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La scommessa di Benedetto XVI sulla Cina

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La Chiesa provoca anche conseguenze sociali e politiche facendo nient’altro che il proprio mestiere, occupandosi di religione, di evangelizzazione, di carità. Non ha bisogno di trasformarsi in partito o sindacato, ma operando da Chiesa, non può fare a meno di diffondere anche elementi di libertà sociale, di purificare la politica stessa, di dare nuova linfa alla vita civile. L’impegno della Chiesa è e deve rimanere religioso, ma proprio così essa sprigiona energie a vantaggio di tutta la società. Lo si è capito in modo particolare leggendo la Lettera ai cattolici cinesi che il Papa ha reso pubblica il 27 maggio scorso. In essa Benedetto XVI non parla ai governanti cinesi ma al popolo cattolico, non conduce proteste politiche e non invita a manifestare in piazza, ma ribadisce la natura della Chiesa. Non adopera un linguaggio sociologico né parla da politolgo, ma fa un discorso prettamente teologico e riafferma la natura “apostolica” della Chiesa, fondata cioè sulla tradizione episcopale e petrina che deriva dagli apostoli e senza la quale non c’è comunione ecclesiale, ossia non c’è Chiesa.

Eppure le conseguenze anche sociali e politiche di quanto egli dice sono evidenti e si faranno sentire nel prossimo futuro. La Chiesa non rivendica privilegi, chiede solo di essere rispettata per quello che è. Ma lottando per la propria libertà essa lotta anche per la libertà di tutti. Chiedendo di poter operare conformemente alla propria natura, la Chiesa diffonde la sensibilità per la libertà religiosa e traccia l’architettura dei corretti rapporti tra Stato e religione, a vantaggio di tutti. Ribadendo le motivazioni teologiche della propria autonomia e indipendenza da ingerenze estranee, essa di fatto si contrappone alla politica che si fa religione e libera così la politica stessa dai propri demoni. Chiedendo la libertà per i cattolici cinesi, la Chiesa lavora per la libertà dei cinesi, di tutti.

Nella Lettera del papa questi elementi critici sono tanto più oggettivamente provocanti quanto meno polemici e rivendicativi nella forma ed affidati, invece, alla pacata riflessione teologica. Il Papa parla della Chiesa, e della Chiesa in Cina, non del sistema politico cinese. Eppure certi passaggi sono inequivocabili, anche nel loro significato indirettamente politico: «La pretesa di alcuni organismi voluti dallo Stato ed estranei alla struttura della Chiesa, di porsi al di sopra dei vescovi stessi e di guidare la vita della comunità ecclesiale, non corrisponde alla dottrina cattolica, secondo la quale la Chiesa è ‘apostolica’». Una chiesa cosiddetta “indipendente” da Roma – come viene di solito chiamata la Chiesa cinese ufficializzata dallo Stato – è «incompatibile con la dottrina cattolica”. Ai cattolici cinesi il papa dice «Avete incontrato difficoltà poiché persone non “ordinate” e a volte anche non battezzate, controllano e prendono decisioni circa importanti questioni ecclesiali, inclusa la nomina dei vescovi», consolando così quelle provate comunità e nello stesso tempo denunciando un sopruso. Il legame della Chiesa cinese – un “piccolo gregge” – con il successore di Pietro, non è un’invenzione imposta da Roma, ma nasce dal “di dentro” della stessa Chiesa cinese, come di ogni altra Chiesa particolare. Per questo non potrà mai rinunciarvi, per questo nessun potere politico potrà mai impedirlo completamente.

La Chiesa cattolica cinese riconosciuta (e controllata) dal regime politico viene definita “ufficiale”. Questo aggettivo è decisamente respinto dal Papa, perché comporta che organismi statali introducano nella Chiesa concetti ad essa estranei come quelli di indipendenza, autonomia, autogestione e amministrazione democratica. La libertà della Chiesa è anche questo: non accettare, per essere gradita alla modernità o per andare d’accordo con il potere, di subire la imposizione di concetti estranei a se stessa e provenienti da altre fonti culturali. Se in occidente c’è chi critica la Chiesa perché non è democratica, perché non concede il sacerdozio alle donne non rispettando quindi l’uguaglianza di genere, così in Cina lo Stato la mette sotto tutela per farne un’associazioni orizzontale. La laicità vera è anche questo: non imporre alla Chiesa categorie mentali che non derivano dalla tradizione apostolica, l’unica autorevole fonte di verità cui essa guarda.

Le parti più dolorose della Lettera ai cattolici cinesi sono quelle in cui Benedetto XVI parla delle divisioni che tale triste situazione provoca dentro la comunità dei fedeli. Essi spesso non sanno se il vescovo sia valido e legittimo in quanto in comunione col papa, oppure se sia valido ma non legittimo perché ordinato da un vescovo non in comunione con Roma, oppure non si né valido né legittimo e sono quindi disorientati. Benedetto XVI mira a rassicurarli che la successione apostolica si è trasmessa intatta, a rafforzarli nella testimonianza nelle persecuzioni, a dare consigli pratici di discernimento e di perdono reciproco per mantenere il più possibile unite le comunità. Egli spiega anche perché non può esistere, per il momento, una Conferenza episcopale della Cina. Così facendo, però, indica anche un futuro da realizzare. La Lettera, infatti, è una grande scommessa sulla Cina anche dal punto di vista della evangelizzazione cristiana.

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