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L'editoriale della domenica

La Trattativa e cosa ne resta (di G. Quagliariello)

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In un Paese normale, un processo che si conclude con l’assoluzione in appello degli imputati non desterebbe particolare scalpore. Sarebbe un evento tutto sommato ordinario. Perché la giustizia farebbe il suo corso in tempi compatibili con la civiltà. Perché gli accusati sarebbero a tutti gli effetti presunti innocenti in attesa di giudizio. Perché il procedimento penale servirebbe ad accertare responsabilità puntuali per fattispecie tassative, non a riscrivere la storia e fare sociologia. Perché toppe clamorose produrrebbero qualche conseguenza in capo a chi se ne rendesse responsabile. Di più: in un Paese normale, una sentenza di assoluzione sarebbe la conferma dell’importanza della terzietà del giudice e della ragionevole durata del processo.

In un Paese normale, dicevamo. In Italia, a seguito della certificazione processuale dell’innocenza, a prevalere solitamente è un sentimento di rabbia. Già, perché di fronte alla miscela esplosiva fra tempi incompatibili con quelli di uno Stato civile e un circuito mediatico-giudiziario in grado di produrre sulla vita degli accusati effetti devastanti prima ancora che si sia consumata l’udienza preliminare – insomma, una condanna preventiva per una presunzione di colpevolezza che nessuna Costituzione più bella del mondo riesce a estirpare – non si sa se augurarsi che la colpevolezza da presunta divenga infine effettiva o dover constatare una volta di più che nel Paese che fu di Cesare Beccaria tutto questo debba subirlo un innocente.

Con la cosiddetta “trattativa Stato-mafia” siamo oltre. L’inchiesta prima, il processo poi, e nel mentre l’ordalia mediatica nutrita di dibattimenti televisivi preordinati, pubblicistica a non finire e finanche cinematografia, ostensione di personaggi che generosamente potremmo definire dubbi portati come madonne pellegrine da un salotto tv all’altro con la benedizione di membri dell’ordine giudiziario, mitizzazione di taluni magistrati ed esposizione al pubblico ludibrio, direttamente nel girone dei mafiosi e dei loro fiancheggiatori, per chiunque – toghe comprese – osasse coltivare qualche dubbio… e ancora, il gioco a nascondino con le intercettazioni della presidenza della Repubblica, un Capo dello Stato portato sul banco dei testimoni e un’offensiva istituzionale così brutale che qualcuno è arrivato a pagarla con la propria vita… tutto questo ha egemonizzato il dibattito pubblico, avvelenato la vita politica, devastato la vita di servitori dello Stato, infangato istituzioni dedite alla sicurezza dei cittadini.

Che tutto ciò si sia concluso in appello con una assoluzione non sorprende chi abbia avuto la pazienza di scandagliare il “caso trattativa” al di là della cortina fumogena con la quale la sua eco mediatica aveva narcotizzato la pubblica opinione. E, anzi, l’auspicio è che gli storici del futuro possano ricostruire la sanguinosa stagione delle stragi di mafia con uno sguardo più ampio, illuminando connessioni rimaste al di fuori della narrazione imposta da questo processo finito nel nulla. Ma noi che viviamo in questo tempo dovremmo una volta per tutte dismettere il vizio della memoria corta.

Ho letto in questi giorni commentatori anche molto autorevoli sostenere che “in un Paese normale magistrati che prendono simili cantonate il giorno dopo cambiano mestiere” (Carlo Nordio). Con i tempi della giustizia italiana, accade che la sentenza in grado di sbriciolare un’impalcatura ultradecennale arrivi talmente tardi che alcuni di loro il mestiere lo hanno cambiato già, magari proprio sull’onda della notorietà acquisita. Ma anche di questo nessuno o quasi si ricorda più.

E allora, invece di rammaricarci per l’ennesimo vilipendio alla vita di persone in carne ossa, al decoro delle istituzioni e alla vita pubblica di un Paese, diamoci da fare perché non accada più. Ancora Nordio sostiene che “alle anomalie di un sistema ormai squalificato e corroso non potrà porre rimedio né questo governo né questo Parlamento. E forse neanche il prossimo, a meno che, con una univoca e possente voce popolare, il referendum tuoni l’avvertimento e l’invito di Cromwell e Amery: ‘in nome di Dio, basta!’”.

Da legislatore non posso unirmi alla rassegnazione, anche se il realismo suggerisce che con una maggioranza così composita e il poco tempo rimasto prima della fine della legislatura sarà difficile andare molto oltre il dignitoso compromesso già siglato in tema di giustizia. Ma con un sistema giudiziario al minimo storico della sua credibilità, e con un Paese che lotta per sopravvivere alla più grave crisi dal dopoguerra, la congiuntura per raddrizzare la rotta è irripetibile. Senz’altro l’onda referendaria potrà dare una spinta importante, al di là della formulazione dei quesiti che autorizza qualche legittimo dubbio, dunque rinnovo intanto l’invito a firmare in massa. Ma ciascuno di noi deve fare la propria parte. Per il futuro dell’Italia, e perché le vittime dei tanti “processi trattativa” che hanno affondato la giustizia in questo Paese non abbiano sofferto invano.

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