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La sinistra vuole l’esclusiva del battesimo democratico

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Concludendo i lavori dell’ultimo Congresso dei DS, Piero Fassino, al fine di trattenere i vari Mussi, Angius, Salvi e C. già con un piede fuori della porta, ha detto che essere democratico vuol dire essere di sinistra. Quasi nessun organo di stampa ha fatto rilevare che nei paesi di antica e consolidata democrazia quell’affermazione non ha alcun senso. Nessun laburista, pur se alla sinistra di Blair, escluderebbe dal campo della democrazia i tories; nessun democratico americano farebbe lo stesso col suo rivale repubblicano.

Certo la propaganda politica, come quella commerciale, ha i suoi slogan: le scarpe che ti fanno sentire in una valle verde sono migliori delle altre, una certa birra può farti campare cent’anni etc. Sennonché Fassino non ha detto: “Noi siamo più democratici degli altri” ma “la democrazia sta a sinistra e noi di sinistra possiamo definirci a buon diritto democratici”. A evitare fraintendimenti, non intendo demonizzare Fassino e, inoltre, le mie radici-liberali e socialdemocratiche mi fanno guardare con qualche speranza alla nuova isola emersa nell’arcipelago politico italiano che sembra aver tutte le carte in regola per costituire il polo di centro-sinistra di un bipolarismo affidabile e “a regime” (non a caso, Berlusconi, sulla scia dei Congressi DS e DL, ha raddoppiato l’impegno nel riorganizzare l’altro polo di centro-destra).

A suggerire amare riflessioni è  la political culture sottesa all’infelice espressione di Fassino. Presa alla lettera, infatti, la battuta ha un senso inequivocabile: lo Spirito Santo della democrazia benedice soltanto la sinistra, chi non sta a sinistra non fa parte degli eletti; può, tutt’al più, venire tollerato ma pur se autorizzato dalle norme costituzionali ad assumere responsabilità di governo, sempreché sostenuto dal consenso degli elettori,  rimane comunque un “corpo estraneo”, un’anomalia. Insomma, la vittoria della “destra” sarebbe legale ma non   legittima: non a caso il governo Berlusconi ebbe, per molti italiani, il sapore di una provocazione, di un passo indietro rispetto alla “grande promessa” contenuta in quella vulgata democratica e antifascista che i vecchi azionisti consideravano il “filo rosso” atto a tenere insieme tutte le anime della sinistra, dalla cattolica alla comunista, passando per il centro riformista.

Dispiace dirlo, ma ho l’impressione che le parole di Fassino, come molte altre prese di posizione del leader post-diessino, non corrispondano alle sue più intime convinzioni ma siano un tributo semantico tenuto a pagare alla “società politica”. Con questa espressione, intendo designare quella parte della “società civile” che s’interessa alla politica, legge i giornali, segue i TG, interviene la mattina alla trasmissione radiofonica “Prima pagina” - dal portinaio impegnato al professore universitario, dal giornalista all’uomo di spettacolo, dal magistrato allo sportivo - ma che non aspira a far parte della “classe politica”.

La mia tesi è che, in Italia, il marcio non sta nei dirigenti dei partiti - pur se oggi inferiori a quelli espressi dalla prima Prima Repubblica - né nelle nostre istituzioni - non prive di difetti ma, al di là di ogni ragionevole dubbio, democratiche - ma proprio nella suddetta “società politica”, rappresentata, nella retorica nazionale, come la sanior pars del paese. Per esemplificare, la concezione della democrazia di un consigliere, di un assessore, di un ministro di sinistra risulta assai più rassicurante, in genere, di quella di un professore universitario, filosofo, storico o giurista che sia. Il primo vive quotidianamente il confronto con l’avversario e sa bene che non tutti quelli che stanno dall’altra parte, sono rozzi, ignoranti e al servizio di loschi interessi. Il secondo, si tratti di Roberto Benigni o di Gustavo Zagrebelsky (per citare due diverse categorie dell’intellighentzia di casa) non riesce neppure a pensare che gli elettori e gli esponenti del centro-destra possano essere portatori di interessi e valori legittimi e rispettabili. Del resto noi sessantenni ricordiamo bene che, al tempo della contestazione, erano proprio gli intellettuali militanti (con la patetica benedizione dell’anziano azionista Ferruccio Parri) a gettare benzina sul fuoco mentre erano i disprezzati uomini dell’apparato (“..i traditori sono partito e sindacato…”) a far da pompieri.

E’ l’insopprimibile dialettica movimento/istituzioni, si dirà e non del tutto a torto, se si pensa ai cugini d’oltralpe. Il guaio, però, è che, da noi, la dimensione “movimento” puzza di imbroglio lontano un miglio: non esprime la protesta, legittima e comprensibile, contro IL potere - quali che ne siano i colori - ma l’antagonismo contro UN potere, quello borghese e capitalistico di cui i partiti e i sindacati della classe operaia si renderebbero complici. Non a caso una parte consistente del radicalismo studentesco esprimeva la sua passione del “nuovo” esaltando l’Albania  di Enver Hodja e persino il più grande massacratore del Novecento, Pol Pot, ma non voleva neppur sentir parlare di Solgenitzin - a differenza dei contestatori parigini letteralmente sconvolti dall’Arcipelago Gulag.

Morale della favola, Fassino & C. guardino più alla “società civile” nel suo complesso che non  alla “società politica”: dall’interventismo del radioso maggio alle grandi manovre del Fronte popolare da questa parte non sono venuti che disastri per la democrazia, quella vera, patrimonio di tutti, a destra e a sinistra.

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