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La riforma universitaria aiuterà a rilanciare anche l’economia locale

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Proprio nel giorno in cui l’Istat disegnava un quadro più che mai tragico sui dati occupazionali, i giovani sono scesi in piazza a protestare contro una riforma che chiunque, a meno di non voler cadere nella trappola della strumentalizzazione ad ogni costo, ha giudicato indispensabile.

A pensarci, fa una certa impressione, soprattutto perché questa riforma, ormai diventata legge dopo l'approvazione in Senato, la stessa contro cui i ragazzi urlano il proprio dissenso, vuole essere proprio un tentativo di migliorare un futuro che altrimenti rischia di rimanere incerto e insicuro.

Anche l’Abruzzo continua ad essere morsa dalla crisi: in un anno abbiamo perso circa 7mila posti di lavoro e l’emergenza tocca soprattutto i giovani. Se è vero che il sistema universitario è lo specchio di un Paese, mettendo insieme i dati il risultato non ha bisogno di ulteriori commenti. La nostra regione, come tutto il Paese ha bisogno di ripartire e se di fronte alla crisi economica siamo tutti persuasi che la partita si giocherà sulla capacità di rinnovamento, anche di fronte al sistema universitario dobbiamo essere convinti della necessità di tagliare i ponti con il passato. Nel frattempo, il “mondo dei saperi” si è trasformato e richiede nuove forme di organizzazione come anche di trasmissione.

Se queste sono le premesse, come si è potuto protestare contro una riforma che nelle intenzioni vuole solo tagliare i rami secchi per ridare vigore ad un albero, quello dell’educazione e della formazione, che sta irrimediabilmente perdendo le sue foglie? Non può non far riflettere, come ha sottolineato il ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini, che paradossalmente i più compatti nella protesta accanto ai giovani sono proprio i cosiddetti “baroni”. Forse perché d’ora in poi chi ha una cattedra sarà costretto ad andare ad insegnare? O forse perché verranno chiusi a doppia mandata i cancelli delle università di famiglia?

L’università oggi è schiava del corporativismo e sforna, salvo poche eccellenze, troppi laureati sulla carta. In queste condizioni si tradisce una missione, che è quella di consegnare ai giovani una prospettiva per il futuro. Questo significa negare il diritto allo studio e non cercare di distribuire le risorse in base alla qualità didattica o tagliare la ricerca che non produce.

Sarà un caso, ma proprio qualche giorno fa Lucia Votano, direttore dei laboratori del Gran Sasso, un centro di ricerca  eccellenza nel campo della fisica astronomica, intervenendo nel corso di un convegno organizzato dalla regione Abruzzo per fare il punto sui progetti di sviluppo finanziati dal Fondo Sociale Europeo ha offerto una riflessione significativa sullo stato di salute della ricerca italiana. Oggi la maggior parte dei talenti cercano sbocchi fuori dall’Italia. Ma un ricercatore, a conti fatti, costa allo stato italiano circa 500mila euro. Se poi quello stesso ricercatore svolgerà il suo lavoro in Francia piuttosto che in Germania, significherà che tutti i fondi spesi dall’Italia andranno a beneficio di quei Paesi.

Una grave contraddizione? Più semplicemente quello che rischia di accedere ogni giorno in Italia, dove nessuna università riesce a collocarsi tra le prime cento del mondo. Una circostanza decisamente grave. E’ quindi naturale che cambiare questo stato di cose rappresenta una sfida per chi governa e quindi ha il compito di costruire il futuro delle nuove generazioni.

Comprendiamo la protesta dei giovani. I giornali, il dibattito politico, le esperienze quotidiane gettano ombre e paure sul loro futuro. L’insicurezza investe ogni settore. Ma la paura, il più delle volte, è una cattiva consigliera perché si presta ad essere strumentalizzata provocando deviazioni rispetto agli obiettivi più onesti di una protesta. La istituzioni hanno invece il dovere e la responsabilità di interpretare il disagio, di comprenderlo e di trasformarlo in spinta vitale. Il ministro Gemini si è messo in gioco e ha provato a cambiare l’università italiana. Si è confrontata, ha aperto un dialogo, ha ascoltato tutte le istanze. Fino a quando non è arrivato il momento di decidere, proprio come è accaduto.

E’ sbagliato rifiutare ideologicamente questo lavoro. E’ giusto, invece, percorrere la strada del dialogo e della reciproca comprensione perché, per i giovani, abbassare la voce e ascoltare significherà investire sulla conoscenza e quindi sul proprio futuro.

 

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