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La ricetta di Tremonti passa per gli eurobond

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Nell’allegro disordine che sempre accompagna i cambi di governo, sarebbe un peccato perdere per strada spunti interessanti per il futuro prossimo.

Giulio Tremonti, a margine del suo intervento a Parigi, ne ha lanciato più d’uno.

Ha ricordato, per esempio, che da qualche tempo a questa parte si tende a distorcere la sostanza delle cose e ad ammantarla con nomi fuorvianti.

A chi obietta che i rimedi dei mercati sono i mercati stessi, va ricordato che gli interventi di salvataggio più massicci e intrusivi sono stati compiuti non dai mercati, ma nei mercati. E, per giunta, da soggetti statali.

Di fronte alla prospettiva del fallimento, gli istituti di credito sono stati letteralmente na-zio-na-liz-za-ti. Altro che “socializzazione della crisi”, “condivisione delle responsabilità” e avanti così con il marketing macroeconomico!

Da mesi assistiamo senza proferire verbo al salvataggio di una mega-banca (Northern Rock) da parte dello Stato britannico, o a continue iniezioni di denaro da parte della cassa depositi e prestiti tedesca nelle sue scalcinatissime partecipate.

Da dove arriva il denaro per i salvataggi? Dai mercati, forse? Nient’affatto: è denaro pubblico, soldi dei contribuenti.

Che dire poi dei continui interventi dei “fondi sovrani” -  fondi interamente controllati e gestiti non già da privati ma da Stati? In altri tempi ci saremmo stracciati le vesti sapendo che gli azionisti delle principali società occidentali (banche, assicurazioni, infrastrutture, ecc ecc..) sono cinesi o russi.

Oggi, con un disperato bisogno  di cassa, un occhio lo si chiude, e magari anche due.

Ma per intanto, nel caso dei “fondi sovrani” – anche volendo mettere da parte remore di tipo morale o etico – sempre di Stato si tratta e non di mercato.

E allora perché indignarsi tanto se Tremonti ritorna alla carica con i suoi EuroBond e propone una soluzione che metta assieme al tempo stesso mercati e Stati UE?

L’idea - la prosecuzione in chiave 2008 del “Piano Delors”- è semplice: emettere titoli di debito sul mercato, sfruttando la forza che ci deriva dall’euro alle stelle, per “fare leva”.

Perché il debito, se utilizzato con intelligenza, è un autentico volano della crescita.

Non solo a livello micro – il mutuo per la casa, la linea di credito per la start-up, ecc ecc -  ma anche a livello macro, di finanza pubblica. Agli Stati il debito fa bene, Tremonti ce lo ricorda nel suo “La paura e la Speranza” quando cita Alexander Hamilton. Il quale alla fine del ‘700 ebbe a dichiarare che ”un debito nazionale, purché non eccessivo, sarà una benedizione per la nostra nazione”.

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