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L’abbraccio di Ferragosto fra Zingaretti e Di Maio non è la svolta bipolare (purtroppo)

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Poco più di un anno fa la svolta della legislatura: va in crisi “il governo dei vincitori”, quello che avrebbe dovuto secolarizzare l’anti-politica e decretare la fine del cleavage destra-sinistra. Il governo che segue – composto da Movimento 5 Stelle, Pd, Leu e Renzi – è innanzi tutto il modo per scansare le elezioni ed evitare così che i pieni poteri incautamente evocati da Salvini possano ricevere una qualche forma di legittimazione dal verdetto della sovranità popolare. Poi, è l’espediente attraverso il quale impedire che un esponente del centrodestra possa salire per la prima volta sul Colle più alto. Infine, è il risicato tentativo di creare un coerente schieramento di governo in grado di riattivare una logica bipolare: il comando del Paese torna alla sinistra anche se essa era stata sconfitta “senza se e senza ma” alle ultime elezioni, e la Lega, costretta all’opposizione, viene riconsegnata a quel centrodestra che aveva provvisoriamente abbandonato. Il tutto, all’ombra di un enigmatico presidente del Consiglio: parvenu più che “uomo nuovo” della politica nostrana, unico esempio nella storia nazionale di una personalità alla guida di due esecutivi consecutivi d’opposto segno.

Diciamoci la verità: l’esperimento, nel suo primo anno, non è andato propriamente bene. Il governo non ha espresso né una classe politica all’altezza né un programma convincente, e non ha neppure fornito la prova di una coesione in grado di farlo percepire come una vera coalizione anziché come un espediente provvisorio. Assai più che l’azione corale delle forze politiche che lo compongono, di quest’anno primo si ricorderà l’abilità funambolica del capo dell’esecutivo, del quale si può pensare quel che si crede (e noi non ne pensiamo affatto bene) ma non certo che sia sprovvisto di doti di resistenza, adattamento e trattativa.

Su questo sfondo va situata “la svolta di Ferragosto”, 2020 s’intende: quella che vorrebbe trasformare l’incontro tra Pd e 5 Stelle in un accordo strutturato se non proprio in un’alleanza organica.  Quanti – e noi fra questi – ritengono che il sistema bipolare sia l’unico modo per impedire che la politica italiana si sfrangi e si parcellizzi in mille rivoli di difficile composizione, ne potrebbero gioire e scorgervi un primo passo verso l’aggregazione di un nuovo centro-sinistra con un Pd come fulcro tra i 5 Stelle che rappresentano quelle istanze post-ideologiche presenti e organizzate in tutti i sistemi politici europei e Renzi che copre il centro. L’operazione, però, presenta limiti e omissioni che ci portano a dubitare e a ritenere che non tutto sia scontato. Proviamo a metterli in fila.

1) E’ stata pensata e portata avanti, più che dai soggetti collettivi, da Zingaretti e Di Maio e dà l’impressione di servire ai due per segnare un’egemonia nei partiti di riferimento: aiutare Zingaretti a difendersi dall’assalto di Bonaccini e Di Maio a respingere eventuali mire egemoniche di Conte sul suo Movimento;

2) A proposito di Conte: una sorta di convitato di pietra dell’accordo, del quale i contraenti vorrebbero limitare il protagonismo e il peso nelle dinamiche governative, visto che con ogni probabilità si dovrà andare avanti ancora per almeno un anno. Questo “non detto” trasforma una potenziale operazione di sistema in uno strumento contingente per riconsiderare i rapporti di forza all’interno dell’esecutivo;

3) L’accordo non è stato accompagnato da nessun tentativo serio di riconsiderazione della cultura che dovrà sorreggere le future scelte di governo. Su economia, giustizia, scuola, diritti civili ha fin qui prevalso una linea di demagogia populista sostenuta dagli ambienti più estremi dei partiti della coalizione e controbilanciata da qualche spazio di potere strappato da Renzi. Il che ha dato l’impressione di una cultura riformista a traino della demagogia grillina che, tra l’altro, coniugandosi con un’attitudine governativa “a tutti i costi”, sembra aver smarrito la sua vera anima. Non ci sono indizi che tutto ciò sia stato revisionato;

4) Anche per questo, l’intesa Zingaretti- Di Maio fissa plasticamente l’esistenza di un buco nero al centro del sistema politico: premia le anime più radicali dei rispettivi partiti, non assorbe “l’anomalia Conte”, non ricomprende Renzi, Calenda e le altre forze sparse della sinistra riformista, non stimola una “concorrenza al centro” che aiuti lo schieramento d’opposizione a porsi seriamente il problema di far nascere qualcosa di nuovo e d’attrattivo in quello spazio politico oggi atrofizzato.

Tutto ciò allontana l’accordo di Ferragosto dal poter essere considerato una tappa verso un rinnovato bipolarismo. Un sistema bipolare, per essere considerato una risorsa del Paese, ha bisogno di attivare la competizione al centro, tra forze politiche alternative ma dialoganti e, soprattutto, in grado d’essere veicoli d’integrazione delle spinte più estreme. In Italia non si vede nulla che possa anche vagamente rassomigliare a questa dinamica. Saremmo poi alla tragedia politica se su queste premesse si applicassero gli effetti di un sistema elettorale proporzionale, del quale si torna a parlare con insistenza. Allora l’accordo di questi giorni potrebbe essere ricordato come il punto di svolta che da un bipolarismo apparente porta a un trasformismo polarizzato: non certo un grande affare per la nostra povera Italia.    

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