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La sinistra vorrebbe mettere il bavaglio a Bankitalia

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La Banca d’Italia sta diventando la banca degli italiani. Ce ne compiacciamo. Perché dopo le gaffe e gli errori (per usare un eufemismo) della gestione monarchica di Antonio Fazio, le mosse del neo-timoniere ed ex direttore generale del Tesoro Mario Draghi – grazie a una politica asciutta e rigorosa – stanno lentamente riavvicinando Via Nazionale alle esigenze dei cittadini, consumatori e risparmiatori.

A scanso di equivoci: è evidente che Bankitalia non sta diventando – non deve diventare e qui non si vuole che diventi – l’ennesimo cavallo di Troia che, sulla scia del populismo imperante oggigiorno, strumentalizza per razzolare voti. Non deve e non può farlo. Ma è indubbio altresì che la lunga traversata nel deserto che sembrava aspettare l’istituzione tradizionalmente più prestigiosa dell’establishment economico-finanziario italiano e che appariva quanto mai perigliosa e difficile, risulta ora effettivamente più agevole.

Aveva iniziato, Draghi, apportando una maggiore sobrietà alla figura del Governatore e ridando smalto a una struttura anchilosata, aveva proseguito con la riforma della governance interna e con nuovi metodi nell’analisi e nella gestione delle operazioni nel mercato bancario riguardanti fusioni e incorporazioni (la fine della telenovela Abn Amro-Antonveneta ne è una testimonianza). Azioni in favore di un mercato più libero quindi, che attraverso l’apertura di un maggior numero di sportelli, una più concreta concorrenza tra istituti di credito (anche di nazionalità diverse) porterà a più consistenti vantaggi per i risparmiatori. In termini di scelta innanzitutto, quindi di minori spese.

L’ultima mossa in ordine di tempo è contenuta nel nuovo bollettino, ora diventato trimestrale, sulla situazione economica del Paese. “Adesso giù le tasse – ha intimato Draghi – perché la pressione fiscale in Italia è oltre i limiti europei e raggiunge percentuali record”: secondo le stime dovrebbe infatti toccare il 42,8% nel 2008 con un incremento dello 0,5% rispetto al 2006. Perché, dal punto di vista ideale, è “una grossa battaglia di civiltà”, come ha giustamente ricordato su questo giornale Oscar Giannino; perché, dal punto di vista della prassi, una minore pressione fiscale aumenta il potere d’acquisto stimolando i consumi, e perché i paesi che crescono di più a livello internazionale sono proprio quelli che praticano aliquote marginali più basse. Le risorse in parte iniziano a esserci, e vanno utilizzate per tamponare il debito, in parte vanno recuperate “attraverso il contenimento della spesa primaria corrente, che oggi si attesta su soglie superiori al 40%”. Insomma, un taglio agli sperperi della spesa pubblica, operazione divenuta “indifferibile”, tanto più in una fase in cui non si può cedere alle moine di chi si entusiasma per una crescita ripartita sì, ma ancora troppo debole per dirsi stabile.

Apriti cielo. Perché il tabù dei tagli alla spesa, in una certa parte della classe politica nostrana, è ancora più forte di quello dell’innalzamento delle tasse. E’ un totem, intoccabile per l’appunto, perché intoccabili sono le categorie che ne traggono lauti benefici. Tanto è bastato per scatenare il fuoco di fila della sinistra estrema contro le occulte manovre dei cosiddetti “poteri forti”, che secondo i vari Diliberto, Giordano e Migliore starebbero preparando l’assalto alla diligenza. Pardon, al “tesoretto”. Che, invece, secondo loro andrebbe speso magari nel rinnovo dei contratti con gli statali o in non meglio precisate azioni di “risarcimento sociale”. Una domanda sorge spontanea: ai cittadini, consumatori e risparmiatori, di ogni genere e classe, conviene di più una manciata di bruscoli una tantum, o piuttosto un taglio generale e di lungo periodo delle aliquote fiscali?

Draghi ha sì bisogno di consenso, ma non lavora certo per prendere voti. Da chi lo fa invece, ora ci aspettiamo una risposta. E che dopo le parole vengano i fatti.

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