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Modello svedese

La Svezia non chiude quasi niente. E l’OMS la promuove

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E ci risiamo con la Svezia.

Ribadisco ancora una volta la mia totale incompetenza in tema di virologia e di gestione delle epidemie. Ma un discorso in italiano normale ci arrivo a capirlo. E, al netto dei fumi in cui spesso sono avvolte le circonlocuzioni dei politici e degli esperti, avevo interiorizzato un paio di cosette a proposito di questo Covid-19, detto “il Cinese”.

La prima è che lo strumento principale per combatterlo consiste nel chiudere la gente in casa, ‘lucchettare’ le scuole e le università, azzerare il più possibile le attività produttive, i ritrovi, i luoghi frequentati, in una parola una strategia di massimo diradamento dei contatti interpersonali, soprattutto nella fase virulenta del contagio, quando la disponibilità di posti adeguati per la terapia dei casi più gravi può essere a rischio: una prospettiva ragionevole, se non si trasforma in una specie di modello di vita permanente, in cui lo stato mette le grinfie sulla vita privata dei cittadini, anche quando l’emergenza sanitaria si attenua. Anzi, senza voler rivangare troppo il passato (ma giusto quel tanto necessario per non subire tagli selettivi alla memoria) casomai i cultori dei brindisi inclusivi e degli involtini cinesi, i militanti contro il virus della paura e del razzismo allignavano nell’emisfero sinistro del nostro panorama politico. Ve la siete scordata la foto di gruppo delle Sardine con i libri sulla bocca (le mascherine così sbeffeggiate al momento erano roba da ottusi leghisti lombardi), ostentanti superiorità culturale sui fomentatori di odio e di paura e sulla plebe ignorante che li seguiva, addirittura pretendendo la quarantena per chi arrivava da fuori?

La seconda è in sostanza un corollario espresso in tutte le lingue e predicato in tutti i media “responsabili’: che chiunque anche sembrasse anche vagamente ipotizzare altre strategie si trasformava con effetto immediato in assassino dei deboli e darwinista sociale, al limite meritevole anche di ammalarsi – se non di morire.

 

Su tutta la strategia della chiusura si è esercitata fin dall’inizio una vigilanza protettiva dell’OMS, l’agenzia delle Nazioni Unite deputata a difendere la salute del globo, da cui si è espansa a cascata su quasi tutti i paesi del mondo. E perché quasi? Perché, mentre ancora i social erano surriscaldati dai sarcasmi e dagli improperi contro Boris Johnson, che sulla base di un discorso ampiamente manipolato sembrava aver ipotizzato la possibilità di una strategia diversa dal lockdown, si è sparsa sommessamente tra il volgo incredulo la voce che in Svezia stavano andando controcorrente davvero. Ne abbiamo parlato anche qui, manifestando stupore per il diverso trattamento, composto e comprensivo anche in pendenza di dissenso nel merito, riservato dai media al governo svedese rispetto all’odiato brexitaro a capo del governo inglese.

 

Ma la cosa è andata ancora avanti e ha toccato il vertice dell’incredibilità: siccome alla prova dei fatti risulta che in Svezia non c’è una percentuale di malati e di morti tanto diversa dagli altri paesi – e però intanto hanno conseguito il vantaggio di aver fatto circolare il virus in maniera controllata – ecco che addirittura dalle parole di Mike Ryan, capo del Programma di emergenze sanitarie dell’OMS, scopriamo che la Svezia è diventato un modello e che, insomma, ha fatto bene a bypassare in qualche modo la fase 1.

Secondo Ryan – leggiamo su Repubblica del 29 aprile – gli svedesi sono passati direttamente alla fase di convivenza con il virus, la famosa “fase 2” che tutto il mondo si sta preparando a realizzare. “Se dobbiamo arrivare a un nuovo modello di vita di ritorno alla società senza nuovi lockdown, penso che la Svezia possa essere un esempio da seguire”. Insomma, in Svezia “stanno capendo come convivere con il virus in tempo reale, il loro modello è un strategia forte di controllo e una forte fiducia e collaborazione da parte della comunità. Vedremo se sarà un modello di pieno successo o meno”. Ma, dettaglio più dettaglio meno, non era proprio questa la strategia abominevole dell’immunità di gregge?

 

Non c’è che dire, almeno a giudicare da quello che leggiamo è stata una bella giravolta da parte dell’OMS, ma alla fine la successione dei messaggi che abbiamo ricevuto è alquanto destabilizzante e non aiuta tanto a diradare la nebbia: le mascherine non servono, poi le mascherine diventano indispensabili; chiudere è l’unica, no meglio aprire un po’e convivere col virus… Per non parlare dello shakeraggio continuo delle ipotesi medico-epidemiologiche a cui siamo sottoposti dal pullulare dei pareri dei virologi televisivi. E mi limito a quelli, perché se ci allargassimo agli intellettuali che delineano scenari socio-politici futuribili – che poi in genere sono quelli che auspicavano anche prima – non finiremmo più.

 

Ma insomma, per venire a ciò che in termini politici e culturali ci interessa di più, se parliamo di forte fiducia, collaborazione, comunità responsabile siamo decisamente su un altro pianeta, rispetto ai nostri cangianti e umilianti moduli di autodichiarazione, alla classificazione dei possibili congiunti abusivi, e al clima di perpetua colpevolizzazione dei cittadini. E certamente, se la vicenda la guardiamo da casa nostra, dove il blocco della libertà personale, delle scuole e della produzione è diventato un dogma quotidianamente ribadito anche con l’uso di statistiche sospette e di notizie-fake sulla situazione di altri paesi, e dove la fase 2 – annunciata fra mille contraddizioni e attuata con ogni sorta di contorcimenti – in realtà al massimo è una fase uno e mezzo, agli svedesi in fin dei conti possiamo solo dire “beati voi!”.

 

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