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La storia di “Via Craxi” racconta come in Italia il fascismo non sia mai finito

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Da diversi giorni, quotidiani e trasmissioni radiofoniche e televisive non parlano più della proposta di dedicare a Bettino Craxi una strada di Milano. I contrari cantano vittoria, i moderati, che evitano come la peste ogni presa di posizione compromettente, se ne escono con frasi come “Bisogna guardare al futuro, senza stare a rinvangare polemiche passate”. I secondi, senza avvedersene, fanno il gioco dei primi giacché nella vita degli individui, come in quella dei popoli, non si può andare avanti senza aver fatto i conti col proprio passato. Chiudere la pratica Craxi a questo punto significherebbe dar ragione ai giustizialisti. No, quella pratica va tenuta aperta, per una questione di dignità e di rispetto: dal confronto tra tesi e valori in conflitto potrebbe anche venir fuori la decisione di lasciar perdere e far riposare in pace – dimenticato da tutti – Bettino nella modestissima tomba di Hammamet ma, in ogni caso, l'etica pubblica esige un esame di coscienza e una riconsiderazione approfondita di quel che è andato storto nella Prima Repubblica e nella stagione di Tangentopoli che ha spazzato via, con un tratto di sentenza, l’Italia di De Gasperi e di Moro, di Nenni e di Saragat, di La Malfa e di Malagodi. Il non averlo fatto col fascismo ha disteso sul dopoguerra una fitta coltre di grigiastre nubi: s’è persa un’occasione storica, quella di rimeditare, sulla scia del titanico lavoro di ricerca compiuto da Renzo De Felice, un’antropologia politica da cui stentiamo ancora a liberarci.

Che il fascismo – o meglio la ‘mentalità totalitaria’ del fascismo che, per nostra fortuna, non riuscì mai a cancellare tutti gli istituti civili ereditati dal Risorgimento liberale – sia tutt’altro che finito lo mostra proprio la vicenda di ‘Via Craxi’. Mai come nelle settimane scorse, infatti, si è mostrata, in tutta la sua inquietante luce rossastra, la vocazione inquisitoria di una parte della ‘società politica’ – da tener distinta dalla ‘società civile’ – che s’è arrogata il diritto non di giudicare il bene e il male ma di imporre agli altri le sue misure del bene e del male. Il fatto che Craxi non si sia presentato davanti a un tribunale, della cui imparzialità, a torto o a ragione, dubitava profondamente (e forse aveva qualche buona ragione per diffidare del magistrato noto per la promessa “io quell’uomo lo sfascio!”), per una parte dell’opinione pubblica politicizzata, cancella tutte le benemerenze possibili e immaginabili dell’uomo che fu un leader di partito poco disposto a lasciarsi schiacciare da DC e PCI, uno statista che sfidava l’impopolarità del referendum sulla scala mobile, un amico di tutti i dissidenti e di tutti i perseguitati dalle dittature di destra e di sinistra, un ideologo che ricollocava il socialismo italiano nell’ambito della grande tradizione riformistica e liberale europea.

Certo sull’altro piatto della bilancia stanno anche altre aspetti della politica e della strategia craxiana che, in un’ottica liberale e occidentale, appaiono tutt’altro che esaltanti: la tenace amicizia con l’OLP di Arafat, il demagogico no al nucleare, il sostegno (strumentale) alla guerra da corsa che si combatteva alla sinistra del PCI, la voragine del debito pubblico. Sennonché non è in questione il giudizio storico su Craxi ma la domanda, ben più rilevante, sul diritto dei cittadini, delle maggioranze parlamentari e dei governi che essi hanno eletto, a ricordare solo i momenti dell’operato di un politico – che, ogni caso ha segnato un’epoca – che a loro sembrano fondamentali e determinanti e a onorarli con l’intitolazione di luoghi o edifici pubblici.

Che per molti italiani i conti aperti con la giustizia siano una macchia indelebile, che cancella tutto il resto, si può pure comprendere. Quello che non si riesce assolutamente a capire, invece, è perché quei nostri connazionali non concedano ad altri di pensarla diversamente e, nella fattispecie, di ritenere che il diritto, l’etica, la politica, la religione rappresentino distinte sfere vitali che, in tempi e luoghi diversi, possono disporsi in un diverso ordine d’importanza. Se si scoprisse, ad esempio, che Talleyrand aveva approfittato delle cariche ministeriali per arricchirsi, la Francia non dovrebbe essergli più grata per il fatto che grazie a lui, definito da Napoleone “un pezzo di merda in una calza di seta”, tornò a far parte del concerto delle potenze europee anche dopo Waterloo? Non dovrebbe più tollerare vie, piazze, hotel Talleyrand?

Non mi sembra che l’esule di Hammamet si sia arricchito personalmente grazie alle tangenti (dalla sua modesta abitazione tunisina non parrebbe) ma non è questo il punto. A costituire un problema grosso come l’Everest, invece, è il fatto che nessuno abbia replicato al superbo discorso da lui tenuto alla Camera dei Deputati del 3 luglio 1992 – lo riporta Giorgio Fedel nell’antologia "Tre discorsi politici. Frammenti di etica della responsabilità", (Ed. Rubbettino) accanto ad altri due grandi discorsi storici: di Robespierre alla Convenzione del 3 dicembre 1792, per la condanna a morte di Luigi XVI e di Benito Mussolini alla Camera dei Deputati del 3 gennaio 1925 sul delitto Matteotti. Rivolgendosi ai colleghi, Craxi disse allora che il finanziamento illecito dei partiti non era una ‘questione giudiziaria’ ma una ‘questione politica’ e che il sistema doveva riformarsi non a colpi di sentenze di tribunali ma rivedendo gli accordi e le regole non scritte che lo avevano tenuto in vita fin allora. Chiedersi se avesse torto o meno, comunque, è assai meno importante di stabilire se quanti ne condividono ancora oggi la diagnosi abbiano facoltà di parola e, qualora dispongano della maggioranza dei voti in un Parlamento o in un Consiglio comunale, possano tranquillamente intitolargli una strada o se, al contrario, non ne debbano essere impediti dal veto di autorità superiori (superiori al popolo sovrano?), essendo diventata la (presunta) ‘verità giudiziaria’ più importante di altre ‘verità’.

E’ da secoli che noi italiani “non siam popolo perché siam divisi”. Non c’è simbolo politico – Cavour o Crispi, Garibaldi o Vittorio Emanuele II – che ci trovi unanimi, non c’è monumento, o istituto scolastico o viale dedicato a uomo di Stato o leader di partito che non attivi in qualcuno odio e rancore. Se si venisse a conoscenza del fatto che non pochi di quei nomi erano implicati in oscure vicende giudiziarie, cosa si dovrebbe fare? Incaricare Antonio Di Pietro di frugare negli archivi dei tribunali per accertare, ad esempio, le responsabilità di Giovanni Giolitti nello scandalo della Banca Romana e, in caso di prove inoppugnabili, depennarne il nome da ogni spazio pubblico?

Vero è che anche l’ossessione giustizialista è taroccata e doppiopesista. Nessuno si scandalizza per le vie dedicate a Bruno Fanciullacci, l’esecutore di Giovanni Gentile, all’URSS, simbolo del totalitarismo comunista, a Stalingrado, a Palmiro Togliatti, l’uomo che esaltò e condivise la politica di Stalin. A meno che non si tratti di fascisti, non c’è quasi nemico della società aperta che non sia stato ricordato in qualche città italiana. Non amo le epurazioni, “da qualsiasi parte provengano” , e non propongo, pertanto, la ‘damnatio memoriae’. In una grande città del Nord, una signora della ‘buona borghesia’, con ambizioni di ‘visibilità’politico-culturale, si è fatta promotrice di una indignata lettera di protesta contro la strada a Craxi. Non c’è ‘radical chic’ che non l’abbia sottoscritta anche se tra i firmatari non sono molti i “vergin di servo encomio” che da Bettino avevano ricevuto cariche, prebende di sottogoverno, nomine ai vertici della magistratura.

Quando feci notare alla Signora che, in base ai suoi criteri giustizialisti, si sarebbe dovuto riesaminare la toponomastica di tutte le città italiane, mi rispose cortesemente che avrebbe volentieri costituito, con la mia consulenza storica, un Comitato ad hoc. Se avesse letto Milan Kundera avrebbe imparato che cambiare nome alle vie, alle piazze, alle città è il segno più inequivocabile della sindrome totalitaria: cominciarono i giacobini che, come ci ha insegnato Jacob Talmon ne "La democrazia totalitaria", ebbero, a destra a sinistra, numerosa e implacabile progenie. Dietro l’indignazione morale (posto che sia genuina) di chi vuol cancellare la memoria storica – o, come in questo caso, trasmetterne alle generazioni future la sola ‘negatività – c’è, a ben riflettere, un’antropologia plebea, una volgarità ammantata di virtù che, personalmente, mi rafforza nell’idea che l’avvento delle masse, denunciato dal grande José Ortega y Gasset, sia, certamente, un fatto indubitabile, ma che riguardi soprattutto i piani medio-alti della piramide sociale. Che nei protagonisti dei grandi eventi storici si possa sempre trovare ‘qualcosa di buono’ che, per i loro estimatori, fa aggio su tutto il resto, è un’idea che non penetra nella mente della mass-bourgeoisie ovvero di quella borghesia plebeizzata, rispetto alla quale le figure classiche del ‘provinciale’ e del ‘qualunquista’ sembrano essersi formate sulle pagine degli Stoici.

L’uomo della strada sa bene che, senza Stalingrado, l’Europa sarebbe ora un hinterland nazista e che senza Togliatti, il brigatismo partigiano avrebbe potuto scatenare una guerra civile come quella greca, anche se ignora che persino nella Germania Est vi erano piazze dedicate a ‘socialtraditori’ come Friedrich Ebert, evidentemente non per il loro anticomunismo ma per il loro passato contributo all’ascesa del movimento operaio.

Una via a Craxi per molti sarebbe un omaggio al politico che spalancò all’Occidente e alla sua cultura le stanze asfittiche della sinistra italiana – una svolta epocale e indimenticabile. Non è il netto disaccordo con questo giudizio storico e politico a rivelare la ‘mens totalitaria’ di Di Pietro ma la veemenza profetica del suo veto, l’obbligo imposto a tutti – cittadini, amministratori, Quirinale – di schiacciare qualsiasi altra considerazione sotto il peso del codice penale. C’è qualcosa di peggio della “concezione governativa della morale”, su cui ironizzava l’antifascista Benedetto Croce ed è la concezione giudiziaria della politica!

La vicenda della lettera di protesta contro le onoranze a Craxi, dopo aver assicurato alla sua promotrice quel ‘quarto d’ora di celebrità’, che secondo un noto sociologo, nella nostra società non viene negato a nessuno, è forse già riposta nel dimenticatoio cui è destinato, immancabilmente, l’effimero. Eppure si avrebbe torto a non scorgere, dietro l’iniziativa, l’ombra dell’Italia di Piazzale Loreto e dell’Hotel Raphael che oggi sembra aver ritrovato voce e volto nell’Italia dei Valori, ma che, in realtà, non era mai tramontata. E’ il paese del dileggio e del “codardo oltraggio” rappresentato non dai popolani nei quali – a differenza di quel che pensava Garibaldi, nel commosso ricordo di Ciceruacchio (Andrea Brunetti) – , la “carità verso i potenti” è virtù tutt’altro che rara “quando sono chiamati a riempire il vuoto lasciato dai forti” ma dagli strati superiori della borghesia e della cultura, dagli storici che ieri accusavano De Felice di aver pugnalato alle spalle la Costituzione antifascista e che oggi, coerentemente, sono diventati “consulenti culturali dell’Idv” (Nicola Tranfaglia). E’ a questa mass-bourgeoisie che dobbiamo la quasi totale assenza, in Italia, di una ‘religione civile’, la mancanza di una identità da rivendicare con orgoglio, quel senso forte della tradizione che, nei paesi di antica democrazia, è la risorsa preziosa cui attingono tutti i partiti riformatori non meno dei movimenti che vogliono preservare quanto più possibile dell’eredità (costumi e istituzioni) trasmessa dai padri.

Dinanzi alle masse che si affollano attorno al Cavaliere d’Arcore, dinanzi allo stile, al linguaggio, alla becerume delle tv commerciali, dinanzi alle platee oceaniche raccolte sotto le bandiere azzurre di Forza Italia o del PDL, si ha la sensazione di essere entrati, definitivamente nell’era della volgarità, stigmatizzata dal genio di Federico Fellini in ‘Ginger e Fred’. In realtà, quella è “l’apparenza” della volgarità ma la “sostanza” è altrove e non sta a pianterreno, accanto alla portineria, ma negli ultimi piani, negli attici della ‘buona società’. Per comprenderlo, andrebbe letta e riletta, una delle più alte meditazioni storiche e filosofiche di Benedetto Croce, "Storiografia e idealità morale", forse l’opera più inattuale del grande pensatore napoletano, almeno nel senso che ci mostra una “civic culture” e un’etica “classica” lontane e irrecuperabili. Nel capitolo "La storiografia e l’azione pratica e morale", Croce, dopo aver ricordato la sua ferma opposizione a Vittorio Emanuele III, “per le colpe o gli errori” gravi commessi dal piccolo re e la rassegnazione di lui, che pur aveva votato per la monarchia al referendum istituzionale, a riporre la dinastia “nel museo della nostra storica”, scriveva , in una pagina nobilissima che mi scuso con il lettore se riporterò per intero: “Ma con quale animo lessi, nel corso delle perplessità politiche dopo la caduta del fascismo, alcuni libri pubblicati da italiani in Italia e fuori d’Italia, nei quali si parlava dei principi di casa Savoia, da Umberto Biancamano all’ultimo re, come di una sequela di sfruttatori, di tiranni e di nemici dell’Italia; e come mi parvero rozzi i cancellamenti e le sostituzioni dei loro nomi illustri nelle strade di Torino, che in ogni parte reca l’impronta dei suoi re; e come mi tornava alla memoria il giudizio di un insigne uomo di stato napoletano del settecento, il marchese Caracciolo, il quale osservò con ammirazione l’unità spirituale che esisteva saldissima tra il popolo piemontese e i suoi sovrani; e quello dell’odiatore dei tiranni Vittorio Alfieri che li definiva ‘ottimi principi’ |…| Fu tanta in me l’offesa e l’indignazione per la verità storica conculcata che ebbi l’impeto, che non mi fu dato allora soddisfare, di scrivere io una breve storia dei Savoia per far rifulgere la verità, ad onore, non dirò dei Savoia, ma del genere umano”. (Ed. Laterza 1950, pp.86-7)

Il filosofo indubbiamente, esagerava i meriti della piccola dinastia transalpina che avrebbe unificato sotto la sua Croce la penisola ma a ragione faceva rilevare, con antica saggezza stoica e shakespeariana, come un paese ‘sine patre natus’, un paese incapace di assumere su di sé il peso e la responsabilità del passato, facendo tesoro delle sue luci e meditando seriamente sulle sue ombre, fosse condannato a sopravvivere stancamente a se stesso, “nave senza nocchiero in gran tempesta”. Una lezione che non esitava ad applicare allo stesso fascismo, come si legge in un altro capitolo, "L’obiezione contro le ‘storie dei propri tempi’" : “non mi sorrise certamente il pensiero di mettermi a contemplare e indagar uomini e fatti a me odiosi e ripugnanti e fastidiosi, verso i quali non solo non provavo la vile gioia della vendetta, ma non mi era lecita gioia alcuna perché essi si legavano al danno e all’onta, a me amarissima, della mia patria illusa, tradita, offesa, vituperata. Pure, se a un simile lavoro mi fossi risoluto o se potessi mai risolvermi, si stia tranquilli che non dipingerei mai un quadro tutto in nero, tutto vergogne ed orrori, e poiché la storia è storia di quel che l’uomo ha prodotto di positivo, e non un catalogo di negatività e d’inconcludente pessimismo, toccherei del male solo per accenni necessari al nesso del racconto, e darei risalto al bene che, molto o poco, allora venne al mondo, o alle buone intenzioni e ai tentativi, e altresì renderei aperta giustizia a coloro che si dettero al nuovo regime, mossi non da bassi affetti, ma da sentimenti nobili e generosi, sebbene non sorretti dalla necessaria critica, come accade negli spiriti immaturi e giovanili”. (p.115)

A parte le vecchie minoranze liberali e qualche spirito non conformista capitato nell’area del riformismo socialista, quale rilevante corrente culturale, filosofica o artistica saldamente insediata nella nostra ‘repubblica delle lettere’ ha interiorizzato la lectio stupendamente illustrata nelle pagine crociane? Eppure essa conteneva un’etica sociale che avrebbe potuto contribuire a un clima di convivenza civile, di reciproco rispetto anche nei confronti degli “spiriti immaturi e giovanili” “mossi non da bassi affetti, ma da sentimenti nobili e generosi”.

Ricordo, tanti anni fa, un collega (e amico carissimo) che, in occasione di chissà quale brutta figura fatta da Vittorio Emanuele IV, si divertiva, in articoli scritti per ‘Il Secolo XIX’, a ridicolizzare la monarchia e non solo quella italiana ma, altresì, quella inglese (chissà perché ce l’aveva con la regina Elisabetta II). Ai nostri comuni studenti dovetti spiegare, io convinto repubblicano, che i Savoia avevano pur acquisito qualche merito nella storia nazionale e che la monarchia, lungi dall’essere una forma di Stato ridicola e anacronistica, era il coronamento istituzionale dei più civili paesi europei (Inghilterra, Belgio, Olanda, paesi scandinavi etc.). Dallo scambio di idee trassi la convinzione che, se persino nei migliori la filosofia contenuta in "Storiografia e idealità morale" non aveva attecchito, non c’era più niente da fare e la plebeizzazione degli spiriti non avrebbe conosciuto ostacoli. Oggi essa trionfa a destra come a sinistra, nella storiografia pseudorevisionista della Lega (Gilberto Oneto e scamiciati verdi) e dell’oscurantismo tradizionalista (Angela Pellicciari &C.), nelle rinnovate accuse di lesa Resistenza (D’Orsi, Tranfaglia, Del Boca etc.) rivolte a quanti come Giampaolo Pansa ripropongono la “pietà verso i nostri carnefici” e nell’isteria giustizialista che volentieri etichetterebbe come ‘apologia di reato’ ogni proposta di intitolare una via a un Wanted come Bettino Craxi.

Anche Antonio Di Pietro viene da lontano e all’Hotel Raphael non venivano tirati soltanto rubli, come disse, con amara ironia, Bettino Craxi: assieme ai rubli piovevano vecchie lire sempre in corso anche se oggi mascherate da euro.

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1 COMMENT

  1. La “damnatio memoriae” proviene anche dal centrodestra
    E’ condivisibile l’idea che piano giudiziario e piano politico debbano essere tenuti distinti. Risulta però abbastanza difficile aspettarsi, da parte di chi è ostile all’intitolazione di una via a Bettino Craxi, un atteggiamento disteso e meno emotivo come quello auspicato in questo articolo. Non dimentichiamoci che dal crollo del muro di Berlino in poi la sinistra italiana e i suoi protagonisti sono stati sistematicamente insultati come ammasso di traditori della patria, gente che ha passato cinquant’anni a cercare di svendere l’Italia all’Unione Sovietica e che si è cullata nel sogno di rinchiudere nei gulag la maggioranza demcocristiana del Paese. Accuse che chiunque ha un minimo di oggettività storica sa essere false, ma che vengono utilizzate correntemente dalla propaganda del centrodestra per insultare la memoria di un’intera fetta di politici e di cittadini che hanno contribuito, con il loro lavoro, ad assicurare all’Italia lo sviluppo economico. Perché anche se votavano PCI, gli operai sgobbavano in fabbrica creando reddito per tutti, non dimentichiamolo; e anche se esisteva un’affiliazione all’URSS, nel PCI già almeno dal 1956 si aprirono vasti fronti di dissenso; e i dirigenti di quel partito, come correttamente ricordato in questo articolo, tennero sempre un atteggiamento responsabile di fronte ai rischi di un’involuzione violenta. Tutto questo però non è riconosciuto dal centrodestra di oggi: e se da parte di chi ha in mano la maggioranza del Paese arrivano solo anatemi e sfottò, è difficile aspettarsi un atteggiamento di “concordia nazionale” da parte della minoranza.

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