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La Toscana spinge per l’aborto farmacologico: ecco il relativismo in pandemia

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In pandemia, si sa, si cerca di fare di necessità virtù. E anche le priorità vengono per forza di cose ridimensionate. Eppure per qualcuno alcune sono più priorità di altre. Il Consiglio regionale della Toscana ha approvato il 16 maggio scorso una risoluzione, firmata da PD, M5S, Italia Viva e Sinistra Italiana, che, col pretesto dell’emergenza Covid-19, impegna la Giunta regionale ad estendere temporalmente l’aborto farmacologico e ad assicurare nei presidi ospedalieri la presenza di almeno il 50% di personale medico e sanitario non obiettore, anche attraverso bandi di concorso appositi e mobilità del personale.
Nello specifico si legge nella risoluzione che l’impegno della Giunta regionale sarà quello di avviare una fase di sperimentazione che prevede l’allungamento della tempistica limite per l’IVG farmacologica fino alle 9 settimane, oltre l’attuale limite previsto per legge.
Un vero e proprio attacco all’obiezione di coscienza dunque, che si ricorda è un diritto costituzionalmente garantito, nonché alla salute delle donne, che negli intenti si vorrebbe tutelare, almeno a parole, ma che di fatto, com’è noto, viene messa maggiormente in pericolo. Come dimostra la letteratura scientifica infatti l’aborto farmacologico è più rischioso per la stessa vita (il tasso di mortalità è il decuplo rispetto a quello accertato per l’aborto chirurgico), più doloroso e traumatico per la donna.
Insomma, sembra proprio che la Regione Toscana abbia raccolto l’appello di Roberto Saviano, Laura Boldrini, Valeria Fedeli, Livia Turco e Marco Cappato che il mese scorso auspicavano l’estensione dell’uso della RU486 usando come espediente giustappunto l’emergenza della pandemia, mossi tuttavia più da intenti ideologici che non da reali motivazioni di tutela della sicurezza e salute delle donne.

Alla faccia della tutela della vita…

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