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La transizione ecologica e il recupero della “rivoluzione” alla sua matrice liberale

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Il Ministero per l’Ambiente e la Transizione Ecologica del governo Draghi ha conosciuto la sua popolarità attraverso le esternazioni di tattica politica riduzionista del proprio fallimento politico da parte del reggente del Movimento 5 Stelle, il comico Beppe Grillo. Ma, al di fuori della sua strumentalizzazione politica da parte dei vari attori, occorre interrogarsi sulla effettiva struttura e funzione di un ministero che, pur essendo giunto alla notorietà tramite un comico, è destinato a un ruolo di tragica serietà all’interno della Società capitalistica occidentale.

Il ri-pensamento della tecnica e di una sua nuova concezione come “gestione dei rapporti fra la natura e l’umanità” era stato già affrontato in area degli studiosi marxisti fin dai primi anni del 1900. Walter Benjamin già prima del 1945 ha proposto una critica radicale del concetto di “sfruttamento della natura” e del rapporto “assassino” che la civiltà capitalista ha con essa. Come chiarito  da Michael Lowy Benjamin già nel 1938 nel suo libro “Strada a senso unico” (originariamente apparso con il titolo “Walter Benjamin precursore dell’ecoscialismo”) denunciava l’idea di un dominio sulla natura come discorso “imperialista” proponendo una nuova concezione della tecnica (intesa come risultante di finanza e industria) quale “gestione dei rapporti tra la natura e l’umanità”.

In Benjamin, come successivamente in Bachofen, è costante il riferimento alle pratiche delle culture premoderne contrapposte alla “avidità” distruttiva della società industriale borghese nel suo rapporto con la natura: “…dovremmo mostrare, dice Benjamin, profondo rispetto per la Madre Terra; se un giorno la società fosse in pericolo a causa della sua avidità e si trovasse al punto di rubare i doni della natura…il suo suolo si impoverirà a tal punto da far fallire il suo raccolto”.

Bachofen, antropologo svizzero, in alcuni suoi saggi che avevano attirato l’interesse di Friedrich Engels (l’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato), fissa la nozione di “comunismo primitivo” e cioè una società senza classi, democratica ed egualitaria con forme di comunismo primitivo attualizzante una maggior armonia tra la società e l’ambiente naturale. Nel pensiero di Bachofen l’idea del “feroce sfruttamento della natura” è incarnato nella concezione capitalista-moderna predominante nel XIX secolo ma non esisteva nelle società matriarcali del passato dove la natura era vista come una madre dispensatrice di doni.

In buona sostanza il pensiero marxista del progresso economico e tecnico quale risultato inevitabile della rivoluzione proletaria non riesce ad eliminare il problema del feroce sfruttamento delle risorse naturali con sostanziale parificazione del processo di sfruttamento e di dominio capitalista della natura nell’economia occidentale e della sua copia burocratica nei paesi del socialismo reale prima del muro. Con conseguenze disastrose per l’intera umanità.

Diversamente dal marxismo evoluzionista, Benjamin non concepisce la rivoluzione come risultato naturale o inevitabile del progresso economico e tecnico nato dalla contraddizione tra forze e rapporti di produzione ma come l’interruzione di uno sviluppo storico che porta al disastro. Marx dice che le rivoluzioni sono la locomotiva della storia universale. Per Benjamin le cose, forse, stanno in modo del tutto diverso. Forse le rivoluzioni sono il ricorso al “freno d’emergenza” dal parte del genere umano che viaggia su questa locomotiva. E da qui occorre ripartire.

Il centrodestra ha culturalmente permesso alla sinistra di appropriarsi di termini quale progressismo e rivoluzione, che sono stati la matrice culturale della nascita della borghesia liberale emancipatasi con forza rivoluzionaria dall’apparato feudale. Marx stesso riconosce nella sua opera “Il Capitale” questa forza propulsiva rivoluzionaria e progressista della borghesia.

Le modalità con cui i concetti di progressismo e di rivoluzione siano traslati in modo improprio dalla borghesia liberale al marxismo è naturalmente oltre la portata del presente articolo. Ne basti la presa d’atto.

Rivendicare  all’essenza della cultura politica del centrodestra il concetto di rivoluzione quale elemento di caratterizzazione consustanziale, quale matrice, assume ancora più importanza nelle parole del neo ministro Cingolani sulla necessità di una vera e propria rivoluzione per l’attuazione degli scopi del Ministero dell’Ambiente e della Transizione Ecologica. Rivoluzione che non può che passare per la presa d’atto del “progresso sempre più rapido della locomotiva della civiltà capitalistica verso un abisso: abisso che si chiama catastrofe ecologica e che nel cambiamento climatico ha la sua espressione più drammatica”. Basti richiamare le parole di Ban Ki-Moon Segretario Generale della Nazioni Unite, secondo il quale “…i governi del pianeta hanno il piede incollato dell’acceleratore e stanno precipitando verso l’abisso”.

Il programma del Ministero dell’Ambiente e della Transizione Ecologica non può quindi che prevedere il ritorno dell’idea rivoluzionaria a quella matrice borghese e liberale che ne è stata l’attuatrice storicamente fondamentale: rivoluzione che può rappresentare altresì, nel senso di Benjamin, il “freno d’emergenza” che freni lo sviluppo dalla catastrofe indirizzandolo e strutturandolo verso obiettivi ecologicamente salvifici.

Questo governo che nasce con una cifra di competenza in antitesi e discontinuità ai due esecutivi che l’hanno preceduto deve dare una risposta politica, una visione sul “come si debba agire” , una responsabilità (anche tragica) di decisione cui la politica non può sottrarsi.

Il campo che tale domanda spalanca va ben oltre il problema della funzione e del carattere in generale della profezia pessimistica, il Kulturpessimismus di matrice tedesca conservatore reazionario e prefascista: qui la preoccupazione non è per il declino dell’élite o dei ceti politici professionali ma per le minacce che il progresso tecnico ed economico promosso dall’attuale struttura del capitalismo finanziario pone all’umanità.

Mai più che ora serve attraverso la competenza la “politica come professione”. Ma quale politico? Un politico capace di porsi non quale mero esecutore di “verità scientifiche” ma in “analogia” con il lavoro intellettuale scientifico: funzione “analoga”, come sostiene Cacciari, resa possibile dalla padronanza di un apparato tecnico burocratico organizzato e specializzato nelle competenze. Organizzazione e specializzazione che risultano la cifra culturale di questo governo cui è affidato il compito di far funzionare le potenti strutture amministrativo-burocratiche a mezzo di un ceto burocratico competente, capace anche di resistere alle incertezze (inevitabili) di un governo di unità nazionale e all’altrettanto inevitabile “mediazione legislativa” cui questa situazione darà luogo.

Questo governo non è, come è stato detto, la morte della politica, ma ne può rappresentare, se ben utilizzato, la palingenesi. Purché la politica riprenda quella nobiltà e quel dovere del decidere, anche tragico nella responsabilità, che le appartiene per struttura e per funzione.

Ma occorre far presto. Nessun fatalismo: il futuro resta aperto. Come afferma Benjamin sul concetto di storia “ogni secondo è la porta stretta dalla quale può venire la salvezza”.

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