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La ritirata tattica dei sindacati dal tavolo sulle pensioni

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Perché nelle notte tra il 26 ed il 27 giugno, la trattativa sul futuro (a breve e medio termine) della previdenza è stata dichiarata chiusa senza esito?

Perché a sbattere la porta sono stati quei sindacati (o più precisamente quella parte dei sindacati) che aveva appena incassato un successo superiore alle aspettative in materia di aumenti delle pensioni più basse (ivi compresa l’”una tantum” così vicina al “risarcimento sociale” di cui parla, dimenticando il proprio ruolo istituzionale, il Presidente della Camera Fausto Bertinotti)?

Perché ci si è accaniti tanto sul nodo dello “scalone” che, dati alla mano, interessa appena 60-65.000 persone l’anno nei prossimi tre anni? Perché, infine, invece di battere i pugni sul tavolo sullo “scalone” i sindacati non hanno chiesto che il Governo facesse (con il loro apporto e, se del caso, ottenendo finanziamenti alla bisogna) una campagna sui rischi (molto concreti) di impoverimento progressivo per chi va in pensione prima dei 60 anni e vedrà i propri assegni divenire sempre più sottili, anno dopo anno, in quanto il meccanismo di indicizzazione, collegato all’indice del costo della vita per gli operai e gli impiegati, non tiene conto degli aumenti progressivi di produttività?

E’ banale rispondere a queste domande sottolineando il valore simbolico assunto dalla battaglia contro lo “scalone” sin dai tempi della “fabbrica del programma” alla periferia di Bologna. Indubbiamente, il valore simbolico ha una sua funzione, come la ebbe una battaglia analoga per l’abrogazione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavori combattuta, e persa, da parte della Cdl circa un lustro fa. Tuttavia, non si vive di soli simboli. Ci vuole anche pane. E companatico.

L’irrigidimento dei sindacati sullo “scalone” è alimentato pure e soprattutto di pane e companatico. Quando nel 1995 venne varata la “riforma Dini”, il sindacato ottenne non solo comode poltrone negli istituti di previdenza e in quella Covip,  ma ha inteso non penalizzare le fasce di età vicine alla quiescenza (in gran misura tipiche della dirigenza sindacale di allora) e anzi gratificarle conservando per loro pensioni di anzianità e trattamenti calcolati con il metodo “retributivo”. Il Governo “tecnico” accettò un periodo di transizione di 18 anni (30-35 se si tiene conto delle pensioni di reversibilità) mentre nell’analoga riforma allora approvata in Svezia se ne legiferava uno di 3 atti (completato nel 1999 mentre la transizione italiana terminerà tra il 2012 e 2040), non solo per avere il consenso sindacale anche ipotizzando (del 1995) che nell’arco di dieci anni si sarebbero smaltite le fasce di età che la triplice voleva privilegiare.

Adesso, invece, c’è un vivace confronto intergenerazionale all’interno del sindacato: la nuova dirigenza teme “pensioni d’annata” più basse di quelle dei loro predecessori e su questo punto (non tanto su vessilli simbolici) non vuole cedere. Inoltre il sindacato ha bisogno di quadri: di teste e braccia semi-volontarie. Quale metodo di reclutamento più comodo di quello di pescare tra i 60.000 l’anno gratificate dall’abrogazione dello “scalone”. Avrebbero il privilegio di pensioni consistenti (in quanto basate sulle retribuzioni) e potrebbero diventare quadri (o anche manovali) relativamente giovani di sindacati, patronati e simili.

In un’ottica liberale e di mercato, è perfettamente logico che la dirigenza sindacale pensi prima a sé stessa e, poi, al resto dell’universo mondo. A rendere la tattica del sindacato ancora più succulenta c’è il gran trambusto all’interno della maggioranza a proposito del costituendo Partito Democratico: la previdenza è diventata la linea di demarcazione tra i partiti presentatisi uniti un anno fa sotto il vessillo dell’Unione, una linea che segnerà chi sta di qua e chi sta di là.

Per questa ragione, la ritirata del sindacato dal tavolo delle trattative potrebbe essere soltanto tattica. La triplice sa di avere il sostegno della “banda dei quattro” (e di Barbara Spinelli, la quale conta nelle decisioni del Ministro dell’Economia e delle Finanze Tommaso Padoa-Schioppa, più di quanto non si pensi).

In altri tempi, e con altre consigliere al fianco, TPS avrebbe anche rischiato una crisi di Governo: sta a lui scrivere il Dpef e non può farlo senza un capitolo sulla previdenza. Oggi è difficile pensare che tenga il fronte anche rimettendo il proprio mandato (e costringendo Romano Prodi a tornare a Via Gerusalemme 7 a Bologna). E’ più verosimile che faccia aperture (e concessioni) ai sindacati perché tornino al sindacato perché possa scrivere un Dpef di sorta e andare, poi, a spiegare all’Ue, all’Fmi ed all’Ocse che la pazienza è virtù dei Santi. Ne abbiano tanta nei confronti di questa Italia birichina. Altrimenti, tornerebbe Satana-Berlusconi a trattare con loro.

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