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Un progetto di Germano Celant

La Triennale mette in mostra tutta la ricchezza dell’Arte povera italiana

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La Triennale di Milano, storica istituzione dedicata al design e alle arti applicate sorta nel capoluogo lombardo sull’onda dell’entusiasmo per l’Expo universale del 1909 realizzata per celebrare il traforo del Sempione, ha scelto con la mostra “Arte Povera 1967-2011” che inaugurerà domani di essere tra i promotori dell’ambizioso progetto voluto da Germano Celant in occasione del 150. dell’Unità per celebrare in otto tra i principali musei del contemporaneo del Paese uno dei movimenti più rappresentativi della scena artistica italiana del dopoguerra.

Milano ospita così per la prima volta una rassegna antologica sull’Arte Povera, oltre sessanta installazioni in uno spazio di circa tremila metri quadri che testimoniano l’evoluzione del percorso creativo dei “poveristi” dalle origini ai nostri giorni. La mostra si compone di due parti: la prima, dedicata alle opere storiche realizzate dal 1967 al 1975 circa e che segnano l’esordio linguistico dei singoli artisti, è allestita al piano terra, nella Galleria dell’Architettura disegnata da Gae Aulenti. La seconda, ospitata nei grandi spazi aperti del primo piano del palazzo di via Alemagna, aspira a documentare lo spirito fluido e spettacolare delle imponenti opere realizzate dai singoli artisti dal 1975 al 2011. Il pubblico potrà così percepire come la ricerca artistica si sia modificata nel corso del tempo, passando da una presentazione antitetica di elementi primitivi come fuoco e pietre, carbone e igloo, ghiaccio e vegetale, piombo e gesso, tubo fluorescente e vetro, nylon e specchio, acqua e stoffa, ad articolazioni complesse e in grande scala dove il discorso linguistico si sviluppa in un’installazione che avvolge e confronta l’osservatore così da mettere in relazione corpo e oggetto, movimento e architettura.

A quasi 45 anni dalla nascita di questo movimento le opere di Boetti, Merz, Penone, Kounellis, Anselmo, Calzolari, Fabri, Paolini, Pascali, Pistoletto, Prini e Zorio sono in grado di suscitare in chi le ammira un nuovo sguardo sul mondo, un rinnovamento dei significati e dei significanti che è sinonimo di autentico spirito creativo. Non a caso, insieme al Futurismo, si può dire che l’Arte Povera sia una delle maggiori espressioni artistiche italiane del Novecento di livello internazionale ed al contempo è un’incubatrice incredibilmente ricca della nuova arte del futuro. Il linguaggio dell’Arte Povera ha una componente ineliminabile di provocazione, capace di colpire nel segno, creando le condizioni per promuovere e far scaturire nuovi sentimenti. E quando ciò avviene dobbiamo sempre essere grati ai nostri artisti.

 

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1 COMMENT

  1. attenti alla data di scadenza
    Nelle dichiarazioni dei promotori iniziali, la Triennale di Milano e il Comitato Italia 150 (a cui in seguito si è aggiunto il Castello di Rivoli) la mostra-evento Arte Povera 2011 avrebbe dovuto avere due caratteristiche: la storicizzazione di un movimento fondamentale nell’arte contemporanea italiana ed internazionale e il lavoro in rete tra alcuni dei principali musei italiani.
    La scelta di Celant di restringere la rosa degli artisti esposti a solo 13 nomi non solo esclude, senza alcuna ragione, alcuni degli esponenti universalmente indicati come figure di primo piano del Movimento da Gilardi a Parmiggiani, da Mattiacci a Marotta e Mauri ecc., ma elude anche una doverosa indagine storica su tutti gli apporti, le connessioni, le sfaccettature di un movimento che per la sua ampiezza e importanza non può non avere avuto, alle spalle dei “magnifici tredici” di Torino e Roma, anche altri interpreti (sia pur minori per Celant) e altre manifestazioni e in diverse parti d’Italia.
    Inoltre, con la sezione specifica di Milano dedicata all’Arte Povera fino al 2010, si procede ad un falso storico prolungando merceologicamente la vita di un movimento che lo stesso Celant aveva dichiarato finito agli inizi degli anni ’70.
    Riguardo il lavoro di gruppo dei musei, come ho avuto modo di riscontrare personalmente, sembra si sia ridotto a ben poca cosa se a pochi mesi dall’inaugurazione delle mostra-evento alcune sedi locali sapevano ben poco sulla sua impostazione e sul loro ruolo specifico e ribadivano che ogni scelta, in particolare degli artisti esposti, era demandata a Celant senza possibilità di interlocuzione alcuna.
    Ancora una volta il critico demiurgo pare prendersi tutto il proscenio, con buona pace delle belle parole su storicizzazione e lavoro di rete, consegnandoci un’Arte Povera a dir poco Ibernata.
    Sull’argomento il video su youtube “arte povera 2011 tre domande a Celant e tre risposte”

    Alberto Esse

    Piacenza 2 settembre 2011

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