La Quadrennial Defense Review, il mondo secondo il Pentagono
13 Febbraio 2010
Agli inizi di febbraio è uscita la Quadrennial Defense Review del 2010, la prima dell’amministrazione Obama. Si tratta di un documento elaborato dal Pentagono che fissa le linee strategiche per gli anni a venire. Assieme ad altri due documenti relativi alla politica estera (la Quadrennial Diplomacy and Development Review elaborata per la prima volta nel 2009 sotto la direzione di Hillary Clinton) e alla sicurezza interna (Quadrennial Homeland Security Review), la Quadrennial Defense Review costituisce il nucleo centrale di riferimento per orientarsi nel mare magnum del settore difesa americano in modo da comprenderne le priorità, gli obiettivi e le prospettive. I lettori italiani sono a conoscenza dell’esistenza di queste linee sicuramente da quel fatidico 11 settembre 2001, ma il primo report fu del 1997. Washington allora valutò che, con la fine della guerra fredda e la scomparsa di un avversario noto che fissava in maniera non ambigua l’agenda delle minacce, il mondo era diventato sempre più instabile e urgente e che di conseguenza era emerso il bisogno di fare il punto regolarmente su quali fossero i pericoli emergenti e le contromisure necessarie ad affrontarli.
Non si capisce la necessità di un documento di questo genere se non si tiene presente che le forze armate per cambiare mentalità e adattarsi a nuovi compiti hanno bisogno di anni; inoltre, va considerato che una forte resistenza al cambiamento è generata dalla mentalità pianificatoria americana e dai freni imposti dal pachiderma della burocrazia. Si pensi, per fare un esempio sotto gli occhi di tutti, cosa significhi passare da un esercito pronto ad affrontare i sovietici con armi nucleari, e magari scontrandosi con migliaia di carri armati nelle pianure dell’Europa centrale, a delle forze armate che devono vedersela con una moltitudine di nemici imprevedibili come i pirati somali, o con le guerre asimmetriche in Afghanistan e Iraq, la minaccia nucleare iraniana, le emergenze umanitarie disastrose come quella di Haiti, gli attacchi dal cyberspazio senza per altro sguarnire la forza tradizionale; o si pensi alla marina a cui spetta il compito di salvaguardare la libertà di navigazione mondiale o all’esercito che deve poter rispondere alle sfide di un nemico complesso e che non ha ancora espresso tutte le sue potenzialità come la Cina. Se si considerano tutti questi elementi, a cui vanno aggiunti i tempi tecnici di messa in opera di nuovi sistemi d’arma, si capisce l’orizzonte temporale ventennale della validità di un simile documento.
Il passo successivo alla fissazione degli obiettivi è ovviamente quello delle allocazione delle risorse, compito ingrato su cui si assommano tutte le tensioni tra fautori di una strategia piuttosto che di un’altra, anche perché le missioni operative all’estero in teatri distanti migliaia di chilometri da casa costano un mucchio di soldi e in un periodo di crisi le discussioni sul bilancio sono all’ordine del giorno. Se si includono le spese per finanziare le guerre afghane e irachene, dal 2001 le spese del Pentagono rispetto agli anni precedenti sono salite infatti del 70%! E per il prossimo anno è invece previsto un incremento di un misero 0,2% (dato indicizzato all’inflazione) per un totale di 708 miliardi di dollari. Questo significa che le spese militari nel 2011 saranno il 13% più alte di quelle durante la guerra di Corea, il 33% più alte di quelle del Vietnam, il 23% di quelle durante l’era Reagan, il 64% in più di quelle durante la Guerra fredda e del 15% di quelle post caduta del muro (tutti questi dati sono reperibili da un documento ben fatto del Center for a New American Security).
Nel Quadrennial Defense Review del 2010 non ci sono grandi novità rispetto al passato, ma uno dei punti più interessanti è senz’altro quello relativo alle small wars, le guerre di insorgenza e contro insorgenza. Fino all’11 settembre, il Pentagono era pronto a sostenere contemporaneamente “2+1”, cioè due conflitti maggiori e uno secondario. Da quel giorno, però, molte cose sono cambiate, e la formula è stata riaggiustata: alla luce degli effetti della globalizzazione, la frammentazione del mondo legata alla sua interdipendenza, l’urbanizzazione crescente, la supremazia tecnologica e militare degli Sati Uniti accompagnata da un relativo declino economico, fanno sì che non ci siano competitor in grado di sfidare Washington sullo stesso piano, mentre sempre più probabili sono i conflitti asimmetrici magari non della stessa forza di quello afghano e iracheno.
Per una rassegna critica sulla Quadrennial Defense Review si vedano i seguenti documenti: Defense News,Center for Strategic and International Studies, The Heritage Foundation, The Center for Strategic and Budgetary Assessments.
Afghanistan
Da segnalare l’ottimo aggiornamento a cura dell’Institute for the Study of War sulla battaglia che è iniziata in Afghanistan intorno alla città di Marjah. L’ operazione Moshtarak (“insieme”) è la prima offensiva su larga scala portata avanti dagli Stati Uniti, dalle truppe della coalizione e dalle forze afghane ed ha come obiettivo la riconquista della città nella provincia di Helmand tenuta dai talebani diventata un importante centro di produzione e commercio dell’oppio.
Ecco l’indicazione di un blog di un corrispondente free lance dall’Afghanistan. E’ a cura di un ex berretto verde e tra le altre notizie, tra cui un reportage sulle basi americane e sulle difficoltà logistiche della guerra in Afghanistan, ci sono delle belle fotografie.
Segnaliamo un’interessante recensione ad un promettente libro “The Insurgent Archipelago” dell’inglese Johm Mackinley; l’autore ha due enormi vantaggi: è inglese, non americano – come Kilkullen e Rupert Smith, due che hanno scritto i migliori ultimi libri sull’argomento – e ha un’esperienza ventennale sul campo nelle operazioni di contro insurrezione iniziata nel Borneo come comandante di un gruppo di Gurka. Il pregio maggiore, ad una scorsa rapidissima, è l’analisi dei nuovi tipi di insorgenza globale e ispirata da motivi religiosi, e le contromisure da prendere, prima tra tutte la battaglia delle idee.
