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La rivincita delle provinciali, sulle note di Donizetti

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Se l’opera rinascesse in provincia? Almeno quattro delle grandi fondazioni lirico-sinfoniche sono in ambasce così gravi che nella finanziaria il Governo ha incluso misure per salvare enti che si sono indebitati in modo tale che in base alla normativa vigente dovrebbero essere posti in liquidazione. All’insegna del motto, quanto peggio razzoli tanto più correremo in tuo aiuto. La Scala chiede una legge ad hoc per essere dichiarata teatro nazionale e potere pagare i propri dipendenti meglio di quanto fanno gli altri teatri (anche quelli stranieri di maggior prestigio). Ci sono stati scioperi. Ed altri se ne annunciano.

Tuttavia, ci sono iniziative poco notate ma ben promettenti. Nuovi circuiti che nascono per fare sinergie e esportare spettacoli (sul tipo della strategia dell’Helikon Opera di Mosca di cui abbiamo trattato il 2 dicembre). Una di queste iniziative è il circuito creato nelle Marche e che iniziando ad operare in queste settimane.

Occorre fare una premessa. Le Marche erano costituite da marchesati indipendenti, pur sotto il potere nominale del Papa Re, ciascuno geloso delle proprie prerogative. Quando, nel 1984, il Rossini Opera Festival (Rof) assurgeva a dimensione internazionale, venne proposto di affiancare le strutture di Pesaro (un teatro storico per 900 posti ed un auditorium per 400) con quelle di Fano (il magnifico Teatro della Fortuna) venne risposto che ciò era impossibile perché i Vescovi di Fano e Pesaro non si parlavano da oltre 400 anni. Indubbiamente, un’esagerazione , tale però da contrassegnare il clima di una Regione in cui Ancona viene ancora oggi considerata “il porto”, non “la capitale”.

 Non sappiamo se essere costretti a fare economie abbia indotto i Vescovi di Fano e Pesaro a fare lunghe conversazioni. Ha, però, fatto sì che un gruppo di teatri , spesso rivali, si consorziassero in un circuito, la cui convenzione è stata appena siglata, e le cui attività inizieranno in autunno. I Teatri sono quelli di Ascoli Piceno, Fano, Fermo e Jesi (ed il circuito ha anche ramificazioni internazionale tramite accordi con Nizza, la lontana Baltimora ed i più vicini Balcani).

Si è partiti con una “Bohème” di giovani e per i giovani che in un nuovo allestimento, dopo il debutto a Treviso, è salpata da Jesi (11-14 ottobre), per andare a Fermo (20-21 ottobre) ed approdare infine a Venezia. C’è stato poi il “Werther” messo in scena a Nizza in gennaio (grande successo internazionale) e presentato a Jesi (29 ottobre-4 novembre) ed a Fermo (9-11 novembre). Infine “Lucia di Lammermoor” sarà in tutti  i Teatri del circuito: a Jesi dal 29 novembre al 2 dicembre, a Treviso dal 7 al 9 dicembre, a Fermo il 15 ed il 16 dicembre, ad Ascoli il 22 dicembre. Sono in corso trattative per portarla a Baltimora, a Belgrado ed anche nella lontana Astanà. “Lucia” segna anche il ritorno sulle scene italiane di Valeria Esposito in un ruolo di coloratura (dopo una lunga assenza per ragioni famigliari, interrotta da brevi apparizioni) ed il debutto in Italia di Bűlent Bedzdüz, giovane tenore turco che, dopo una carriera sportiva, è un astro nascente della lirica europea (specialmente conteso in Francia, Germania e Spagna). L’allestimento di Italo Nunziata (regia) e Pasquale Grossi (scene e costumi) sposta il complicato intreccio di amori, tradimenti, tracolli finanziari, nozze per interessi e , soprattutto, pazzia dall’improbabile Scozia seicentesca ad un oppressivo mondo borghese in età giolittiana.

Delle varie versioni di “Lucia” in circolazione dalla seconda metà dell’Ottocento, ne viene seguita una che apre molti  “tagli di tradizioni” (in alcuni casi pari ad  un terzo della partitura originaria), principalmente nei ruoli maschili. Quindi, in linea con l’impianto originale, si svolgono due drammi  paralleli: una tra i quattro uomini (Edgardo, Enrico, Arturo e Raimondo) e l’altra tra l’aspro mondo maschile (dove  le donne sono oggetto di compravendita) e quello della fragile Lucia, tanto debole da diventare assassina e pazza non appena l’uomo a cui è stata venduta (Arturo) si abbassa i pantaloni per avere ciò che ha pagato. Spostare la vicenda all’Italietta giolittiana, è rende (quasi) attuale il dramma anche in quanto lo porta in epoca prossima all’inizio della psicoanalisi – e la pazzia, pur dominando il terzo atto, è presente sin dall’inizio del lavoro. Inoltre, l’allestimento è facilmente trasportabile (ed è a basso costo) in quanto i sette quadri vengono efficacemente resi da giochi di tendaggi e da un minimo di attrezzeria scenica. Un elemento importante per uno spettacolo pensato per tournée nazionali ed internazionali.

Sotto il profilo vocale, Valeria Esposito conferma di essere una professionista di livello che gestisce accortamente i propri mezzi per farli esplodere nell’applauditissima “scena della pazzia”. Conferme anche da Stefano Antonucci e Giovanni Furlanetto, due professionisti affermati. La vera scoperta è l’aitante (tanto scenicamente quanto vocalmente) Bűlent Bedzdüz: ampio registro, fraseggio perfetto, acuti e sovracuti da partitura (e non solo in quanto la scrittura donizettiana viene arricchita da variazioni) nonché dizione italiana impeccabile. In un mondo in cui i tenori sono merce rara, merita  tenerlo d’occhio: ha le premesse per andare lontano.

La direzione musicale è affidata a Vito Clemente, uno dei giovani concertatori più lontani dall’Italia musical-salottiera e la cui carriera, quindi, si svolge specialmente all’estero. Ripristina alcuni aspetti persi negli anni: ad esempio, la cassa armonica suonata con bicchieri nella “scena della pazzia”. E’ accurato nell’assolo di arpa che precede il duetto del primo atto. Imprime, però, alla partitura un ritmo incalzante che a volte scende in eccessi (quasi bandistici) che piacciono al pubblico (in cerca di emozioni forti) ma disturbano gli orecchi più esperti. Nella tournée avrà modo di moderare un piglio a volte pesante.


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