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La sinistra critica la Bce ma alza le tasse

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Sull’acceso dibattito scoppiato in seguito al rialzo dei tassi deciso dalla Bce si può proprio dire: Milton Friedman l’aveva detto. Qualche tempo fa, Phastidio.net riportava uno stralcio di una intervista rilasciata dal padre della controrivoluzione monetarista nella primavera del 2006: " Nella storia non c’è mai stato un periodo con così bassa inflazione come gli ultimi 15 anni. Indipendentemente da tutto, la situazione resterà tale finchè la Fed manterrà una politica monetaria restrittiva. Lo stesso vale in Europa: la Bce ha tenuto bassa la crescita della moneta. E ci sono stati prezzi bassi. Ma nei prossimi anni in Europa le pressioni per una politica più espansiva saranno maggiori che negli Usa”.

Sulla supposta necessità di una maggiore “pressione” dei governi sulla Bce, si sono espressi in campagna elettorale sia Sarkozy che Royal, interpretando una posizione diffusa in Francia.

E’ bastato che la Bce portasse i tassi al 4%, perché la critica fosse adottata in Italia, in particolare (ma non solo) dalla sinistra, che ha subito visto nel rialzo dei tassi un attacco alla crescita economica del paese ed un danno ai conti dello stato, gravati da maggiori spese per interessi (quest’anno saranno circa 6,5 miliardi in più del 2006). Durissima è stata la presa di posizione di associazioni di consumatori e sindacati, le prime preoccupate per i costi del rialzo dei tassi sui titolari di mutui, i secondi perché la misura rappresenterebbe una minaccia per i salari e l’occupazione.

Dietro la scelta di Francoforte, non vi è alcuna congiura dell’integralismo monetarista, come grida il ministro Paolo Ferrero. La Bce (come la Fed negli States, dove i tassi sono addirittura al 5,75%) è giustamente preoccupata per il livello dei prezzi. In questi ultimi mesi, stando alle dichiarazioni di Richard Fischer, presidente della Fed di Dallas, l’effetto deflattivo della globalizzazione  (lo “sconto cinese”, per intenderci) sta iniziando a smorzarsi, i prezzi delle materie prime sono alti ed una certa ripresa è comunque in atto: è normale che le banche centrali cerchino di correre ai ripari per evitare che l’inflazione riparta.

A nessuno piace che i tassi d’interessi siano alti, ovviamente: prendere a prestito costa di più, le borse perdono, i conti dello stato vengono penalizzati. Ma ci sono alcune questioni fondamentali che non vanno dimenticate, prima di proporre improbabili interventi governativi sulla banca centrale.

Anzitutto, se un rialzo dei tassi pesa così tanto sui conti pubblici, la causa è dell’enorme stock del debito italiano. Finché non si ridurrà drasticamente il fardello con dosi massicce di tagli alla spesa pubblica e privatizzazioni, il bilancio dello stato continuerà ad essere eccessivamente esposto all’andamento dei tassi d’interesse e sui contribuenti continueranno a gravare tra i 60 e i 70 miliardi di euro annui di interessi.

Secondo, si criticano i tassi ma ci si dimentica delle tasse. Se è vero che sulla platea dei titolari di mutui a tasso variabile si è abbattuto l’effetto dei tassi d’interesse (mediamente aumentati del 2% dal dicembre 2005), è pur vero che il “peso” di questi interessi sulle tasche delle famiglie è ben poca cosa se paragonata alle vere emergenze del paese: l’imposizione fiscale sulle famiglie, che sottrae alla disponibilità dei lavoratori due terzi del reddito prodotto, e la mancanza di concorrenza nei settori importanti - energia, trasporti e servizi pubblici locali - che tiene alto il livello delle tariffe. D’altronde, se pure si vuole davvero intervenire direttamente su un problema che comunque esiste, il peso dei mutui sui bilanci delle famiglie, il governo farebbe bene ad azionare anche qui la leva fiscale, eliminando l’ingiustificata imposta sostitutiva dello 0,25% che grava su chi contrae un mutuo per l’acquisto della prima casa o quella del 2% su tutti gli altri mutui.

Infine, la ragione di fondo per cui c’è da essere scettici di fronte alle critiche mosse alla Bce è quella più squisitamente friedmaniana ed ha a che fare con la struttura economica del paese. Fin dall’ingresso nell’euro, l’Italia ha goduto dei vantaggi dei bassi tassi di interesse ma ha subito i costi derivanti dall’abbandono delle armi della svalutazione competitiva e dell’inflazione. Il cambio fisso e la forza dell’euro prima, il nuovo scenario sui tassi ora, mettono a nudo la debolezza strutturale del nostro paese: la scarsa crescita della produttività, la rigidità del mercato del lavoro, l’eccessiva imposizione fiscale sulle imprese.

Prendersela con la Bce ed invocare una politica monetaria più morbida non risolve affatto il problema, anzi sembra essere un modo per cercare una soluzione “esterna” ad un problema che è squisitamente italiano.

In Francia, Sarkozy – che pure ha criticato la Bce – ha appena varato un piano di riduzione fiscale da 15 miliardi di euro, fatto di detassazione degli straordinari, esenzioni fiscali per i giovani, detrazione degli interessi sui mutui. Non sarebbe l’ora di farlo anche da noi?

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