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La Regola di San Benedetto: un paradigma per l’azienda postmoderna

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Cos’è l’Europa? In molti si sono cimentati con questa domanda, in questi giorni di memoria, di riecheggiare della memoria dei cinquant’anni della fondazione della UE. Stucchevoli, spesso, questi proclami memorialistici. Lasciano il tempo che trovano e rischiano di non toccare le corde vibranti della realtà. C’è, invece, un altro modo di approcciare la realtà dell’Europa, come fonte spirituale ed antropologica di valore universale. C’è un altro modo, vivo e vero, aperto alla realtà dell’umano che si paragona all’avventura dell’edificazione e dell’educazione. Questo modo affascinante e puntuale, avvertito e colmo di esperienza sul campo, lo recuperiamo nel libro di Massimo Folador, L’organizzazione perfetta. La regola di San Benedetto: una saggezza antica al servizio dell’impresa, Guerini e Associati, Milano, 2006. In questa ricerca, che a tratti ravvisa la cifra del report agile e scattante sulla realtà, il monachesimo diventa la struttura elementare del modo di fare impresa, anzi di essere impresa. Impresa nel senso etimologico, dell’intrapresa individuale e comunitaria.

Questo è stato l’esempio concreto di Benedetto e dei suoi discepoli. Egli volle formarseli sul campo, i suoi monaci, con infinita pazienza e dedizione, senza un briciolo di moralismo nei confronti dei soldi, del profitto, della rendita economica di lungo periodo. Anzi, per contro, i frutti materiali, per Benedetto e il monachesimo benedettino, sono l’esito felice di un buon cammino spirituale, equilibrato e fecondo, per sé e per gli altri. Questo tipo di approccio, in una chiave più squisitamente storiografica, dovrebbe essere paragonato a quello francescano, degli inizi, in cui emerse addirittura la lettera di cambio, cioè la cambiale e la struttura di equivalente monetario per gli scambi, e ciò non con rigorismo pauperistico, evidentemente, ma con tutta l’attenzione all’edificazione, all’impresa nobile del costruire. E’ il protestantesimo, con Lutero soprattutto, che cominciò a considerare il denaro come “lo sterco del demonio”, ma il cattolicesimo, con l’imprinting umanistico ed equilibrato della sua paidèia, non ha mai nutrito quest’avversione verso i soldi e il profitto.

Inutile sottolineare, come ho varie volte fatto anche su queste colonne, come le cose, dopo il Concilio, siano molto cambiate. Non intendo ripetermi, perché è troppo più interessante inseguire Benedetto sui sentieri della paidèia classica, umanistica, della Bildung secondo la scuola romantica educativa tedesca: l’io in azione è il cuore dell’impresa. Un io fatto per lo sviluppo e la crescita, con tutto il carico di realismo sulla persona che è bene avere. La Regola di Benedetto comincia infatti con i dieci comandamenti, come a dire ai suoi: imparate prima i fondamentali, dopo correrete più velocemente. E così è stato. L’organizzazione, come vieve lucidamente illustrato in questo significativo contributo, non è legata ad uno strutturalismo aziendalistico, mai, non è mai così nel mondo della produzione e dell’azienda, che Folador conosce bene, anche nei suoi risvolti più quotidiani.

L’organizzazione è appunto “perfetta” quando tende alla compiutezza secondo i criteri benedettini: mission, valori e comportamenti legati da un’aura di edificazione positiva; disponibilità all’ascolto del proprio cuore e di quello degli altri compagni di avventura; obbedienza a chi guida come esercizio spirituale e di libertà (uno scandalo per la vita moderna, no?); apertura alle indidicazioni di chi ti vive accanto, con umiltà e lottando per avere consapevolezza della propria superbia (e chi lo fa, oggi come oggi?); l’esempio dei “capi”, di chi guida, che non è un “capetto”, ma un’auctoritas, uno che, come dice la parola stessa nella sua semantica originaria, “fa crescere”, da augeo, far crescere, e chi fa crescere? Le persone e il mondo stesso, l’ambiente, l’habitat aziendale, comunitario. Abbattuto così il muro divisorio artificioso ed ideologico tra l’io e la comunità: mai mettere in contrapposizione cose giuste.

Un grande filosofo canadese, Alasdair MacIntyre, osservò, anni fa, che, di fronte alla devastazione delle invasioni barbariche ed alla crisi della romanità imperiale, l’esperienza benedettina non si mise a far battaglie di retroguardia, ma si guardò intorno ed edificò là dove si trovava: un’isola di prosperità e di abbondanza di spirito e di frutti economici. Ecco, questa è la radice del capitalismo che io amo e per la quale, da liberale non ideologico, prendo parte. Quando Novak descrive il capitalismo come la figura economica, ma prima ancora culturale, in grado di tenere insieme la libertà e la creatività della persona, io sono d’accordo e so di trovarmi anche in compagnia di Benedetto. Non si affrontano le nuove sfide senza una dimensione antropologica ed un’idea di umanità che edifica per il bene individuale e comune.

Il concetto di interesse ha una radice fascinosa: inter-esse, esse insieme agli altri per costruire con gli altri. Ecco, dunque, che in chiusura del suo report agile ed acuto, Folador, riapre la partita della formazione con la lucidità di chi ha toccato con mano molte realtà di impresa e di anti-impresa. Un passaggio, per concludere: “Il concetto del cammino, del percorso resta un concetto utilissimo anche per il mondo del lavoro, alle prese con un mercato e inserito in una società altamente complessa e variegata. Un mercato nel quale non bastano più solo l’intuito, la buona volontà e l’esperienza, in cui portare avanti e perseguire strategie vincenti sembra divenuto un affare per pochi, una gara percorribile esclusivamente da chi si muove con competenza e tenacia. (…) Oggi a molti in azienda tutto sembra più strano, diverso, forse più difficile. Un mondo dove poco o niente può essere lasciato al caso e serve più tempo, più energia, più investimenti. Più tutto”. (p. 194). Dopo molte sbornie mercatiste e molta sbobba apologetica su “customer care” e quant’altro di analogo, è giunto il momento di rimettere le mani nella realtà dell’uomo e considerare impresa non solo l’organizzazione aziendale, ma anche e forse, in primis, soprattutto la vita stessa, che si gioca in un’avventura che affascina e sorprende continuamente. Schumpeter definì il capitalismo come una “distruzione creatrice”; bene, è un classico, e se oggi definissimo il capitalismo come l’arte di creare ricchezza mediante il valore della persona? Ma questa è materia per un’altra riflessione di frontiera.

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