La “rottura” di Bertinotti a Gerusalemme

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La “rottura” di Bertinotti a Gerusalemme

11 Maggio 2007

Fausto Bertinotti ha sconvolto la sinistra radicale italiana col suo viaggio in Israele e Palestina, ha effettuato una svolta importantissima, feconda. Solo un comprensibile spirito di diffidenza a impedito agli amici di Israele di apprezzare questa novità, ma è bene che imparino a guardare ai fatti con occhi limpidi.

Il presidente della Camera non ha solo pronunciato alcune parole sagge, ha fatto di più: ha compiuto gesti di rottura. E a Gerusalemme, i gesti hanno un senso, una profondità, uno spessore che può modificare il corso degli eventi. Andiamo per ordine cronologico, seguiamo il “crescendo” di questa svolta. Innanzitutto, il presidente della Camera è andato dagli israeliani di origine italiana a farsi prendere a male parole. E’ stato sorpreso dalla virulanza degli attacchi, ma sicuramente si aspettava critiche dure. Sono state durissime. Non è male ricordare a proposito che Massimo D’Alema non ha avuto neanche un’oncia di questo coraggio politico e ha accampato banali scuse per sfuggire a un dibattito con gli ebrei romani di sinistra. Poche ore dopo Bertinotti ha chiarito di avere smesso di considerare il Muro quale simbolo dell’apartheid e della ferocia repressiva israeliana. Si è rifiutato di parlarne negli stessi termini della più becera propaganda palestinese, come sempre ha fatto il suo partito, e ha saggiamente detto che lo potrà abbattere solo il processo di pace, la trattativa. Una posizione che lascia ben intendere come condanni sicuramente la Barriera difensiva, ma come comprenda politicamente la sua erezione (e la sua indubbia efficacia). Mai, mai, un parlamentare della sinistra radicale europea ha rifiutato di rendere omaggio alla vibrata denuncia rituale di quello che considera il “monumento all’infamia israeliana”, figurarsi un leader. Bertinotti l’ha fatto. Mercoledì mattina si è poi recato nel parlamento palestinese e non a caso ha scelto di andare a Ramallah e non a Gaza – come avrebbe benissimo potuto – con una scelta che lascia intendere la sua indisponibilità a trasformarsi in un megafono della propaganda di Hamas, che nel parlamento di Gaza non è fisicamente seduta (anche per l’arresto dei suoi parlamentari da parte degli israeliani). Qui, ha chiesto, in modo che tutti sentissero, che venisse oscurato addirittura il discorso di Madwahn Bahar presidente ad interim del parlamento palestinese, impegnato da Gaza, in teleconferenza, nella sua usuale filippica contro i “crimini sionisti”. Poi il colpo finale: ha detto che “dopo Auschwitz,  l’esistenza di Israele, è una realtà, ma anche un luogo dello spirito”. Una bestemmia laica, in quel contesto, una provocazione aperta, che i suoi ospiti di Hamas hanno però dovuto subire in silenzio. Ancora, ha chiesto apertamente ai parlamentari palestinesi, la maggioranza di Hamas, di riconoscere Israele e ha detto cinque volte: “due popoli, due stati”. Mai,  un leader politico occidentale ha avuto il coraggio di difendere con tanta limpida chiarezza una proposta di pace guardando in faccia i banchi in cui siede un partito maggioritario che considera l’esistenza di Israele semplicemente un oltraggio ad Allah e la sua distruzione un obbligo di fede.

Naturalmente, questi gesti, non avranno influenza sulla crisi mediorientale. Gli allibiti e adirati parlamentari di Hamas hanno dovuto solo prendere atto che Bertinotti, d’ora in avanti si rifiuta di essere portavoce delle loro posizioni. Una perdita per loro trascurabile.

Ma enorme è questo impatto sul partito di Bertinotti e sul progetto politico di aggregazione a sinistra che intende perseguire. Queste scelte fanno parte infatti di un percorso sofferto di ripensamento ideologico e dottrinale della violenza che Bertinotti ha intrapreso da alcuni anni, affrontando per primo il tema del rifiuto della violenza, senza subordinate. Ma fare quelle affermazioni, in quelle sedi, compiere quei gesti, comporta una rottura nuova, inedita, non solo con gli interlocutori italiani (si pensi al tetragono soviettismo di Diliberto, tuttora convinto di fatto che Israele sia un “lacché dell’imperialismo”). Bertinotti ha infatti sconfessato in pieno – e lo sa benissimo- la piattaforma politica dei due parlamentari di Rifondazione, titolari della questione mediorientale: Luisa Morgantini, da anni speaker delle più oltranziste posizioni palestinesi, pur condite da un onesto, profondo senso della pietà, e Ali Rashid. Questi, ex numero due dell’Olp a Roma, solo poche settimane fa dalla prima pagina di Liberazione ha addirittura tuonato contro Abu Mazen e la sua politica di appeasement e di trattativa con Olmert, con una difesa totale delle posizioni di Hanyieh e di Hamas, addossando al premier palestinese addirittura la responsabilità politica della guerra civile palestinese sotto traccia.

Da ieri, invece, Bertinotti si è schierato in pieno a sostegno di Abu Mazen e della sua saggia linea di trattativa. Non solo, da ieri – ma questa non è una sorpresa dell’uomo, semmai del politico – Bertinotti ha dimostrato di intendere le ragioni dell’esistenza di Israele come patrimomio più intimo e sacro della sua anima. E ha avuto la forza di dirlo chiaro e alto a uomini armati che hanno dedicato una vita a mandare i loro uomini e donne e bambini a farsi esplodere per distruggere l’esistenza dello Stato di Israele. Shalom, Fausto. Shalom.