La verità su Katyn e la lezione di filosofia politica di Andrzej Vajda

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

La verità su Katyn e la lezione di filosofia politica di Andrzej Vajda

30 Novembre 2009

Docente di ‘Storia del pensiero politico’, mi è capitato tempo fa — non dico in quale ateneo della Repubblica, per amor di patria — di interrogare una laureanda in Filosofia politica al suo ultimo esame. La candidata sapeva tutto su John Rawls, sul neo-contrattualismo, sul maximin, sul velo d’ignoranza ma alla domanda: «mi citi un grande liberale italiano dell’età del Risorgimento» aveva fatto scena muta. Avevo cercato, allora, come si suol dire, di ‘metterla in carreggiata’ ricordandole che il più noto esponente del liberalismo, in quell’epoca, era stato un grande ministro, al quale si doveva, tra l’altro, l’unità nazionale. Una luce improvvisa sul volto dell’allieva e poi la risposta sicura. «Come non averci pensato? Luigi Einaudi!». Cito l’episodio non per aggiungere il mio ai tanti allarmi che si sentono sulla decadenza degli studi in Italia. La riforma universitaria che portò alla ‘liberalizzazione dei piani di studio’ consente agli iscritti al corso di Filosofia di non sostenere nessun esame di lingue, di letteratura, di storia (antica,medievale, moderna e contemporanea che sia). L’ordinamento voluto da Giovanni Gentile, di marca fascista ovviamente, pretendeva che i laureati in Filosofia sapessero chi erano Mario e Silla, Lorenzo il Magnifico e Cesare Borgia, Oliver Cromwell e Georges Danton: quale inutile perdita di tempo per chi deve occuparsi del modo di conciliare la libertà con la giustizia, dei limiti del mercato, del multiculturalismo etc.!

Che l’unico grande pensatore politico – e tale anche per chi, come me, non ne condivide la visione del mondo – espresso dall’Italia nella seconda metà del secolo scorso, Augusto Del Noce, si sia cimentato con l’età dei totalitarismi, la crisi della democrazia liberale, il progetto azionista, che la sua riflessione, profonda e originale, debba più alle pagine di Renzo De Felice e di Ernst Nolte che a quelle di Ronald Dworkin sembra non avere alcuna rilevanza. Delle dittature moderne i nostri laureandi in filosofia possono tranquillamente ignorare tutto: la genesi sociale e culturale, le dinamiche politiche interne, i conflitti di valore prodotti non solo negli attori politici ma altresì negli «uomini della strada». Tutto quel che ne sanno, quando si tratta di regimi di destra, è che sono stati la matrice di fenomeni come il razzismo, il classismo, il sessismo che, per colpa loro, ancora guastano la convivenza civile nella nostra corrotta società occidentale.

Queste malinconiche riflessioni mi sono tornate in mente dopo aver assistito al bellissimo film di Andrzej Wajda, ‘Katyn’, tratto dal libro Post Mortem di Andrzej Mularczyk. Il film, nella cinquina dei candidati all’Oscar 2008, racconta la storia degli ufficiali polacchi trucidati a Katyn nell’aprile maggio del 1940, su delibera (del 5 marzo) del Politburo e per esplicita volontà di Stalin. Come si ricorderà, il 23 agosto 1939, col Patto Ribbentrop/Molotov si apriva la prima fase della seconda guerra mondiale – quello che vede, fino al giugno 1941, l’alleanza di nazionalsocialismo e comunismo sovietico contro le democrazie europee. La spartizione della parte orientale del vecchio continente, porterà, nella zona occupata dai sovietici, non solo a un feroce conflitto tra due stati rivali, la Russia e la Polonia, ma, altresì, a una vera e propria pulizia di classe, come titola il suo documentato saggio sul massacro di Katyn (Ed. Il Mulino 2006), un grande storico scomparso di recente, nel pieno della sua attività di ricerca, Victor Zaslavsky. Sommando i 22 mila ufficiali polacchi trucidati – di cui solo 4500 a Katyn – le loro famiglie deportate nel Kazakystan (61 mila persone!), i 141 mila contadini ricchi (kulaki) e i 70 mila ebrei scomparsi senza lasciar tracce, Zaslavky ha calcolato un genocidio di 450/500 mila polacchi, su una popolazione di 10 milioni!

Il film di Wajda – il padre del regista fu una delle vittime del massacro staliniano non a Katyn ma a Charkow – descrive bene l’angoscia di mogli, figli, fratelli di ufficiali che invano attesero il ritorno dei loro cari prelevati dagli occupanti sovietici. Per chi lo abbia visto, non è facile dimenticare la spietatezza delle esecuzioni, la dignità delle famiglie borghesi duramente colpite dalla perdita dei congiunti, la macchina propagandistica dei nazisti che, avendo occupato tutta la Polonia, nella seconda fase della guerra mondiale, e avendo scoperto, nella loro avanzata nach Osten, le macabre fosse tentarono invano di avvalersene per sensibilizzare l’opinione pubblica europea e i polacchi, in particolare, alla loro crociata contro gli assassini bolscevichi. A colpire lo spettatore, tuttavia, è soprattutto il cinismo con cui i sovietici, ora alleati delle democrazie occidentali e nuovi padroni della Polonia in virtù degli Accordi di Yalta, non solo costruirono la grande menzogna storiografica che attribuiva la colpa degli eccidi ai nazisti ma pretesero pure che i parenti delle vittime la sottoscrivessero, pena il carcere e la soppressione fisica. Tra gli episodi più toccanti del film c’è il suicidio del giovane Jerzy, arruolato col grado di maggiore nella ricostituita (dai russi) Armata del Popolo Polacco: sopravvissuto all’esecuzione che gli aveva portato via il suo amico capitano, aveva deciso di gettare il passato alle spalle ritenendo che la sua patria dovesse ormai pensare a sopravvivere ma, dopo un drammatico incontro con la famiglia dell’amico, il dovere della memoria gli era sembrato più forte di ogni altra considerazione e, non potendo sopportare oltre la vergogna della divisa del collaborazionista, si era sparato un colpo alla tempia. Un film tragico, questo di Wajda, già dalle prime battute quando si vede una scena in cui la Storia riversa la sua più cupa ironia:l’incontro di due masse in fuga provenienti da direzioni opposte: le une in fuga dai sovietici che avanzano verso occidente e le altre in fuga dai tedeschi che avanzano verso oriente. Si potrebbe quasi farne, come il bimbo ebreo che alza le mani nella celebre foto che Ernesto Galli della Loggia avrebbe voluto esporre in tutte le scuole, l’emblema del «secolo breve».

A dar materiale alla riflessione politica è, comunque, la vicenda delle due sorelle che reagiscono in maniera diversa alla perdita dell’amatissimo fratello tenente pilota. Per entrambe si tratta di una ferita non rimarginabile ma mentre l’una si rassegna a riprendere il lavoro usato in silenzio, l’altra Agnieszka, vuole che non si dimentichi Katyn, che non si perdonino gli assassini, che almeno una lapide nel cimitero cittadino ricordi il congiunto ucciso e il modo in cui lo fu. Il colloquio tempestoso tra le due donne, sotto il profilo filosofico, è più rilevante delle centinaia di saggi di ‘etica applicata’ con cui eleganti analisti del linguaggio ci illustrano le ‘strategie’ concettuali per risolvere i conflitti di valore con impeccabile political correctness.

«Dobbiamo non parlarne più, dice in sostanza la sorella ‘integrata’, la Polonia non può morire, dobbiamo approfittare di quel poco di identità che ci concedono i Russi per ricostituire a poco a poco un minimo di tessuto civile». «No, obietta Agnieszka, la coscienza non ce lo permette, dobbiamo testimoniare la verità, costi quel che costi, perché senza la verità non possono esserci né la dignità né il rispetto di noi stessi». In una scena di pochi minuti, Wajda ci restituisce il senso della contrapposizione tra ‘etica’ e ‘politica’ o meglio della contrapposizione tra ‘etica della responsabilità’ ed ‘etica della convinzione’. Nessun caso più esemplare avrebbe potuto trovare il teorico che, con maggior precisione, ne scolpì concettualmente la differenza nella celebre conferenza del 1918 – raccolta poi ne Il lavoro intellettuale come professione: «Dobbiamo renderci chiaramente conto – scriveva Max Weber – che ogni agire orientato in senso etico può oscillare tra due massime: può cioè essere orientato secondo l’’etica della convinzione’ (Gesinnungethik) oppure secondo l’’etica della responsabilità’ (Verantwortungsethik) |….| Non che l’etica della convinzione’ coincida con la mancanza di responsabilità e l’etica della responsabilità con la mancanza di convinzione. Non si vuol certo dire questo. Ma v’è una differenza incolmabile tra l’agire secondo la massima dell’etica della convinzione’, la quale – in termini religiosi – suona:«Il cristiano opera da giusto e rimette l’esito nelle mani di Dio», e l’agire secondo la massima dell’etica della responsabilità, secondo la quale bisogna rispondere delle conseguenze (prevedibili) delle proprie azioni» A chi agisce secondo la prima, « potrete esporre con la massima forza di persuasione che la sua azione avrà per conseguenza di aumentare le speranze della reazione, di aggravare l’oppressione della sua classe e di impedirne l’ascesa: ciò non gli farà la minima impressione. Se le conseguenze di un’azione determinata da una convinzione pura sono cattive, ne sarà responsabile, secondo costui, non l’agente bensì il mondo o la stupidità altrui o la volontà divina che li ha creati tali». Al contrario chi si ispira alla seconda «tiene appunto conto di quei difetti presenti nella media degli uomini; egli non ha alcun diritto di presupporre in loro bontà e perfezione, non si sente autorizzato ad attribuire agli altri le conseguenze della propria azione, fin dove poteva prevederle. Costui dirà: “Queste conseguenze saranno imputate al mio operato”».

E’ facile prendere le parti di Agnieszka, «che si sente ‘responsabile’ solo quanto al dovere di tener accesa la fiamma della convinzione pura» e della protesta contro quell’oblio della memoria che l’ombra invendicata del fratello non le avrebbe mai perdonato. La giovane, la cui sorte il film lascia prevedere, è della stessa razza spirituale di Antigone e come lei è disposta a sacrificare la vita in nome degli agraphoi nomoi.

E tuttavia, mettiamoci anche nei panni dell’altra. Se tutte le famiglie dei caduti si fossero ribellate a una verità ufficiale che faceva paura persino al nostro Giuseppe Boffa – cittadino di un paese libero e democratico ,autore di una ‘Storia dell’Unione Sovietica’ in cui persino dopo le ammissioni di Gorbaciov sulla strage e l’apertura degli archivi segreti voluta da Eltsin, si legge che non ci sono le prove della colpevolezza di Stalin (!) –  se la civile borghesia polacca avesse protestato contro la verità ufficiale sovietica, cosa sarebbe potuto avvenire, conoscendo le abitudini dei compagni Beria e Stalin? Si sarebbe proceduto a una nuova ecatombe, con nuove deportazioni, con la perdita di uno strato sociale indispensabile per la rinascita materiale della martoriata nazione. L’Armata del Popolo Polacco sarebbe stata, con ogni probabilità, se non sciolta del tutto per lo meno subordinata a ufficiali sovietici, lo scienziato patriota che nel film tratta malissimo Jerzy vedendolo in divisa con la stella rossa sarebbe stato deportato e con lui i suoi colleghi e collaboratori, quel poco di indipendenza all’insegna della patria socialista polacca sarebbe stato cancellato senza esitazione e i fiumi di sangue avrebbero continuato a scorrere come in tempo di guerra, tra le due occupazioni nazista e sovietica. Certo l’indignazione dell’Occidente libero sarebbe salita alle stelle ma è il caso di chiedersi, con Stalin, «quante divisioni ha il papa?» E quante divisioni si sarebbero mosse per andare in soccorso dei polacchi? E chi avrebbe mai potuto convincere francesi, inglesi, italiani che dovevano riprendere le armi per scongiurare nuove fosse di Katyn? Non va dimenticato che in un grande porto italiano, gli operai navali si rifiutavano di far sbarcare i profughi istriani, rei di fuggire dal paradiso comunista. E per dirla tutta, non era solo questione di aiuto dall’esterno – che l’infelice Polonia mai conobbe nel corso della sua storia segnata dalla terribile rassicurazione del ministro francese ‘L’ordine regna a Varsavia!’ – ma a rendere tragicamente fallimentare l’«operazione verità» sarebbe stata la stessa società polacca, in cui vasti settori avevano salutato con soddisfazione la ‘nuova era’. Nel film di Wajda l’ex domestica del generale che, in visita all’ex padrona, aveva fatto spazientire il marito nominato prefetto del popolo, in attesa fuori in macchina, si sente dire da lui «Ora la signora sei tu, ricordatene!». Alle classi socialmente promosse dal Partito, di Katyn non gliene poteva importare meno. E allora? Non era certo facile la scelta della ‘collaborazione’ e della rimozione ma qual era l’alternativa?

Ritessere, con pazienza, la fila della società civile, attendere coscienziosamente al proprio dovere, essere buoni insegnanti, buoni ingegneri, buoni medici, buoni idraulici, buoni professori di letteratura, buoni mutatori, buoni meccanici, buoni attori, buoni musicisti, significava tener in vita il «corpo» storico della Polonia: all’anima si sarebbe pensato dopo! Né si trascuri il fatto che la non collaborazione avrebbe significato certamente la persecuzione della Chiesa cattolica (da sempre antinazista e anticomunista) ovvero dell’unica istituzione non di regime contro cui nulla poteva l’ideologia totalitaria.

Insomma, nella scelta della sorella di Agnieszka non mancava una valenza etica solo che non era quella di Antigone ma quella del comandante della nave che deve sacrificare parte dell’equipaggio per salvare il resto e non può consentirsi il lusso del «fiat iustitia pereat mundus» giacché, in quanto capitano, gli si renderà conto del ‘mundus’ che gli è stato affidato in custodia. Le cose, beninteso, non sono così semplici. Ed è ancora Max Weber ad avvertirci che «Nessuna etica del mondo può prescindere dal fatto che il raggiungimento dei fini ‘buoni’ è il più delle volte accompagnato dall’uso di mezzi sospetti o per le meno pericolosi e dalla possibilità o anche dalla probabilità del concorso di altre conseguenze cattive, e nessuna etica può determinare quando e in qual misura lo scopo moralmente buono ‘giustifichi’ i mezzi e le altre conseguenze moralmente pericolose». Se il rischio dell’eroe etico è quello di mettere a repentaglio la vita, sicché l’ideale vittorioso trova dinanzi a sé il deserto, essendo tutti morti, il rischio del realista che collabora è quello di ‘spingersi troppo in là’, di fare come Pétain che, per mostrare ai tedeschi la sua lealtà, li preveniva nella persecuzione degli ebrei, come mostra lo storico americano Robert Paxton. Fa meditare, tuttavia, quanto disse una volta del dittatore di Vichy Charles De Gaulle: «Io sono stato la spada della Francia e lui lo scudo!». E’ una saggezza che dovrebbe indurre, soprattutto in Italia, a far giustizia del moralismo che come un tumore maligno si avvinghia ad ogni racconto del nostro passato, recente o lontano; e che avrebbe dovuto far riguardare, con occhio diverso, alla storiografia defeliciana, che continua ancora ad essere demonizzata, come mostra una recente pubblicazione di antirevisionisti.

L’umanità è, come insegna Kant (e prima di lui la Bibbia), intagliata in un «legno storto» e la pretesa di giudicare le due sorelle polacche, sulla base di metri etici infallibili, può venire in mente solo ai mistici delle ideologie, alle aristocrazie morali e intellettuali che nulla perdonano, e che ancora in tarda vecchiaia, in Italia, si dolgono delle mancate epurazioni di cui si sarebbero resi colpevoli Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti. Per loro la sorella di Agnieszka merita la damnatio memoriae e, con lei, tutti gli italiani che collaborarono con la Repubblica Sociale – quelli naturalmente che agirono ‘per convenienza’: agli altri, che aderirono per ‘salvare l’onore’, andava riservata non la damnatio memoriae ma il plotone d’esecuzione. Del ‘pluralismo dei valori’, quando sono in gioco i grandi drammi della storia nazionale, da noi non si vede neppure l’ombra!