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La “sardinizzazione”: estremo illusionismo di una sinistra sempre più elitaria

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Dopo circa un mese dalla sua apparizione, il movimento delle cosiddette “sardine” si è già rivelato come l’ennesimo “riassunto” di tutti i fenomeni nati nell’area della sinistra italiana nell’ultimo trentennio: dalle manifestazioni studentesche della “pantera” ai “no global”, dalle marce pacifiste “arcobaleno” ai “girotondi”, dal “popolo viola” fino al neo-ecologismo apocalittico adolescenziale sorto sulle orme di Greta Thunberg.

E’ significativo, in tal senso, il fatto che esso stia ricevendo in questi giorni endorsement da molti promotori e protagonisti di quelle precedenti stagioni, oltre che da un variegato mondo di personaggi pubblici sempre ansiosi di connotarsi nel “campo progressista”, dagli ambienti dei media e dell’intrattenimento fino a frange di quelli ecclesiastici e laicali.

Le caratteristiche di movimenti come questo sono facilmente riconoscibili ed ampiamente prevedibili.

Essi tendono in primo luogo ad avere una natura essenzialmente autoreferenziale e “riflessiva”, ossia ribadiscono – attraverso il riferimento a obiettivi astratti, immateriali – un’identità già nota ed un’appartenenza di gruppo, ma esprimendola in una forma tale da farla apparire “nuova”, “giovane”, dinamica rispetto alle strutture di partito nelle quali quell’identità era stata fino a quel momento rappresentata.

In secondo luogo, essi cementano quel senso di appartenenza ed identificazione soprattutto attraverso l’individuazione di un nemico comune a tutto il gruppo – “geneticamente”, culturalmente, eticamente contrapposto ad esso. Un nemico costruito attraverso la demonizzazione caricaturale e la delegittimazione radicale dell’avversario politico, o della tendenza politica, in quel momento più competitivi in alternativa all’area di riferimento; oppure attraverso l’assolutizzazione di un fenomeno incombente, dalle valenze “catastrofiche” (come nel caso della guerra o della crisi ambientale), contro il quale “non si può non” schierarsi.

Infine, essi raccolgono in genere le frange più radicali ed estremiste della sinistra, rilegittimandole proprio a partire dalla lotta a quel nemico o a quella minaccia principale, e dunque reinserendole nel mainstream della rappresentanza in nome del rinnovamento generazionale (spesso assolutamente fittizio), di una nuova “purezza” ed energia, di una alternativa ad una classe dirigente troppo “seduta sugli allori” (secondo il celebre schema “Con questi dirigenti non vinceremo mai” di Nanni Moretti).

In ogni caso, la dinamica ciclica di questo tipo di movimenti e le notevoli analogie tra essi non devono stupire. Si tratta di realtà non soltanto legate alla storia italiana, ma proprie, in forme diverse a seconda dei contesti, dell’evoluzione storica di gran parte delle sinistre occidentali, a partire dalla fine della guerra fredda e delle società di mercato “classiche” otto-novecentesche.

Con la conformazione delle economie e degli assetti di potere politico emersa nell’epoca della globalizzazione, infatti, sono venute drasticamente meno la base ideologica e quella sociale che per più di un secolo, soprattutto in Europa, avevano caratterizzato le sinistre: il socialismo marxista (in versione rivoluzionaria o riformista, comunista o socialdemocratica) e la base di consenso costituita dalle classi operaie, e  da parte di quelle contadine e del ceto medio impiegatizio-intellettuale.

I partiti socialisti hanno, da allora, in massima parte abbracciato un progressismo fondato soprattutto sul soggettivismo dei diritti e sul culto delle minoranze, diventando sostanzialmente i rappresentanti politici delle  classi dominanti “postmaterialiste”, gli “anywhere” o i “d’en haut”: la borghesia cosmopolita che raccoglie insieme alta burocrazia, dirigenza delle istituzioni internazionali/sovranazionali, imprenditori dell’economia digitalizzata, intellettuali accademici, operatori dei mainstream media, artisti attivi nei settori dell‘entertainment di massa. Una classe che quantitativamente oscilla tra il 10 e il 20% della popolazione, e a cui talvolta si può sommare una parte dei ceti marginali che aspirano ad entrare nel giro della nuova élite, raggiungendo comunque al massimo il 30%.

Il campo progressista nell’Occidente globalizzato è diventato dunque lo schieramento che abbraccia l’ideologia dell'”autodeterminazione” senza limiti, visione del mondo propagandata dai ceti vincenti nella “modernità liquida”: il relativismo secolarizzato proprio della “cultura del narcisismo” e della “ribellione delle élites” di cui parlava a suo tempo Christopher Lasch.

Così, nel gioco democratico occidentale i partiti della sinistra sono divenuti strutturalmente minoritari. Un fenomeno accentuatosi ulteriormente a partire dalla grande crisi economico-finanziaria globale del 2007-2008. Da allora, si è creata una frattura sempre più evidente tra le classi dominanti della nuova borghesia progressista e i ceti medi e medio-bassi impoveriti dalla concorrenza al ribasso del capitalismo asiatico, così come dalla disintermediazione che ha desertificato la mappa economica e sociale, e smarriti dalla perdita di sicurezza e identità in società multiculturali sempre più conflittuali. Questi ultimi strati sociali, largamente maggioritari, si sono volti in misura crescente verso le forze sovraniste, conservatrici, identitarie accreditatesi proprio come scudo di protezione e stabilità contro le sperequazioni e le incertezze del “nuovo disordine mondiale”.

Ma le élites progressiste detengono un’egemonia schiacciante nel mondo dell’informazione, della cultura, della formazione scolastica e universitaria, dell’intrattenimento di massa. Questo fa sì che esse puntino gran parte delle loro carte politiche sulla “narrazione”, sulla propaganda pervasiva e multiforme in favore di un modello di società “fluida” dipinta come un destino necessario di progresso in contrapposizione alla “barbarie” di ogni identità fissa e di ogni tradizione, oltre che come una infinita sorgente di opportunità di realizzazione dei desideri individuali. E’ questo il “catechismo” moralista, censorio che viene definito “politicamente corretto”: studiato per forgiare sistematicamente la mentalità conformemente alle categorie dettate dai ceti dominanti, e per delegittimare sistematicamente i  loro oppositori, dipingendoli come portatori di “odio” e discriminazione, cercando regolarmente di espellerli dall’area del dibattito pubblico, invocando per essi la censura, e persino condannando le stesse procedure della democrazia quando (e succede ormai, per i motivi sopra esposti, la maggior parte delle volte) essi guadagnano la maggioranza dei consensi elettorali.

I fenomeni movimentisti che di continuo nascono, muoiono, si rigenerano nelle sinistre occidentali sono funzionali esattamente a questa giuntura tra classe, ideologia e propaganda. Essi servono a colmare costantemente la natura oligarchica e la scarsa rappresentatività sociale che sono divenute caratteristiche stabili delle forze un tempo socialiste. Hanno la funzione di indurre nell’opinione pubblica la convinzione che – benché i partiti che ad essa fanno capo appaiano obsoleti e ideologicamente snaturati – in quell’area politica alberga tuttora una forza vitale indirizzata a cambiare il mondo, a realizzare degli ideali. E che le idee propagandate dal catechismo politicalcorrettista non sono soltanto l’ideologia dei ceti dominanti, ma esprimono anche e soprattutto lo spontaneo fervore di masse “giovani”, istruite, dotate di coscienza civica, che si preoccupano del bene comune cercando di trascinare nel senso “giusto” del necessario progresso anche i settori più torpidi, incoscienti, ignoranti, inconsapevoli delle società alle quali appartengono.

In tal modo quei movimenti tentano ogni volta, faticosamente – come in una perenne tessitura della tela di Penelope – di riagganciare alle forze politiche espressione delle classi dominanti quella già menzionata fascia di “aspiranti élites” costituita dagli appartenenti agli strati più bassi che sperano di raggiungere la promozione personale e sociale orbitando alla periferia del mondo “d’en haut” mediatico, culturale ed artistico. Una fascia che in Italia trova un suo complemento specifico nell’ancora consistente ceto medio-basso del pubblico impiego (insegnanti, dipendenti dell’amministrazione statale e di quelle locali), convinto di godere di una superiorità culturale rispetto ai ceti produttivi e non garantiti .

E’ in questo contesto che va inserita e compresa anche la genesi delle “sardine”, come degli altri analoghi nuclei aggregativi “spontanei” della sinistra che le hanno precedute. Si tratta, come si vede, dell’ennesimo ritorno di un incessante moto illusionistico che continua ad alimentare la vulgata in base alla quale la dialettica politica delle democrazie contemporanee viene dipinta come uno scontro tra sinistre “colte” e destre “ignoranti”.

 

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