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La provocazione della Lega sui dialetti merita qualche critica e molte riflessioni

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La proposta della Lega di introdurre un test per insegnanti e dirigenti scolastici “dal quale emerga la conoscenza della storia, delle tradizioni e del dialetto della regione in cui intendono operare”, al di là delle letture che se ne possono dare da parte degli addetti ai lavori e dei commentatori politici, pone alcuni problemi sui quali varrebbe la pena riflettere seriamente.

Ancora una volta il movimento ‘padano’ si fa portatore di interessi e di valori legati al territorio e, come succede regolarmente, muove a sdegno i cultori dell’”universalismo”. Le società decadenti rispondono alle sfide con l’invettiva e con la retorica ma ben di rado si sforzano di neutralizzarle, cercando di discernere quanto vi è di salutare e di (potenzialmente) progressivo in una ‘provocazione’ e quanto, invece, vi si contiene di regressivo e di barbarico. E’ il destino cui vanno incontro tutte le critiche al ‘sistema’ fatte in nome della ‘comunità’ e non della ‘società’, dell’appartenenza e non della ‘ragione’ (illuministica). Ogni rimessa in questione dell’unità fondata sull’eguaglianza – ovvero dell’eguale trattamento del diverso – attiva la diffidenza di chi vi vede il ritorno alla ‘tribù’ come se nel mercato politico e culturale fossero tollerabili solo le merci che producono assimilazione e omogeneizzazione.

Ricordo un servizio televisivo di alcuni anni fa su Haider che, a riprova della pericolosità del suo programma, presentava la proposta di contenimento dell’immigrazione extracomunitaria, la difesa dei parchi naturali, la tutela della fauna alpina etc. come se si iscrivessero nella stessa linea di pensiero che aveva portato tempo prima il leader austriaco a tessere l’elogio della politica economica del Terzo Reich (unicamente per la capacità di dar lavoro a sei milioni di disoccupati). A scanso di equivoci, se fossi stato cittadino della Repubblica federale d’oltredolomiti non avrei mai votato per Haider e cittadino italiano residente in una regione settentrionale non voterei mai per la Lega. A impedirmelo sarebbero i ritratti, che porto nel cuore, di Cavour, di Garibaldi, di Mazzini, di De Sanctis, di Minghetti, uomini che si batterono per l’Italia unita e avversarono la soluzione federale, pur se alcuni di loro simpatizzavano, da buoni liberali d’antan, per le ‘autonomie locali’.

Nella grande contesa sulla civiltà comunale e umanistica dell’Italia premoderna che, nell’Ottocento, contrappose J. C. L. Simonde de Sismondi ad Edgar Quinet, la ragione, a mio avviso, stava tutta dalla parte del secondo. L’Autore delle Rivoluzioni d’Italia (1851) giustamente obiettava allo svizzero-toscano, cantore delle repubbliche italiane, che, come aveva “visto bene” Machiavelli, “se lo spirito di libertà non è nel cuore di una repubblica, essa può diventare una macchina d’oppressione peggiore d’ogni monarchia”. In polemica con l'interpretazione liberale della natura dei comuni del Sismondi – lo ricorda Giuseppe Santonastaso nella sua bella monografia su Edgar Quinet e la religione della libertà, (Dedalo, Bari 1968) – il grande ‘prince de l’esprit’ della Francia di Tocqueville e di Michelet, “pone il terrore quale principio del loro governo. Tale terrore accentua la lotta tra gruppo e gruppo, città e città fino alla soppressione dei propri nemici, tale la caratteristica comunale. Aiutare il popolo ad uscire dalla tomba significa per Quinet fare i primi passi sulla via della libertà”. Le ‘libertà comunali’, in realtà, somigliavano troppo da vicino a quelle ‘antiche’, di cui aveva parlato Constant nella famosa prolusione del 1819 e seppure le repubbliche medievali, protese verso il mare e i commerci continentali, erano assimilabili alla felice ‘eccezione ateniese’, non va dimenticato che, come la città di Pericle, non conoscevano affatto le ‘garanzie della libertà, l’habeas corpus, i conflitti regolati tra i partiti che arricchiscono la polis e non la distruggono. Insomma, non c’era molto da rimpiangere nell’Italia dei mille campanili e, d’altra parte, non fu l’ossessione unitaria sabauda a determinarne la decadenza ma l’insostenibilità delle lotte civili, che causarono la decadenza di economie che comunque non potevano più essere di scala, come richiedevano i nuovi tempi, e fecero riguardare il dinasta locale, pur con i suoi vizi e il suo stile tirannico, come preferibile all’anarchia, alle proscrizioni, agli esili delle famiglie e delle fazioni sconfitte.

Ciò premesso, tuttavia, è superfluo avvertire che un conto è la nostalgia del passato, un conto ben diverso è la sua rimozione totale. La Roma repubblicana e quella imperiale albergavano nelle loro mura tanta di quella violenza che Simone Weil, in un suo saggio famoso, giunse a definire i “nostri antenati” come i nazisti dell’antichità – col pensiero, naturalmente, rivolto agli schiavi, ai sanguinosi giochi dei gladiatori, alle mortali contese politiche, alla sottomissione di intere popolazioni non italiche e alla cancellazione delle loro culture, dei loro saperi, delle loro credenze religiose. Nel quadro a tinte fosche della Weil mancavano molti ‘particolari’ forse non trascurabili per la storia della civiltà occidentale ma resta il fatto che solo un intellettuale esaltato, come lo Julius Evola dei saggi sull’imperialismo pagano, poteva auspicare il ritorno a un ‘ethos’ che millenni di cristianesimo avevano (con gran beneficio per il genere umano) sotterrato. Ciò non toglie, tuttavia, che la latinità è il grande bacino di coltura dell’Europa e rimane uno dei pilastri della nostra formazione spirituale.”Noi francesi, proclamava con orgoglio il grande storico Fustel de Coulanges, siamo di razza celtica e di cultura romana”. E’ giusto, pertanto, che nelle scuole europee ci siano corsi di studio che tengano vivo il ricordo di un mondo scomparso: la sua lingua, la sua letteratura, i suoi templi, le sue arti, i suoi fori.

E’ un discorso che a fortiori vale anche per le culture – nel senso lato del termine – che hanno segnato il Medio Evo, l’Umanesimo, il Rinascimento, il Barocco e che ci sono assai più vicine e non solo per la maggiore prossimità temporale ma altresì per le comuni radici cristiane rispetto a quelle che nutrirono i Bruti, i Catoni, i Cesari. Nei nostri centri storici esse sono ancora oggi vive e presenti, nelle piazze, nelle chiese, negli edifici pubblici, e se non ci fosse stata l’eccessiva generosità patriottarda e resistenziale nell’assegnare nuovi nomi alle strade (e spesso di poveracci freddati da una granata austriaca o da una mitragliata nazista e repubblichina), ancora adesso sapremmo quali attività si svolgevano in Via dei Librai, Via dei pellicciai etc.

La Lega fa bene a esigere che non si perda la memoria storica, che si alimenti il legittimo orgoglio dell’appartenenza a territori che, nei loro ‘bei dì’, hanno concorso a renderci quali siamo. Nei miei anni giovanili, frequentavo scuole che pretendevano da me che sapessi dove si trovavano i Vosgi ma non si scandalizzavano affatto se ignoravo che quelli che vedevo, uscendo di casa, erano i Monti Lepini e che alle mie spalle torreggiavano i contrafforti del Gran Sasso d’Italia. La ‘riappropriazione’ culturale, geografica, linguistica del territorio, pertanto, va seriamente meditata e apprezzata. Sennonché il principio, posto che da qualche secolo viviamo in una società regolata dal “diritto dei moderni”, deve valere per tutti e non consentire discriminazioni di sorta. Questo non significa solo, com’è ovvio, che non sono tollerabili trattamenti diversi tra il Veneto e la Campania e che, se per insegnare a Venezia bisogna averne appreso la storia, l’arte, la letteratura, i costumi, per insegnare a Napoli si richiedono le stesse, identiche, competenze: su di esso, forse, siamo tutti d’accordo – a cominciare dagli stessi leghisti che non vorranno certo passare per razzisti, né far la parte di chi, considerando, ad es., la civiltà veneziana superiore a quella napoletana, ritiene imprescindibile la conoscenza della prima e del tutto indifferente quella della seconda.

Il disaccordo, invece, comincia con l’obbligo per “tutti” gli aspiranti professori – nativi e non nativi –  a essere ben informati sulla regione nella quale chiedono di insegnare. La materia del sapere, in ogni campo anche in quello delle ‘tradizioni popolari’, è quanto mai ricca, complessa, fatta di approcci plurisecolari e pertanto non basta essere venuti alla luce ed esser vissuti in un paese o in una provincia, per ‘dare affidamento’. Cultore della ‘napoletanità, mi sono sempre meravigliato dell’ignoranza di tanti amici della colta borghesia partenopea che ignoravano fatti, luoghi, produzioni artistiche, e soprattutto musicali, che hanno segnato la storia della vecchia capitale borbonica. Se i miei amici volessero fare i dirigenti scolastici nella loro regione dovrebbero essere esonerati da qualsiasi verifica dei loro ‘saperi’ per la semplice ragione che il loro accento napoletano è più corretto del mio?

I “dialetti” non sono cose ‘leggere’: a rigore, in molti casi quelli che vengono così chiamati, sono vere e proprie lingue che l’”imperialismo culturale toscano” (per parlare come parla ancora qualche imbecilli reduce del ’68) ha messo in ombra. Se si pensa a Lu cunto de li cunti di Giovambattista Basile (che Roberto De Simone ha ritradotto nella Gatta Cenerentola) o ai Sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli o all’opera di Carlo Porta, non si può non rilevare che ci si trova in presenza di produzioni letterarie che richiedono nozioni storiche e linguistiche non meno impegnative di quelle richieste dalla lettura della Divina Commedia (fatta salva, naturalmente, la diversa rilevanza del capolavoro dantesco). Avere sentito in casa che in genovese il fazzoletto si chiama mandillo e che in romanesco la parola Fiume senza articoli designa il Tevere, non è un titolo automatico di abilitazione per chi voglia insegnare a Savona o a Viterbo.

Le arti, i linguaggi, la musica, la poesia, le antiche saghe, le feste popolari, i balli, i monumenti, le chiese, le credenze religiose, di un territorio – e specialmente nel nostro paese – sono, per così dire, “patrimonio dell’umanità”. Queste ‘manifestazioni dello spirito popolare’ da sempre interessano schiere di studiosi – e non solo italiani – le cui ricerche sono consegnate a un’imponente serie di atti di convegni, pubblicazioni, documentari cinematografici, repertori fotografici etc. Non se ne dovrebbe esigere la competenza per quanti chiedono di essere iscritti agli albi dei docenti di una regione? E chi poi provvederà alla stesura di questi albi se non gli esperti in materia, che possono benissimo non “essere del posto” e anzi assai spesso non lo sono? Se fosse vivo il genovese-fiorentino Giacomo Devoto, grande conoscitore del dialetto ciociaro, non dovrebbe far parte de jure della Commissione incaricata di certificare se determinati professori hanno tutti i titoli linguistico-culturali per insegnare in provincia di Frosinone?

Le cose o si fanno bene o non si fanno. Se occorre un pri–patentino regionale d’insegnamento —non si penserà mica che a rilasciarlo siano o sciù Bacciccin o il sior Canciano o la sora Augusta maritata Cecioni o i pur benemeriti circoli culturali e folk che sorgono per stare in compagnia e "potesse ricordà de’ noantri”? Forse a qualche militante leghista arriderà l’idea di vedersi assegnati compiti di filtraggio e di esclusione dei ‘foresti’ e, forse, a qualche dirigente padano non sembrerà vero poter compensare i suoi fedeli con i posti che potrebbero mettersi a disposizione degli esclusi da altri più pingui bottini.

Dispiace deluderli ma in un paese civile ogni conferimento di titolo che abiliti a qualche mansione pubblica comporta delicati problemi costituzionali di diritti soggettivi e interessi legittimi. Nella fattispecie, si potrebbero prefigurare corsi universitari di Lingue e Tradizioni delle varie realtà regionali con un esame finale vincolante per quanti richiedono il ‘patentino regionale d’insegnamento’ come lo è l’esame di Letteratura latina per i futuri insegnanti di lettere delle Medie Superiori. Naturalmente va da sé che dette cattedre potrebbero venir attivate in ogni Ateneo della penisola, anche se prevedibilmente è difficile che l’Università del Molise attivi Lingua e Civiltà veneta. In ogni caso, ripeto, dev’essere una legge a regolare gli accessi, la formazione delle Commissioni, i programmi d’esame.

Qualcuno potrebbe chiedersi: “ma tutto questo non si risolverebbe in nuovi aggravi didattici e scientifici, in ulteriori pratiche burocratiche, nella moltiplicazione dei pani e dei pesci delle cattedre?” Per un liberale favorevole all’abolizione del valore legale dei titoli di studio e alla più completa libertà di ricerca e di scelta universitaria, la risposta è inequivocabile. Il tema sollevato dalla Lega, però, resta: la full immersion nel territorio in cui vive potrebbe essere una preziosa forma di ‘acculturazione’ per i giovani sempre più apolidi, sempre più indifferenti a quel pochissimo di retorica patriottarda che si fa nelle aule scolastiche e nelle manifestazioni ufficiali e, nello stesso tempo, sempre più scettici nei confronti delle ‘ideologie universalistiche’ che avevano tanto sedotto nonni e genitori. Il problema vero sta nel conciliare la ricordata, intoccabile, libertà dei cittadini di programmare la loro vita e i loro studi come meglio credono e l’esigenza comunitaria di impedire il loro sradicamento dalla piccola (regione, città, provincia) come dalla grande patria (lo stato nazionale e domani , chissà, quello federale europeo). E’ una questione sui cui ritorneremo.

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2 COMMENTS

  1. Articolo fessissimo e
    Articolo fessissimo e condito con i più beceri
    pregiudizi e luoghi comuni sulla Lega.

  2. Qualche dubbio
    Che i Romani siano stati “i nazisti dell’antichità” e che abbiano sotterrato (invece di rispettare e tollerare, come hanno sempre fatto) le religioni e le culture non italiche lo penserà solo il Weil.

    Che Evola sia “un intellettuale esaltato” e che sia stato un bene la demolizione dell’identità Tradizionale e pagana dell’Europa da parte del Cristianesimo, invece, purtroppo lo pensano in tanti. Ma mi sa che si sbagliano, e molto anche.

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