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Piccoli delitti senza importanza

La vedovella, il testimone e l’insetto che fa la differenza

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Un grido nella notte aveva svegliato il professor Fabrizio Corbera, il quale dopo aver messo a fuoco la situazione si destò dal sonno del giusto e corse sul pianerottolo per bussare alla porta della coppia di pittori, suoi dirimpettai.

Nonostante l’escalation del suo bussare, nessuno venne ad aprire. Solo quando fu sul punto di rientrare nel proprio appartamento per chiamare la polizia, la giovane pittrice gli aprì gettandosi fra le sue braccia. La ragazza balbettava disordinatamente solo due parole: sangue e marito.

Malgrado la tentazione di entrarle in casa e controllare di persona cosa fosse successo, si trattenne, essendo piuttosto fuori dalla propria “giurisdizione”. La portò in casa sua e le inumidì le tempie col suo fazzoletto impregnato di brandy. A quel punto, ella si riebbe e disse:

«Mio marito è scomparso, c’è una pozza di sangue in bagno».

Il professor Corbera cedette alla tentazione e perlustrò la casa e, come aveva detto la signora, in bagno, o meglio nella vasca da bagno, c’era una pozza di sangue.

Si sentiva un forte olezzo che non seppe definire. Tornò sul pianerottolo a recuperare la povera ragazza, che inaspettatamente corse in bagno e vi rimase chiusa per circa una decina di minuti, durante i quali il professor Corbera sentì solo un forte scroscio d’acqua.

Nel frattempo chiamò la polizia, che non ci mise molto ad arrivare. Il professor Corbera espose i fatti, o meglio quel poco che aveva visto in casa. La ragazza sembrava quasi impazzita: urlava ai quattro venti il suo dolore. Corbera ci rimase male: quella reazione, comprensibile in una persona quasi isterica, gli sembrava inadeguata per una ragazza che, per come la conosceva (superficialmente), era molto semplice e tranquilla. Come suo marito, del resto. Tranquilli entrambi al punto che la sera non uscivano e in casa non ricevevano, e preferivano rimanere in casa. Era incredibile come il dolore deformasse il carattere di una persona sensibile come, di solito, è un artista. Non ci fece caso più di tanto.

***

Due mesi dopo la sparizione del pittore, la ragazza aveva iniziato a incontrarsi con uno sconosciuto.

Al professor Corbera pareva un po’ strano che la ragazza si fosse rivelata così facile alla consolazione, ma non se ne rammaricò più della durata del suo caffè del mattino. Pensò bene di affogare i suoi pensieri in un buon autore e in un cd di tutto rispetto.

Si era messo comodo e al calduccio, quando si accorse che la ciotola del suo gatto era infestata da piccole larve bianche e vermiformi. Ci rimase un momento: era una cosa molto strana. Si avvicinò per vedere di che insetti si trattava.

Improvvisamente ebbe tutto chiaro.

***

Il professor Corbera accettò l’invito che la sedicente vedovella gli aveva avanzato. Alla festa (che era meglio definire un ritrovo di pittori, artisti, mercanti d’arte e compratori) il professor Corbera affascinò tutti con i suoi aneddoti e la sua chiacchiera fluente.

Verso la fine della serata attaccò una storia:

«Questa è una storia un po’ particolare: la storia di una truffa molto ingegnosa, ma irrimediabilmente compromessa dalla presenza di un testimone. Tempo fa venni a sapere di un signore, che chiameremo A., pericolosamente indigente e con una moglie a carico. Quest’ultima, forse stanca della vita che per l’indigenza era costretta a fare, pensa un piano ardito e molto rischioso: progetta la morte del marito in modo da incassare la polizza assicurativa da lui stipulata. Fin qui una normale storiella, una cosa da telefilm, senza inventiva. Ma ecco il colpo di genio! La moglie è molto innamorata del marito, perciò non ne progetta la morte, ma la finge. Quindi, siccome in realtà una polizza non c’è perché non hanno i soldi per pagarla, la donna ripiega su un altra cosa. D’accordo con un amico gallerista, la donna fa in modo che i quadri del marito, con la notizia della sua scomparsa, facciano un salto di prezzo e si trasformino in una fontendi guadagno. Rimane solo una cosa da fare: mettere in piedi la messinscena della morte. Ed è qui il colpo di genio: appendono un animale sopra la loro vasca da bagno, in modo che il suo sangue si raccolga nella vasca, ma per fare ciò devono lasciarlo in quella posizione per qualche giorno. La puzza è opprimente e, per evitare di essere smascherati, aprono la finestra. Quando la scena è pronta, devono coinvolgere un testimone, e chi meglio del loro vicino di casa, che in affitto per pochi mesi? È come avere la testimonianza di un passante casuale: è un sistema pulito e senza tracce. Ma non sanno che esiste un insetto, il calliphora erythrocefala, volgarmente detto Moscone azzurro della carne, che depone le uova sulla carne o su carogne d’animali: da queste schiudono larve bianche vermiformi che sulla carne appunto trovano nutrimento, per poi impuparsi dopo pochi giorni nel terreno. Dalla finestra lasciata aperta entrano una o più mosche di questa specie e depongono le loro uova. La donna se ne accorge e si preoccupa: quella potrebbe essere una prova compomettente. Perciò, senza pensare al testimone da lei scelto per confermare la sua messinscena, corre in bagno e pulisce alla meglio pavimento e vasca. Purtroppo, però, il testimone è diventato inavvertitamente corriere delle larve, che porta in casa sua e di cui si accorge solo dopo due mesi. A questo punto va solo spiegato “il lavoro di lima”: il marito (quasi sicuramente su consiglio della moglie), pensa bene di fare una plastica facciale, per tornare con lei sotto mentite spoglie, ma il profilo delle sue orecchie rimane immutato, rendendo la sua identificazione molto semplice per le persone che lo avevano visto altre volte».

L’aneddoto riscosse il favore di tutti. Di quasi tutti.

***

Erano le tre e quarantasette minuti, la festa della pittrice era finita da un paio d’ore e Corbera dava l’impressione di essere più morto che dormiente. Tre proiettili diretti al suo corpo e passati per un silenziatore erano stati sparati da una piccola pistola con una frase cretina incisa sopra: “L’arte è un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo”. Una sagoma femminile stava per dileguarsi quando una luce la accecò e una voce a lei familiare la paralizzò:

«Signora, poteva fare a meno di bucare le mie lenzuola».

Il professor Fabrizio Corbera era lì, davanti a lei e le parlava. Le si raggelò il sangue, si voltò di scatto e svenne. Quando rinvenne aveva i polsi cinti da manette gelide e vicino a lei c’era il suo caro marito dato per morto. Un poliziotto dall’aria sveglia, che le fu presentato da Corbera stesso come un suo amico rispondente al nome di Lemartire, le stava dicendo qualcosa, ma non lo stava a sentire. Fissò il suo uomo mentre spifferava ogni dettaglio della loro impresa, confermando la tesi di Corbera.

Furono portati via mentre lei inveiva come una belva contro di lui.

 

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