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La sfida di Sarkozy: cambiare la Francia all’insaputa dei francesi

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Se vincerà le elezioni, il compito principale di Nicolas Sarkozy sarà quello di cambiare la Francia senza che i francesi se ne accorgano. Un compito molto più arduo di quello di Segolène Royal, che dovrà, invece, riportare soltanto l’orologio della Francia un po’ indietro, cercando di accontentare i vari tasselli del mosaico della sinistra.

Il columnist americano Roger Cohen, corrispondente da Roma del Wall Street Journal negli anni ’80 e spesso nella capitale italiana (pur se vive principalmente in quella francese), afferma correttamente che ci sono due France : da un lato una Francia tecnologicamente ed industrialmente molto avanzata e competitiva sui mercati internazionali (pur se agevolata da un sistema di supporto pubblico molto raffinato, e molto mascherato, ma tale da fare spesso arricciare le sopraciglia alla Commissione Europea); dall’altro una Francia “profonda” legata al “territorio” (di ciascun villaggio dei famosi 500 formaggi e quasi altrettante “appéllations controllées”) e contraria a qualsiasi cambiamento. Lo stesso Jaques Attali, “ingénieur des mines”, poliglotta, consigliere di Stato, autore di successo (ma manager di banche e regista cinematografico un po’ meno brillante) – espressione, comunque, della Francia della tecnologia (e della tecnocrazia) – ha preso carta e penna per ricordare che la qualità della vita nel suo Paese è tale che molti britannici scelgono di viverci o di passarci le vacanze (effettuando investimenti immobiliari) mentre pochi francesi comprano cottages nel Kent o nel Sussex.

In breve, pure la Francia più globalizzata e meglio integrata nel contesto internazionale, non ama, e non vuole, cambiare. Anche ove si ha contezza che la “grandeur” appartiene al passato, c’è la convinzione diffusa che la qualità della vita (la douceur de vivre) sia migliore in Francia che altrove. Curiosamente, sembrano confermarlo,  in un recentissimo studio comparato su crescita e qualità della vita, Richard Easterlin e Laura Angelescu (ambedue dell’Università della California meridionale, una delle regioni considerate più appetibili del mondo per clima, reddito familiare, standard culturale e sportivo).  

All’indomani del primo turno elettorale, John Vincour in un’acuta analisi pubblicata sull’International Herald Tribune ha ricordato come di solito i programmi davvero riformatori in Francia facciano cilecca, specialmente se vengono messi in piazza e illustrati ai quattro venti. Vincour non lo dice ma le uniche riforme davvero radicali realizzate in Francia negli ultimi sessant’anni sono quelle associate al nome del Generale Charles De Gaulle: riuscirono a “passare” per il prestigio personale del Generale e perché in un Paese avvilito e dissanguato dalla guerra di Algeria venivano effettuate in nome del primato della Nazione sia europeo sia internazionale.

Non sono carte che Sarkozy, ove eletto al secondo turno, potrà giocare. Al contrario dovrà seguire il solco tracciato, parallelamente ma senza che l’uno sapesse della strategia dell’altra, da Ronald Reagan negli Usa e da Margaret Thatcher in Gran Bretagna: uno scontro frontale da cui uscire vincitore – quello con il sindacato dei controllori aerei negli Stati Uniti e quello con i sindacati dei minatori nel Regno Unito – ed una serie di miniriforme concatenate (ad esempio, per cambiare alcuni aspetti fondanti della regolazione del lavoro in Gran Bretagna, le nuove norme vennero annidate in 18 leggine).

Lo scontro potrebbe già esserci questa estate con il sindacato degli “intérmittants”  dello spettacolo e delle arti creative (a cui si sono aggiunti comparti dei media, come quelli su web) i quali ricevono elevate indennità di disoccupazione purché lavorino pochi mesi ogni anno. Sarkozy ebbe già un scontro frontale nel 2003 quando vennero cancellati festival di rilievo mondiale come quelli di Avignone e di Aix-en-Provence . Allora era ministro dell’Interno. Dovette ingoiare un compromesso che faceva concessioni molto ampie agli “intérmittants”, i cui leader stanno già predisponendo nuove proteste di piazza (già per giugno) in caso “Sarko” diventi l’inquilino dell’Eliseo. Se il Presidente ed il suo Governo uscissero vincitori dell’eventuale scontro, si aprirebbe la strada per riformare, gradualmente (e senza farsi troppo notare), quella normativa sul lavoro che è una delle determinanti dell’alto tasso di disoccupazione in Francia, l’8,4% della forza lavoro, uno dei più elevati in Europa.

Easterlin R.A., Angelescu L. Modern Economic Growth and Quality of Life: Cross Sectional andTime Series Evidence"   IEPR Working Paper No. 07.4 USC CLEO Research Paper No. C07-7  Per il testo integrale http://ssrn.com/abstract=980354  oppure richiederlo a esterl@usc.edu

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