La politica dopo il Covid, tre istantanee per un delitto

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La politica dopo il Covid, tre istantanee per un delitto

La politica dopo il Covid, tre istantanee per un delitto

09 Agosto 2020

Tre istantanee per un delitto. Dove la vittima è la politica e l’assassino non identificato per i troppi fattori che hanno concorso all’omicidio.

Primo scatto: l’ormai celebre tweet del sottosegretario grillino agli Esteri, Manlio Di Stefano, per esprimere solidarietà ai “libici” per le esplosioni di Beirut. Uno svarione non da poco per chi ricopre un ruolo del genere, giustificato del diretto interessato come mero errore di battitura. Il che può pure darsi e potrebbe anche essere liquidato con una risata, se non fosse per l’identica castroneria replicata a ruota da una senatrice del M5S e soprattutto per il fatto che la politica estera dettata al nostro Paese dai pentastellati, laddove esiste, è disastrosa.

Secondo scatto: aula del Senato, dibattito sul decreto legge con il quale il governo, in vista delle elezioni regionali, ha imposto alla Puglia di prevedere non la parità di genere nella composizione delle liste (che già c’era) ma la possibilità di esprimere una doppia preferenza, un uomo e una donna. Il collega senatore Roberto Calderoli spiega nel suo intervento che la convenienza di questo meccanismo per le donne è tutta da dimostrare: in caso di doppia preferenza sono infatti in uso gli “accoppiamenti” fra candidati di sesso diverso – nel senso che lei fa votare anche lui e lui fa votare anche lei, per incrementare i rispettivi consensi – e, come ha osservato Calderoli, elettoralmente le donne sono in prevalenza monogame (nel senso che abbinano il proprio nome a un solo candidato) mentre gli uomini sono tendenzialmente “traditori”, ovvero stringono alleanze con diverse concorrenti facendo a volte credere a ciascuna di loro di detenere l’esclusiva. Metafora pertinente e soprattutto, per chiunque mastichi di competizioni elettorali con preferenze, non distante dalla realtà.

Apriti cielo. Da giorni il collega leghista è oggetto di contumelie e strali telematici perché la superficialità dell’attuale comunicazione politica ha trasformato un ragionamento sulle dinamiche elettorali in una considerazione di questo tipo: siccome mediamente gli uomini sono più infedeli delle donne, alle elezioni sono avvantaggiati perché ognuno di loro ha quattro-cinque amanti pronte a votarlo mentre la donna può contare su un solo uomo. Neanche la fatica di ascoltare un intervento prima di commentarlo, e il bello è che al surreale tam tam contro Calderoli non si sono sottratti nemmeno attivisti che di politica qualcosa dovrebbero masticare. Ma questo è il livello della discussione nell’era dei social.

Terzo scatto: i verbali del comitato tecnico-scientifico sull’emergenza Covid e la magra figura del presidente del Consiglio. Non mi iscrivo al partito di coloro che contestano a Conte la non congruenza tra le indicazioni dei tecnici e le decisioni del governo: queste ultime possono essere state giuste o sbagliate, ma erano indubbiamente prerogativa della politica. E voglio anche evitare di applicare il senno del poi a una fase nella quale di certezze ve n’erano assai poche.

“Assolvere” il premier sarebbe tuttavia assai più facile se egli non si fosse per primo, all’epoca, trincerato dietro il parere di comitati che – si scopre oggi – avevano detto tutt’altro. Se non avesse sostituito il dibattito nelle sedi istituzionali con una pletora di task force. Se avesse per primo rivendicato alla politica la responsabilità di scelte difficili e ardue decisioni, e le avesse di conseguenza affrontate con quel senso della misura e quel vasto coinvolgimento che la gravità del momento avrebbe richiesto. Se infine, avesse dato prova di un minimo di consapevolezza su ciò che certe determinazioni avrebbero comportato, assumendo provvedimenti economici in grado di far corrispondere a un indebitamento record (che c’è stato) una efficacia reale in termini di sostegno a un sistema produttivo messo in ginocchio.

Queste tre istantanee agostane suggeriscono tre conclusioni. Si tratta di questioni non inedite, di tendenze già manifestatesi negli ultimi anni, che tuttavia l’emergenza Covid – per l’eccezionalità della situazione e per l’entità della crisi che ne è derivata – ha in qualche modo cristallizzato e fatto esplodere in tutta la loro evidenza.

La prima è che la politica ha divorziato dalla competenza. E’ l’unico mestiere al mondo per il quale l’esperienza e l’expertise sono considerati dei disvalori. Nessuno si farebbe operare da un chirurgo che non è mai entrato in sala operatoria, nessuno farebbe costruire un palazzo ad un ingegnere che non ha mai fatto un calcolo, e invece mettiamo tranquillamente la gestione del dossier Libia in mano a chi non sa che è una cosa differente dal Libano! I politici competenti di un tempo avranno anche tante colpe ma, per favore, si spari pure su di loro e sui loro difetti ma mettiamo in salvo la competenza che è qualcosa della quale non si può fare a meno. E in questi mesi ce ne siamo accorti.

La seconda conclusione è che la politica si è ridotta alla battuta di un’istante. Un tempo era un vanto dire “noi veniamo da lontano”. E si considerava serio e importante solo quel che conquistava la durata. Oggi tutto si consuma nello spazio di un mattino o di una serata di comunicazione. L’effetto è quello del “grande fratello”: sei sotto i riflettori e devi stupire, non importa se quel che fai, che scrivi, che dici suona fesso come una moneta falsa. Non importa se estrapoli una frase da un intervento parlamentare, non la capisci e la dai in pasto alla platea deformandone i connotati. Il tempo di accorgersene e l’effetto è già svanito, passato in cavalleria, evaporato.

La terza è che la politica ha un rapporto difficile con la responsabilità. Si è iniziato schiacciando il giudizio politico su quello penale: se un magistrato non ti incrimina puoi fare quel che vuoi, anche la più grande castroneria, la cosa è politicamente legittima. E se poi ti assolve, sei in automatico politicamente “santo” anche se hai fatto disastri. Su questa scia, i politici hanno lasciato sempre più spazio ai tecnici al punto da riempire il territorio patrio di “task force” d’ogni razza e colore. Salvo poi scoprire che dietro questa facciata i governanti hanno fatto quel che volevano, scaricando al momento sui tecnici la propria responsabilità, salvo poi rivendicarla “a babbo morto” quando il giochetto viene fuori: passata la festa gabbato lu santo.

Verrebbe da dire “agosto, politica mia non ti conosco”. Purtroppo però non si tratta di un incubo di piena estate. Questa è la realtà della politica, in particolare della politica dopo il Covid. Ed è da qui che dovremmo ripartire.