La violenza del terremoto s’è abbattuta sul Paese più sfortunato del mondo

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La violenza del terremoto s’è abbattuta sul Paese più sfortunato del mondo

La violenza del terremoto s’è abbattuta sul Paese più sfortunato del mondo

14 Gennaio 2010

Ad Haiti ricordano con orgoglio la guerra di indipendenza dalla Francia, che si tenne tra 1791 e 1804, come “la seconda rivoluzione anticolonialista vittoriosa al mondo dopo quella degli Stati Uniti, la prima in America Latina, e l’unica che ha avuto per protagonisti gli schiavi”. Nel suo famoso saggio Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale Samuel Huntington mise però Haiti, assieme all’Etiopia e al Giappone, in una categoria di “Paesi isolati”, privi di legami culturali con altre società “Sebbene l’élite haitiana abbia tradizionalmente coltivato legami culturali con la Francia”, spiegava Huntington, “la lingua creola, la religione vudu, la popolazione costituita di ex schiavi insorti e una storia costellata di violenze sono tutti elementi che contribuiscono a farne un Paese isolato. ‘Ogni nazione è di per sé unica’ ha osservato Sidney Mintz, ‘ ma ‘Haiti appartiene a una categoria a se stante”. 

Il caso del Giappone spiega che l’essere “isolati” non è necessariamente una disgrazia. Ma Huntington ricordava come “in occasione della crisi haitiana scoppiata nel 1994, i paesi latinoamericani non considerarono Haiti un problema ‘loro’ e si rifiutarono di accogliere i rifugiati haitiani come invece fecero con quelli cubani. ‘In America Latina’, ha affermato il presidente eletto di Panama, ‘Haiti non è considerata un Paese latinoamericano. Gli haitiani parlano una lingua diversa, hano radici etniche diverse, una cultura diversa. Sono diversi in tutto’. Altrettanto distante appare Haiti dagli Stati caraibici anglofoni di razza nera. “Agli occhi di un abitante di Grenada o della Giamaica”, ha osservato un commentatore, gli haitiani “appaiono estranei quanto potrebbe esserlo uno dello Iowa o del Montana’. Haiti, ‘il vicino che nessuno vuole’, è davvero un Paese completamente solo”. In realtà Huntington era forse eccessivo: se non altro, agli haitiani venivano fatti ponti d’oro pr emigrare dai nazionalisti del Quebec, che in quel popolo francofono vedevano uno strumento per mantenere l’equilibrio linguistico rispetto a una massa di altri emigranti che una volta stabiliti in Canada tendevano sempre inequivocabilmente a preferire l’inglese. Si può pure ricordare che al tempo delle guerre d’indipendenza latinoamericane Haiti fu per Simón Bolívar un alleato indispensabile.

Però è vero che per lungo tempo quel debito di gratitudine è stato trascurato. E quanto alla gloria della guerra d’indipendenza, il suo rovescio fu che da un lato ne uscirono distrutte quelle piantagioni di zucchero che erano state la ricchezza dell’usola. Dall’altro, la sua estrema ferocia non permise la formazione di una classe dirigente moderna, e lasciò invece in eredità una sinistra teoria di feroci e grotteschi dittatori: da quel Jean-Jacques Dessalines che si proclamò imperatore come quel Napoleone che aveva combattuto, a quel François Duvalier che si vestiva in abito da cerimonia come nell’iconografia del dio vudu dei cimiteri Baron Samedi. Solo nel 1990, a 186 anni dall’indipendenza, si fecero per la prima volta elezioni veramente libere. Ma ne fu eletto presidente quel Jean-Bertrand Aristide che si rivelò non troppo migliore dei suoi predecessori autoritari. Fu deposto da un golpe, riportato al potere dall’intervento militare Usa del 1994, poi ruppe col suo successore René Préval, ne sabotò gli sforzi, è stato rieletto, e nel 2004 è stato definitivamente costretto all’esilio da una rivolta armata, favorendo il ritorno di René Préval a un Palazzo Presidenziale sotto le cui macerie per poco non c’è rimasto.

Haiti resta a livelli di ricchezza minimi: un reddito pro-capite di 790 dollari l’anno, un tasso di analfabetismo del 34,1%, un indice di mortalità infantile del 63,83 per 1000, un’aspettativa di vita alla nascita di 57 anni, un terzo di analfabeti. Eppure, recentissime rilevazioni suggerivano che avesse smesso di essere il Paese più povero dell’Emisfero Occidentale, riuscendo in uno storico sorpasso sul Nicaragua. Anche se non è troppo chiaro se per merito di Préval, che ha ad esempio applicato con una certa diligenza le ricette di Hernando de Soto sulla promozione del capitalismo informale; o per semplice demerito del sandinista Daniel Ortega. Anche l’ “isolamento” di Haiti appare superato, in un clima come quello attuale in cui il Brasle di Lula e il Venezuela di Chávez competono con forza per sfidare il tradizionale primato Usa nella regione. Così in occasione della crisi del 2004, a differenza che 10 anni prima, i Paesi latino-americani furono in prima fila, costituendo il nerbo di quel contingente multinazionale Minustah a guida appunto brasiliana, e che sta tuttora nell’isola: anche se, purtroppo, piuttosto che contribuire a un primo nucleo di soccorsi ha concorso a sua volta alla massa delle vittime. Gli Stati Uniti restano il principale partner: il 35 per cento dell’import; il 68 per cento dell’export; il principale donatore, con 884 milioni di dollari versati tra 1995 e 1999 e 230 milioni del 2006; e negli Stati Uniti vive la più importante comunità di haitiani fuori dalla madrepatria, con oltre mezzo milione di unità. E, dopo la visita fatta ad Haiti nel marzo 2007, anche Chávez ha sviluppato un imponente programma di aiuti: almeno un miliardo di dollari nei settori di energia, sanità e infrastrutture.

Adesso, però, è arrivato il più devastante terremoto in tutta la storia dei Caraibi. E Haiti viene risospinta sul fondo.