La veltronomics allontana l’Italia dall’Europa
11 Febbraio 2008
Walter
Veltroni sa che verrà sconfitto. Lo dimostra una campagna elettorale impostata sull’irrealizzabile – promesse che
non sarà chiamato a mantenere, ma i cui contenuti verranno rinfacciati a chi
andrà a Palazzo Chigi ed a Via Venti Settembre.
In materia di politica
economica sono così poco credibili che è difficile vedervi la mano del buon e
competente Marco Causi, professore alla Università Roma III, assessore al
bilancio ed alla programmazione al Comune e da 12 anni suo paziente mentore nel
labirinto della “triste scienza”. C’è forse il ditino, o meglio il ditone, del
suo suggeritore Goffedro Bettini, il quale si vanta (probabilmente a ragione)
di intendersi di gestione ma non ha mai proclamato di saperne di economia.
Nel
loft del Partito Democratico, si mormora che il leader è uso alla “politique
d’abord”, ma non ha le basi per entrare anche nei primi elementi della scienza
economica: lasciato il Liceo Tasso – dicono suoi compagni un po’ malignetti –
per essere stato bocciato più volte, ha tentato senza grande successo la strada
del Centro Sperimentale di Cinematografia ed ha alla fine preso un diploma sì nei
variopinti campi della Settima Arte, ma di un corso professionale. Comunque, ciò che conta è che quando
discettano di economia i politici sappiano mettere in fila i numeri.
Nel
discorso di apertura della campagna elettorale, la Veltronieconomics è ancorata
ad uno slogan che ascolteremo spesso
nelle prossime settimane: “meno tasse e più salari”. Inoltre, la multiforme
coalizione prodiana vorrebbe varare (in questi giorni) un provvedimento per
abbassare l’imposizione sulle fasce basse del lavoro dipendente (verrebbe
finanziato tramite un nuovo “tesoretto” che gli uffici di TPS certificherebbero
a metà marzo).
Su quali cifre si regge questa prospettiva? La tornata (diramata il 9 febbraio) di previsioni econometriche
dei 20 maggiori istituti indicano un
rallentamento non solo nell’anno in corso ma anche nel seguente (per l’area
dell’euro le stime di crescita del pil variano tra l’1,3% ed il 2,4% nel 2008 e
tra l’1,3% ed il 2,3% per il 2009). Quindi, una frenata non più brusca ma più
lunga di quanto anticipato (sempre dei 20 istituti) solo un mese fa.
In questo
quadro, l’Italia: una crescita tra lo 0,8% e l’1.8% nel 2008 con una leggera
ripresa – crescita tra l’1,1% ed il 2.1% – nel 2009. Dato che la legge
finanziaria è stata costruita su ipotesi di aumento del pil attorno all’1,5% ,
ciò può comportare all’”assestamento di bilancio”, in giugno, la necessità di
una manovra di aggiustamento tra gli 8 ed i 12 miliardi di euro – oppure
rinegoziare il programma di rientro definito con l’Ue.
Quindi, il Governo Prodi
lascia in eredità non “la sconfitta dell’evasione fiscale all’insegna paghiamo
meno perché paghiamo tutti” (altro cardine della Veltronieconomics) ma una
voragine che renderà difficilissima la vita del prossimo Governo: è di fatto
impraticabili una manovra di circa 2 miliardi di euro al mese da effettuarsi
dall’entrata in funzione del nuovo Esecutivo e la fine del 2008. Il nuovo
Esecutivo dovrà andare a Bruxelles come Enrico IV andò a Canossa: chiedendo
venia ed autorizzazione a attuare un nuovo programma.
Un pozzo avvelenato,
quindi. Ove in marzo, le stime preliminari delle entrate indicassero
l’eventualità di un nuovo “tesoretto” (cosa peraltro improbabile) e tale
“tesoretto” si materializzasse, buon senso consiglierebbe di non impegnarlo
prima di giugno: può servire a saldare una falla che viene anche da lontano ma
di cui si vedono già le dimensioni quantitative.
I veleni riguardano pure
gli amici. Francesco Rutelli lo sa e, per questo, tentenna prima di accettare
di candidarsi a sindaco di Roma. I suoi sodali affermano che ha chiesto una
“due diligence” per evitare di prendesi un bidone. Tutti sanno che da quando
Veltroni è sindaco i problemi veri della città vengono trascurati dato che il
Primo Cittadino si interessa più di Africa e di cinema che di come funzionano
servizi essenziali – ci vogliono ad esempio diversi mesi per avere la
documentazione necessaria per sposarsi civilmente – e della manutenzione minima
all’infrastruttura – strade, trasporti pubblici, nettezza urbana.
Negli ultimi
giorni sono trapelate grida accorate che (tranne la festa del cinema) altri
aspetti del “panem et circenses” veltroniano sono in forse: l’estate romana e
la notte bianca.
Pochi però hanno contezza della crisi ambientale sul punto di
esplodere. A Roma e
provincia vengono prodotti circa 1.600.000 t/anno di rifiuti solidi urbani e
2.300.000 t/anno nell’intera regione. Mentre in Italia lo smaltimento in
discarica è in media pari al 22% (del totale), nel Lazio è al 25,7 %, 5 e 3 punti percentuali
tali da avvicinare il Lazio più al Sud che al Nord, dove oltre il 33% dei
rifiuti vengono trattati in termovalorizzatori e gassificatori. Lo smaltimento
in discarica inquina la falde e porta malattie. Per il nuovo impianto di
gassificazione di Malagrotta, non è stata svolta nessuna Valutazione di impatto
ambientale (Via) nonostante si tratti della discarica più grande d’Europa (240
ettari) ed ormai quasi satura. Dal 1999 il territorio di Roma e provincia è in
stato di emergenza. La zona di Malagrotta, è fra le diciotto aree nazionali a
rischio. Nonostante le conclusioni del rapporto congiunto dei Ministeri
dell’Ambiente e dell’Innovazione presentato in pompa magna lo scorso 24 aprile
dai due Ministri competenti, Comune e Provincia non hanno fatto nulla per
promuovere nuove tecnologie (come la pirolisi) che consentono di utilizzare circa il 90% del volume dei rifiuti per la
produzione di energia. Il rischio è che la capitale – che sarebbe stata retta
da un Nerone senza Seneca, secondo la battuta frequente nei corridoi degli
uffici comunali – si avvii ad una situazione analoga a quella di Napoli.
Rutelli teme di finire avvelenato. Oltretevere si è inquieti: lo sfascio della
capitale renderebbe difficile l’operatività del piccolo Stato “enclave” che è
nel suo interno.
Bastano questi dati per
indicare come la Veltronieconomics ci porterebbe fuori dall’euro, dall’Ue,
dall’Ocse. Avvicinerebbe l’Italia all’Africa; gli italiani che lo desiderano
sanno per chi votare.
