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La questione idrica non risparmia l’Occidente

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L’oro blu e’ news ormai da parecchi anni. Siccita’, cambiamenti climatici, competizione per le risorse e disastri ecologici hanno dato vita a una disciplina autunoma dal nome rivelatore: idropolitica. E la “geopolitica dell’acqua” si e’ affermata come uno dei settori chiave degli studi strategici per il XXI secolo.

Tuttavia, l’attenzione degli studiosi troppo spesso e’ stata catturata da scenari estremi e da luoghi lontani: future guerre per l’acqua in Medio Oriente, Africa e Asia Centrale; deserti che avanzano nell’immensa periferia del mondo; approvvigionamento di cibo a rischio per centinaia di milioni di persone. Tutte minacce di primo piano per la stabilita’ mondiale, certo. Ma la realta’ e’ che la “questione idrica” non e’ soltanto l’ennesima piaga che affligge i poveri della Terra. E’ piuttosto un’ipoteca che gia’ grava sul presente dell’Occidente. E’ arrivata alle porte delle nostre opulente citta’, irrompe senza convenevoli nelle fertili terre che fanno la ricchezza dell’agricoltura europea, e minaccia di sconvolgere le abitudini quotidiane di milioni di cittadini, troppo abituati a credere che l’acqua venga da un posto solo - dal proprio rubinetto.  

Da dove l’acqua venga - o piuttosto, da dove ha smesso di venire - lo sanno invece particolarmente bene gli australiani. Lo sanno perche’ vivono nel continente piu’ arido del mondo, e vi hanno ricostruito a opposte latitudini tutti i piaceri, e i dolori, delle societa’ occidentali. Da almeno 6 anni l’Australia e’ nella morsa di una siccita’ che condiziona la vita della nazione giorno per giorno. Perche’ non basta che i due terzi del continente siano abitati da un deserto rosso, struggente e inospitale. Il cielo degli antipodi e’ ormai troppo terso anche sopra con le terre che sono il cuore del settlement australiano, dove si produce il vino che rivaleggia con gli antichi vigneti d’Europa, dove crescono il grano e la frutta, dove i cowboy australi allevano le loro mandrie colossali. E dove sorgono le grandi citta’ - Sydney, Melbourne, Adelaide, Brisbane.

Sullo sfondo c’e’ un fiume, il Murray Darling, che non e’ un fiume qualunque: il 40% del cibo che si consuma in Australia viene dal suo bacino. E’ l’anima dell’agricoltura nazionale, il “granaio dell’Impero”, per parafrasare una storia da qui assai lontana. Il fiume, oggi, e’ in agonia rispetto ai tempi in cui la forza propulsiva dello spirito pionieristico europeo decise di trasformarlo da luogo selvaggio in una riproduzione dell’Europa agricola. Come una gigantesca pianura padana, per intenderci.

Ora, pero’, e’ la siccita’. Gli Stati australiani che condividono il fiume litigano sull’allocazione della poca acqua che rimane, mentre il governo federale cerca di avocare a se’ i poteri di gestione delle risorse idriche. Lo fa a suon di dollari, promettendo 10 miliardi in interventi di emergenza. Emergenza che e’ davvero tale: interi ecosistemi rischiano di sparire, inghiottiti da un sole invincibile; l’economia rallenta per gli effetti della crisi idrica; i prezzi dei prodotti alimentari crescono e potrebbero schizzare alle stelle dato che l’Australia e’ molto vulnerabile sotto il profilo degli approvvigionamenti alimentari (l’anno scorso in questo periodo, ad esempio, gli australiani non mangiavano piu’ banane. Per proteggere il fragile ambiente autoctono, il paese ha in vigore una rigida politica di quarantena, che vieta l’importazione di molti generi alimentari. Quando nell’aprile 2006 un terribile ciclone devasto

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