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La rupture italiana è tutta a sinistra

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Non facciamoci ingannare. Obbiettivamente è difficile immaginare per un partito che si annunzia, un esordio più sgangherato di quello messo in scena dal Partito Democratico: incapace di trovare un convincente punto di convergenza sia sulle proprie radici sia sui programmi futuri e, per di più, penalizzato dai sondaggi. Questi, fino ad oggi, lo danno circa al 23%. Confermano così che la politica, in quanto scienza inesatta, può persino trasformare una somma in sottrazione.

Nonostante tutto ciò, però, la fusione di Ds e Margherita in un solo partito, che con i congressi di questi giorni diverrà ineluttabile, è un evento destinato a segnare in profondità la politica italiana. Essa sancirà, in primo luogo, la definitiva fine di antiche solidarietà personali nate all'interno del Pci degli anni di Berlinguer. Quei vincoli avevano subito già tanti agguati da parte della storia. Ma i compagni di scuola sono rimasti stretti a coorte: un filo rosso in grado di legare il Pci alla "cosa" e questa al Pds, per quanto tenue, aveva saputo resistere persino all'amputazione della "p". Lo strappo del Partito Democratico, invece, risulterà irresistibile. Non a caso, proprio in questi giorni, da più parti, viene avvertito il bisogno di un consuntivo del risvolto esistenziale di una storia collettiva avviatasi in sezione, all'ombra delle insegne gloriose del vecchio Pci. Che si tratti del libro di Andrea Romano sull'"umanità" di Fassino, Veltroni e D'Alema o delle confessioni di Peppino Caldarola al Foglio, tutti convengono che quel risvolto rappresenta parte integrante di una vicenda politica. Si è trattato senza dubbio di un risvolto fallimentare. La nascita del Pd provvederà a liquidarlo nel suo significato politico riconducendolo alla sola dimensione dei rapporti interpersonali. Perché essa, per quanto stentata, sarà in ogni caso un nuovo inizio in grado di determinare una frattura generazionale.

Più a ridosso della politique politicienne, quell'aggregazione segna la definitiva bipolarizzazione della sinistra, ormai scissa in una componente moderata e una radicale. Se dovessi scommettere sul loro futuro, sarei più ottimista sulle sorti di quest'ultima, almeno in termini di consenso: fino a tal punto risulta nera la notte ideale della sinistra moderata! Proprio per questo, però, ritengo che la scissione di Mussi e c. abbia un significato più grande dei suoi numeri relativamente esigui. E la mancanza di un approdo sicuro per gli scissionisti è ulteriore prova che, ormai, l'esistenza di un'area di sinistra radicale è più importante dei tanti partitini che oggi l'affollano e domani chissà.

Sarebbe politicamente miope ritenere che tutto possa non avere conseguenze anche sull'altro versante dello schieramento politico. E ciò indipendentemente dalla legge elettorale che, infine, verrà adottata. Acclarata la mancanza di volontà politica di giungere a un partito unitario, anche scrutando a destra s'intravede la prospettiva di una più moderata semplificazione partitica in grado di configurare, al livello del complessivo sistema politico, una sorta di "quadriglia bipolare" con due partiti protesi a disputarsi il centro e due formazioni che agiscono sulle ali contrapposte. Le conclusioni del congresso Udc vanno proprio in questo senso: non solo perché hanno liquidato le velleità centriste; anche perché hanno depotenziato le tentazioni di lanciare Opa ostili sulle ricchezze degli alleati. Forza Italia, fin qui, ha fatto benissimo a rifiutarsi di muoversi su stimolo esterno. Sta però giungendo l'ora nella quale dovrà dimostrare di avere classe dirigente e forza politica che le consentano di guidare l'inevitabile processo di rinnovamento del centro-destra.

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4 COMMENTS

  1. Pd operazione da laboratorio, ma Fi riacquisti centralità.
    Ha ragione Quagliariello, a mostrare perplessità sul Pd e d’altra parte a delinearne le prospettive di impatto sul sistema politico. L’assurdo e per certi versi la novità della fusione Ds-Dl, è proprio che questa nasce come fenomeno da laboratorio politologico, privo di una qualsiasi idealità e di una cultura politica autenticamente condivisa, ed esclusivamente teso ad originare una forza di oltre il 30% in grado di acquisire posizione di centralità nel sistema, e in base a questo assicurare maggiore governabilità giocando sulla maggiore forza contrattuale rispetto a tutte le altre forze della maggioranza (in pratica ridurre il loro potere di veto paralizzante).
    D’altra parte è anche vero che questo, seppure strumentale, è pur sempre politicamente “interessante”, soprattuto e visto che in verità l’attuale partito di maggioranza relativa attualmente stenta a proporsi come centrale nel sistema a dispetto della grande forza elettorale che lo contraddistingue. E’ strano pensare come una forza di circa il 5% come l’Udc a volte possa apparire più influente sugli equilibri politici e di sistema. Si tratta infine, nella consapevolezza della debolezza intrinseca dell’operazione Pd, di depotenziare sul nascere questa iniziativa, proponendo, nel breve-medio periodo una risposta/reazione in grado di riportare centralità alla Cdl e a Fi. L’elettorato, il popolo di S. Giovanni, ha dimostrato di esserci e di essere maggioranza nel Paese. Si tratta di supportare questo, per dirla alla Quagliariello, con nuovo slancio della classe dirigente e con forza politica: solo in questo modo il Partito Democratico si mostrerà come la grande incompiuta che è. Altrimenti ci sarà da temerlo.

  2. Concordo ed integro
    Va aggiunto che ancora siamo in attesa di una resa dei conti con il passato che ancora non fatto la sinistra italiana , come invece da noi è stato ampiamente e convincentemente definita nei fatti:
    A.N. ancora nel 1994 costringeva la nostra coalizione a ricevere bordate d’oltrecortina per essere vista come una coalizione parafascista, con le note conseguenze.
    Ciò, sicuramente provocherà un arroccamento e, come l’on. Quagliariello lucidamente sostiene, una più forte radicalizzazione a sinistra. Semprecchè le giovani generazioni, privi di memoria storica, non vadano a rinfoltire le fila del prossimo PD.
    Comunque resterà un grosso neo, sul quale conviene dibattere.
    In ogni caso, la sinistra radicale, o meglio “fondametalista”, verrà il giorno che anche da noi andrà ad estinguersi. Lo penso anche in considerazione delle forti pressioni esterne (tanto care a questi ultimi: vedi islamismo) così come è avvenuto in Francia o in Germania (rifiutata in coalizione). E’ una speranza, mia personale oltre che di tutti noi, credo, non peregrina.
    Grazie onorevole.
    Francesco Pugliarello

  3. Ancora una volta, come mi
    Ancora una volta, come mi accade sempre (o quasi), condivido in pieno l’analisi del senatore Quagliariello. In particolare mi sembra giusta ed efficace la distinzione della disamina in due piani profondamente diversi ma complementari.
    La prima valutazione riguarda il merito del nuovo fenomeno politico chiamato Partito Democratico. E sotto questo profilo – a dire il vero – per promotori, fondatori e sostenitori c’è poco da stare allegri. Si ha, infatti, quasi l’impressione di un “organismo geneticamente modificato”, di un prodotto di laboratorio, di un progetto calato dall’alto che non scalda i cuori della gente e non suscita entusiasmi nella base. Insomma, nessuno dei protagonisti sembra in grado di rispondere agli interrogativi-chiave. Non sanno più da dove vengono, avendo abiurato non solo alle antiche ideologie e alla propria storia, ma perfino alle tattiche e ai furori più recenti (basti pensare all’idea di Craxi nel Pantheon del Pd). Non sanno chi sono, perchè non riescono ad elaborare una nuova e convincente identità: sembrano fermi, in pratica, alla riproposizione di fenomeni vecchi e logori, che abbiamo già conosciuto e che di volta in volta abbiamo chiamato “compromesso storico” oppure “convergenze parallele” o ancora “consociativismo”. Non sanno dove vanno, perchè è tutt’altro che secondario il discorso della collocazione nello scenario europeo: proprio oggi Rutelli ha detto no all’ingresso nel Pse, che invece Fassino indicava come approdo finale, mentre Prodi (tanto per cambiare) fa il pesce in barile e finge di considerare, alla Totò, quisquiglie e pinzellacchere quelle che invece sono questioni prioritarie e fondamentali.
    Nonostante tutto ciò, c’è un’altra ottica da cui guardare e giudicare il nascente Pd. In apparenza è un fatto di metodo, ma in realtà la forma diventa sostanza. E’ la prima volta, infatti, che si crea una nuova forza politica senza contribuire alla polverizzazione del panorama complessivo. Anzi, almeno nelle intenzioni, si dà il via ad un processo di aggregazione e quindi di semplificazione dello scenario politico italiano. E, diciamocelo francamente, se ne avverte un gran bisogno. Puntuale la conferma giunta dai sondaggi di Mannheimer a “Porta a porta”: il Pd piace solo al 23% degli elettori, ma la tendenza a unificare più partiti è largamente maggioritaria nel Paese.
    Da questo punto di vista, l’operazione in atto sul versante di centrosinistra merita rispetto, attenzione e incoraggiamento. Potrebbe essere un sasso nello stagno e dovrebbe, almeno lo spero, generare un effetto-emulazione e fungere da traino per un analogo sforzo sul fronte del centrodestra. Laddove, peraltro, tutto sarebbe più facile. Al di là di qualche residuo radicalismo nella Lega e delle confuse quanto velleitarie sortite neocentriste recentemente poste in essere dall’Udc, infatti, a me pare molto più agevole accorparsi e compattarsi all’interno della Cdl. Esiste, infatti, un popolo di centrodestra che si sente tale, che pensa in maniera omogenea e s’identifica in alcuni valori di fondo, come dimostrò l’ormai famosa manifestazione di piazza San Giovanni a Roma.
    Molto spesso la gente è più avanti dei partiti e delle classi dirigenti che la rappresentano. E’ giunta l’ora di interpretarne gli umori e la volontà, rendendo più serio e credibile, più lineare ed “europeo” il nostro panorama politico. Nel quale, se così sarà, troveranno sempre meno spazio i diktat dei micropartiti e la perniciosa concezione di un Centro inteso come zona franca, perennemente oscillante e in vendita al miglior offerente.
    Cordiali saluti
    – Enzo Sara – Avellino, 20/04=2007

  4. I Congressi della svolta
    Sul mio blog : “Il Libero pensiero” ieri ho scritto:
    “Appena chiusi i congressi di Sdi e Udc, si aprono quelli di DS e Margherita.
    Sembra un copione scritto da uno sceneggiatore interessato.
    Come se una regia ben equilibrata, sotto elezioni amministrative, con forte valenza politica per la sfiducia dei cittadini verso la coalizione di governo, voglia mostrare l’apertura di scenari di sviluppo politico aperto, in cui si vengono ad intrecciare architetture prospettiche di edifici dall’aspetto rinnovato.
    La sostanza, però, ci dice che all’interno non sia cambiato granché: non si possono celare con un semplice trucco estetico le contraddizioni di sempre.
    Devo confessare che questa volta non posso nascondere le difficoltà di scriverne.
    A volte capita, prima di argomentare su qualcosa, di non sapere da dove iniziare.
    Capita anche che le cose da dire siano in definitiva così tante da non poter essere possibile raccontarle tutte, e da non sapere quale profilo ignorare, e di conseguenza quali siano gli aspetti da focalizzare.
    Capita anche, quando si inizia a scrivere, di perdere prima qualche minuto per cercare di metter ordine alle idee e di imprimere nella mente, se non il testo, almeno i pensieri da esprimere.
    Ebbene in questo caso ho rinunciato anche a fermarmi a pensare.
    Se devo scrivere sulle motivazioni ideali o sulle ragioni politiche del nascente Partito Democratico non saprei cosa dire ed in definitiva penso che non ne valga la pena.
    Andrò a braccio, pertanto, anche perché, in questo caso, ogni cosa non ha una logica, tutto è uno strumento ed un inganno di cui non vale assolutamente la pena analizzare i contenuti.
    I popolari ex democristiani, la parte che va da Marini a De Mita, dagli Scalfaro e Colombo alla Rosy Bindi ed Andreotti; Gli eredi di Moro e Donat Cattin, di Rumor e di Fanfani, di Gaspari e Gava, di De Gasperi e Scelba si uniscono ai post comunisti da Fassino a D’alema, da Veltroni a Violante, da Bersani a Visco; contraggono matrimonio politico con gli eredi di Togliatti e di Longo, di Pajetta, Berlinguer e Natta.
    Si attua il compromesso storico che negli anni remoti è stato considerato, anche da alcuni dei protagonisti di oggi, l’anticamera di un accordo di potere, persino letale per la democrazia.
    Anche se con percentuali variate, ai tempi di Moro, Andreotti e Berlinguer i compromettenti rappresentavano un 65% abbondante dell’elettorato italiano, ora per fortuna sembra che sfiorino a malapena il 25%.
    L’elettorato è maturato ed ha tolto, nel tempo, il consenso alle due espressioni storiche più chiuse e conservatrici della politica italiana, democristiani e comunisti, monopolisti di maggioranza ed opposizione in un gioco delle parti che ha mortificato e frenato lo sviluppo dell’Italia.
    Mentre l’Europa cresceva come società aperta, sensibile al mondo del lavoro e dell’impresa, aperta ai bisogni dei suoi cittadini, l’Italia ancor oggi, nei servizi sociali e nell’adeguamento delle strutture, ha da compiere intere rivoluzioni.
    Per lungo tempo è rimasto imbalzamato sia il riformismo pragmatico del socialismo post marxista, sia il liberalismo dinamico di una efficiente struttura sociale con affinità produttiva.
    E così, tanto per completare l’opera, ci ripropongono ancora oggi una forma rinnovata di compromesso storico, e ne danno una bandiera nominale altisonante “Partito Democratico”.
    La realtà come è facile intuire è ben diversa.
    Nasce perché Prodi abbia un partito, e perché l’anomalia italiana abbia una logica europea dato che i DS e la Margherita spaziano in Europa in gruppi che si confrontano tra loro e che rappresentano il fulcro su cui prende forza e si diffonde la dialettica democratica ( socialisti, popolari e liberali).
    La formazione di questo Partito Democratico rimane pur sempre una forma di assimilazione integrata di almeno tre idee, di tre modi, spesso contrapposti, di considerare lo Stato, l’uomo, il cittadino, i suoi valori, le sue libertà, le sue funzioni, le origini e la stessa civiltà fondante di una identità nazionale, e persino ancora i riferimenti storici e di area politica nonché di scelte di alleanze di indirizzo internazionale e di margini di dialogo e di confronto con le civiltà radicate su altri principi.
    “Non è un’esigenza dei Ds o della Margherita o di un ceto politico – sostiene Fassino nella sua relazione al congresso dei DS- ma una necessità del Paese, cioè serve all’Italia”.
    Quante volte abbiamo sentito Fassino e Rutelli, Prodi e D’Alema dire le stesse cose?
    Che io ricordi, ad esempio, anche per l’ultima finanziaria!
    La realtà però è stata del tutto diversa.”
    Vito Schepisi

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