialmente della “guerra civile” a intensità variabile che si combatté a Roma negli anni Settanta e Ottanta e di come essa trovò poi uno sbocco nel decennio successivo all’interno delle istituzioni, portando la destra romana capeggiata da Tony a conquistare prima la Provincia e poi la Regione.

Questo mio pensiero si è rafforzato per la considerazione dei profili biografici degli altri protagonisti della serata alla quale ero stato gentilmente invitato a prendere parte: Goffredo Bettini e Francesco Storace, due attori protagonisti. Il primo, a quel tempo capo dei comunisti capitolini, ha ricoperto i panni del maggiore avversario di Tony e del suo progetto; il secondo fu l’uomo nel cui nome si compì “la riconquista” della regione, solo pochi giorni prima della scomparsa di Tony.

In un percorso di vita non poco movimentato, Roma da quarant’anni è il mio “campo base”. E’ la città dove sono nate le mie figlie. E’ il luogo nel quale, nonostante tutto, ho deciso di metter casa. Ma a Roma non ho mai fatto politica. E, soprattutto, alla “guerra civile” a intensità più o meno bassa, negli anni della mia adolescenza, sono stato estraneo. Al più ne sono stato una vittima. Non perché fossi immune dal virus della politica, tutt’altro. Ma perché in quegli anni ero radicale, esperienza di formazione della quale sono ancora grato a quanti me l’hanno concessa. Mi ritenevo, vagamente, un liberale. E in un liceo nel quale c’era un solo fascista, la Fgci e tutte le sfumature del gruppettismo rosso, la scelta radicale era una opzione quasi obbligata: per la mia generazione era quello il modo di essere “diversi”.

In teoria, ci dicevamo infatti “non violenti”: più per rigetto esistenziale di quel clima di permanente odio reciproco che per adesione all’ideologia del Mahatma Gandhi della quale conoscevamo allora assai poco. Nella pratica accadeva che le prendevamo da entrambi i fronti. Difendevamo i fascisti con i nostri avvocati, allorquando erano imputati per reati di opinione che derivavano in linea diretta dai codici del Ventennio. I comunisti non lo tolleravano e ancor meno quelli per i quali “uccidere un fascista non è un reato”. Per questo ci chiamavano “radical-fascisti”. L’appellativo, però, non costituiva un “green pass” agli occhi dei combattenti dell’altra sponda tant’è che a Bari, città nella quale sono cresciuto, a bruciarci la sede di Via Dante 110 furono i camerati. Forse perché rappresentava un obiettivo facile e indifeso.

Ricordo che un sabato sera, mentre tornavo da una pizza in compagnia di alcuni correligionari, il nostro gruppetto fu identificato e inseguito. Distinguevamo il rumore del roteare delle catene sempre più prossimo e io trovai riparo strusciando sotto una macchina mentre altri si barricarono in un portone. Quando le acque si calmarono e ci ritrovammo, ci chiedemmo increduli: “ma erano i fascisti o i comunisti?”. Il dubbio non è mai stato chiarito…

Confesso che questa sensazione di estraneità rispetto alla trama del libro si è ancor più acuita dopo la lettura delle prime pagine, quelle che descrivono il percorso di formazione dei giovanissimi fratelli Augello: dalla letteratura impegnata ai fumetti d’autore, passando per il ciclo di Salgari, fino all’opera completa di Alexandre Dumas. Una impressionante mole di letture per di più ordinate, quasi un “piano quinquennale”. Da far tremare i polsi anche a uno come me che da una delle sue prime fidanzate, per il compleanno dei 16 anni, si fece regalare L’Italia vista dall’America di Gaetano Salvemini. Al punto che mi è venuto da pensare di aver evitato l’estremismo grazie al calcio e al ping pong ai quali, in adolescenza, ho dedicato forse lo stesso tempo che ai libri!

Poi, all’improvviso, la scoperta che non ti aspetti. E il libro di Andrea, che pure mi aveva fino a quel momento appassionato ma come interessato spettatore, ai miei occhi ha assunto un significato nuovo. Ho appreso infatti a un certo punto, godendo pagina dopo pagina della brillante scrittura di Andrea, un fatto che non conoscevo: Tony, prima di trasferirsi a Roma, ha frequentato il mio stesso liceo, l’Orazio Flacco di Bari. Per un pelo non ci siamo incontrati: lui ha lasciato la scuola l’anno prima che io vi facessi ingresso. E Andrea ricostruisce come risalgano proprio a quel lasso di tempo gli incunaboli della sua militanza missina. A determinarla furono circostanze in fondo occasionali che incontrarono una sensibilità particolare. In ciò quella di Tony è una storia comune a tanti nostri coetanei. Erano le occasioni a decidere da quale parte stare: un accadimento, un maestro, un amico, più spesso una ragazza…

Insomma: in quegli anni, nei quali per la maggior parte degli adolescenti l’impegno politico era totale, l’appartenenza che spesso avrebbe condizionato una vita intera era determinata, in fondo, da casualità. E questo è vero per chi è stato fascista, per chi è stato comunista e persino per chi è stato radicale. Con la maturità – chi più chi meno – tutti abbiamo compiuto una revisione della nostra esperienza giovanile. Ma lo abbiamo fatto partendo da quella matrice originaria, rimasta riferimento anche quando è stata declinata diversamente e persino quando è stata radicalmente contraddetta.

La ragione della profondità del solco che in quegli anni si scavò nella biografia di tanti di noi, Andrea la comprende fino in fondo e ce la trasmette con incredibile lucidità. I partiti sono celebrati dalla letteratura storica, e ancor più da quella politologica, come “i principi” di quella fase che va sotto il nome di Prima Repubblica. E certamente lo furono se si considera la loro funzione istituzionale. Ma per chi fu iniziato alla vita attraverso la politica, essi furono, in fondo, “sovrastrutture” di mondi più complessi e più pervasivi. Sicché si percepisce assai meglio il significato di una militanza leggendo il libro biografico di Andrea che un tomo di politologia dedicato al “polo escluso”. Così come l’universo del PCI lo si capisce più dalla “trilogia” di Vicky Festa che da tanta letteratura specializzata. E lo stesso, in fondo, potrebbe dirsi persino per la Dc: un mondo la cui essenza si coglie meglio in alcune interviste minori di Cossiga che dalla frequentazione di tanti archivi. Un tempo queste sfumature che offrivano sangue e nervi alla storia politica le si poteva ricavare dagli epistolari. Oggi che sono scomparse le lettere, perché persino le sensazioni importanti vengono comunicate attraverso messaggini estemporanei, i libri come questo di Andrea sono divenuti ancor più preziosi.

Ecco: anch’io come Tony e Andrea ho mosso i primi passi della mia vita autonoma in un mondo del quale, in fondo, il partito di riferimento era una “sovrastruttura”. E questa presa d’atto mi ha aiutato anche a capire qualcosa di più del mio legame con Andrea.

Il nostro rapporto umano si è stretto quando il PdL – esperimento di ibridazione tra culture non di sinistra dal quale avrebbe dovuto scaturire un “normale” partito di centrodestra europea – è stato messo in liquidazione. Quel passaggio fu in qualche modo la spartizione di uno spazio politico, che espose una parte – quella di destra – al rischio del minoritarismo, e l’altra – quella di centro – al rischio della privatizzazione. Sì, perché in fondo il ritorno a Forza Italia è stato un cedimento, da parte di Berlusconi, alla tentazione di far coincidere la sua forza politica col suo percorso eroico personale abdicando alla scommessa di creare qualcosa di duraturo.

Entrambi – Andrea ed io – in quel momento abbiamo reagito. Non avremmo avuto grossi problemi se avessimo scelto di “abbozzare” aspettando gli eventi. Ma avremmo tradito quel senso di avventura e di autenticità che ha caratterizzato, sin dagli esordi, il nostro approccio alla politica. “Questione di cellule”, si potrebbe dire parafrasando il titolo della canzone di Lucio Battisti preferita da Tony. Più laicamente e con minor enfasi, si è trattato del prezzo pagato alla propria biografia.

In questo tentativo, che da sette anni mi fa peregrinare da una sigla a un’altra pur di seguire sempre la stessa rotta, Andrea è stato più fortunato di me. Non soltanto perché, alla fine, ha ritrovato una casa simile a quella delle origini che nel frattempo il rischio minoritario era stata capace di sconfiggerlo. Soprattutto, perché lui la “diversità” alla base del pellegrinaggio l’aveva nel suo dna: l’aveva teorizzata e la continua a rivendicare come tratto distintivo del suo impegno. Alcune pagine del libro, a questo riguardo, sono chiare ed esplicite. Io no: a me la diversità non è mai piaciuta e l’ho combattuta a viso aperto. In essa ho persino scorto una radice comune della destra e della sinistra illiberali: la stessa che, probabilmente, ha portato in altri tempi Andrea a tentare “lo sfondamento a sinistra”. Per questo, per me è più difficile giustificare una nostalgia ed elaborare la deprecatiodella politica dei “tempi moderni”.

E pure, a costo di una contraddizione, si tratta di un terreno che non posso esentarmi dall’attraversare. La politica della nostra adolescenza è stata persino aberrante in alcuni suoi tratti. Ma, in tanti modi a volte distorti, risolveva il problema del rapporto tra persona e comunità che, nella sua espressione più proficua, è il rapporto tra un tutto (la persona) con un altro tutto (la comunità) che ti dà la libertà di realizzarti attivando allo stesso tempo una responsabilità nei confronti di chi ti circonda.

Si tratta di un rapporto affrontato e risolto in maniere differenti da tutte le principali culture politiche: quella nazionale, certamente; ma anche quella cattolica, quella socialista e persino quella liberale laddove Tocqueville ci ammonisce sull’importanza che i corpi intermedi hanno nella costruzione di un’autentica libertà.,

Negli ultimi decenni il diffondersi del relativismo ha messo in ombra questo retroterra e così l’impegno politico è divenuto, per lo più e per i più, un esercizio di solipsismo individualista. Oggi, anche a causa della pandemia, si apre qualche spazio di ripensamento. Un libro come quello di Andrea è, in fondo, anche una spinta a non smarrire l’occasione.