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La rivoluzione di De Magistris fa fuori le consuetudini e il buonsenso

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Il primo obiettivo di qualsiasi rivoluzione è quello di tagliare i legami con il passato, di rompere con le tradizioni. Come da manuale, dunque, anche De Magistris porta avanti la sua rivoluzione in seno al consiglio comunale di Napoli abolendo le vecchie consuetudini. Com’è buona norma, nella prima seduta di consiglio si provvede ad eleggere il presidente e i due vicepresidenti. In quest'ultimo caso, la prassi vuole che uno dei due venga scelto tra i banchi dell’opposizione. E, invece, che fa Giggino? Nomina Fulvio Frezza, dell’Italia dei Valori, ed Elena Coccia, della Federazione della Sinistra. Il tecnicismo, con cui da Palazzo San Giacomo si replica ai reclami del centrodestra, è che all'opposizione è stata riservata la carica di presidente: peccato che Raimondo Pasquino, candidato sindaco del Terzo Polo,  faccia sì parte delle forze politiche di opposizione, ma sia stato eletto alla presidenza del Consiglio comunale con i voti della coalizione "arancione" e condivida con la maggioranza, guarda caso, l'ostilità nei confronti del Pdl.

Con una fava, insomma, si prendono tre piccioni, anzi quattro, se si considera che in un sol colpo il neosindaco si è liberato di Pd e Pdl. Certo, dal punto di vista istituzionale la scelta può sembrare anche una forma di apertura, ma può avere un reale ruolo di garanzia delle opposizioni un uomo che De Magistris aveva già indicato, durante la campagna elettorale, come possibile presidente e il cui partito si è posto in chiara e netta contrapposizione con il Pdl? Una cosa è certa, i cittadini che hanno votato per il Popolo della Libertà, il primo partito di opposizione, non avranno un loro rappresentante né alla presidenza, né alla vicepresidenza di questo nuovo “rivoluzionario” consiglio comunale napoletano.

A dire il vero, però, anche il Pdl fa di tutto per indebolirsi. Infatti, appena insediato il nuovo consiglio, già si spacca e quattro consiglieri eletti nel Pdl fondano un proprio gruppo: “Pdl per Napoli”. Il gruppo ufficiale del Pdl, dopo questa prima scissione, scende a quota tre consiglieri. È vero che i fuoriusciti giurano fedeltà incondizionata al partito, agli organi regionali e provinciali, ma rimarcano l’assenza, in campagna elettorale, di criteri politici a sostegno di un’adeguata azione. Parole che dicono tutto e non dicono nulla; parole che si spera non alimentino altre polemiche, che sarebbero tutte a danno della compattezza del centrodestra napoletano.

Quanto al resto della squadra di De Magistris, è storia conosciuta: Tommaso Sodano, che non pare proprio rappresentare il “nuovo” che avanza, sarà vicesindaco e assessore all’ambiente; il pm Giuseppe Narducci, contro il parere dell’Associazione Nazionale Magistrati, del Consiglio Superiore della Magistratura e del Capo dello Stato, sarà assessore alla Sicurezza. Chiariamoci, non c’è una legge statale che lo vieti (e nemmeno parastatale, direbbe Totò), ma esiste un codice deontologico anche nella magistratura e un pm che svolge il suo servizio in una città, ivi dirigendo anche importanti inchieste, farebbe bene a non accettare incarichi politici in quella stessa città, proprio a salvaguardia del proprio lavoro. Ma si sa, i rivoluzionari seguono solo la legge positiva, il buonsenso e le consuetudini possono essere anche accantonate.

 

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